martedì 21 settembre 2010

Fratello Morte e Sorella Vita


Era un giorno come tanti altri quando Fratello Morte e Sorella Vita si trovarono in un bar del centro per bere una tazza di caffè.
Non appena si videro, si vennero incontro e si abbracciarono sorridendo.
“È da tanto che non ci vediamo, fratellino. Permetti che sia io ad offrirti da bere, questa volta”, disse Vita.
“Accetterò con piacere”, sorrise Morte.
Il cameriere arrivò, con un bloc-notes e una penna stretti in pugno
“Cosa desiderano i signori?”
“Due caffè - disse Vita - di cui uno macchiato.”
Il cameriere segnò l’ordinazione sul blocchetto e si allontanò.
“Allora - iniziò Morte - come ti va il lavoro?”
“Dipende. Le nascite sono come al solito in aumento nei paesi del terzo mondo, mentre quelle nei paesi più civilizzati calano. Più la gente sta bene, meno ha voglia di fare figli. Andare a suggerire al papa di dire ai suoi fedeli di non utilizzare anticoncezionali non ha funzionato più di tanto. A te come va invece?”
“Anche io non me la passo troppo bene. Mi stai dando parecchio lavoro da fare. Di tutte quelle nuove nascite nei paesi del terzo mondo devo sempre farne fuori più di metà. Mi è giunta voce che i fanatici di una setta religiosa americana stanno progettando un suicidio di massa e l’inquinamento sta uccidendo sempre più animali, costringendomi a fare il lavoro sporco. Hai idea di quanto sia schifoso andare ad ammazzare i pesci? Il loro odore non si toglie per settimane… ho dovuto farmi fare un set completo di tuniche nere per ovviare al problema.”
“E allora perché non te li togli prima di entrare in mare?”, disse sorridendo Vita, ironica.
“Sorella, dove hai mai visto la Morte senza la sua tunica nera? Non si adatterebbe al gioco.”
“Mh, hai ragione.”
“Beh, ci sono anche i lati positivi della cosa. La gente mi teme sempre di più. Non è più il tempo dei samurai che fanno seppuku per onorare il proprio padrone. Nessuno mi affronta più con vero coraggio. E la cosa mi diverte molto. È ridicola.”
“Che intendi?”
“Intendo dire che il mio arrivo è certo, per chiunque. Il tempo degli immortali è finito da… quasi un miliardo di anni, ormai. E la gente ancora mi teme. Non capisco, io offro sicurezza. Non ho mai perso colpi, sin da quando esisto.”
“La gente ha paura di te perché non sa cosa li aspetta dopo.”
“Bah, e allora perché non ha anche paura di te? Li condanni a un’esistenza senza alcuna certezza, né scopo. Io semplicemente li prendo e li conduco in un luogo nero e tranquillo. Un luogo con un’unica certezza. Dovrebbero avere più paura di te, che di me.”
“Così mi offendi, fratello.”
“Non intendevo, credimi. Sto solo cercando di espletare i miei pensieri. Mi capita di rado di parlare con qualcuno.”
Il cameriere arrivò con il vassoio e i caffè, e li poggiò sul tavolino. Fratello Morte lo osservò per qualche istante mentre tornava al bancone.
“Morirà tra 3 anni, 2 mesi e 13 giorni. Incidente d’auto causato da una forte nebbia.”
“E un mese dopo nascerà suo figlio.”
“Divertente.”
“Te lo dico da quando siamo nati, fratello. L’universo ha un grande sense of humour. Non mi stupirei se fosse inglese.”

Mezzanotte

[Nota: Questo racconto è stato pubblicato sul volume Vamp 2009 della ePress, edito da Ferrara Edizioni]


"L’Uomo della Mezzanotte è morto”, disse lo straniero.
“Beh, se è vero ciò che dici, mi porti delle ben liete nuove in questa notte infausta – rispose l’uomo magro seduto di fronte al focolare – siediti con me, straniero. Per questa notizia ti devo almeno qualcosa da bere.”
Lo straniero smontò da cavallo, un possente stallone bianco, facendo sollevare qualche sbuffo di polvere e si avvicinò al focolare. Nonostante di giorno nel deserto facesse un caldo da far buttare fuori tutto il sudore anche al più calmo degli uomini, durante la notte la temperatura scendeva a livelli infimi. L’uomo magro vicino al focolare era avvolto in una pesante coperta di lana e tendeva le mani verso la debole fiamma che ogni tanto veniva ingrossata dal vento. A pochi metri dall’uomo magro un vecchio cavallo da corsa era legato ad una staccionata rovinata, anche se da come si agitava sembrava che non fosse nato in cattività.
Lo straniero condusse il suo stallone alla staccionata e lo legò carezzandogli il muso.
“Allora straniero, cosa ti porta da queste parti? Non sono molti quelli che utilizzano questi sentieri dimenticati da Dio – chiese l’uomo magro – in questa zona tutto è morto, esattamente come questa città.”
“Cosa è successo qui?”, chiese lo straniero.
“Se ne sono andati, ecco cos’è successo – disse l’uomo magro – questa città è stata abbandonata, così come la città dieci miglia più a nord, quando la miniera d’argento di Jeremiah Dunsdale si è esaurita. Quando una miniera muore, la gente che ci lavora può fare solo due cose: andarsene o morire con lei. E credo proprio che la gente di qui abbia fatto la scelta giusta.”
Lo straniero si avvicinò al focolare. Si scrollò dai pesanti abiti di pelle nera la polvere e si sedette a terra, proprio di fronte all’uomo magro.
Lo fissò per qualche istante: era un uomo sulla quarantina, con la pelle abbronzata dal sole e la faccia rugosa. I capelli che sporgevano dal largo cappello erano color grigio ferro, gli occhi di un azzurro intenso che brillava alla luce del fuoco.
“Qual è il tuo nome, straniero?”, chiese l’uomo magro.
“Walsh”, rispose lui.
“Walsh e basta?”, ribatté l’altro con un sogghigno.
“Parleremo solo per poco – disse lo straniero fissandolo gelido – non ti serve sapere altro di me.”
“Mh, hai ragione – rispose l’uomo magro distogliendo lo sguardo – io mi chiamo Max, Max Sheepshaw. Ma gli amici mi chiamano lo Squalo.”
“E io sono un tuo amico?”, chiese Walsh.
“Forse. Questo devo ancora deciderlo. Anche se l’ascia indiana che vedo legata al tuo cavallo mi fa capire che anche a te non stanno simpatici quei selvaggi.”
“Hai l’occhio lungo”, rispose Walsh lanciando un’occhiata al suo stallone, dove nelle borse della sella si vedeva spuntare solamente una piccola parte del manico dell’ascia indiana.
Ritornò a fissare lo Squalo, sorridendo.
L’altro si era fatto improvvisamente serio e stava fissando Walsh dritto negli occhi.
“Hai detto che l’Uomo della Mezzanotte è morto – cominciò dopo qualche secondo – raccontami cosa è successo.”
“Dammi qualcosa da bere prima, il viaggio mi ha seccato l’ugola”, rispose.
Lo Squalo cercò qualcosa nella sua sacca per qualche istante, dopodiché estrasse una fiasca di pelle e la lanciò a Walsh. L’uomo stappò la fiasca e ne annusò il contenuto. L’odore era aspro e alcolico, come quello di una forte bevanda fatta in casa. Ne bevve una golata, facendo subito una smorfia, dopodiché lanciò nuovamente la fiasca allo Squalo, che bevve anche lui.
“Ora parla”, disse.
“Va bene – cominciò lo straniero – anche se non è una bella storia. Anzi, se devo essere sincero, rende il mio sangue freddo anche con questa bevanda in corpo e questo bel tepore che viene dal falò.”
Nel dire quest’ultima frase, Walsh tirò su con il naso.
“Stavo dalle parti di Dry Hill, qualche giorno fa. Credo tu lo conosca, ma nel caso non lo sapessi è una città dimenticata da Dio duecento miglia più a nord. Le cose che ho sentito in quel posto mi hanno spinto ad andarmene. Giuro che questa è una delle storie più strane che abbia mai sentito.”
Lo Squalo rimase in silenzio e rivolse a Walsh un cenno di assenso, invitandolo a continuare.
“Quel posto non ha mai avuto una bella fama. Una cittadina con una ventina scarsa di case, per la maggior parte abitate da vecchi pazzi, e qualche fattoria isolata sparsa qua e là. Un posto talmente lontano dalle strade battute che non ha neanche uno sceriffo o una prigione cittadina. I contadini si amministrano la legge da soli. Anche con questa mancanza però, Dry Hill non è un bel posto per i criminali. Perché se disturbi la quiete del paese, allora disturbi l’Uomo della Mezzanotte.”
Lo Squalo era silenzioso e fissava il vuoto. Sembrava spaventato. Walsh sogghignò e continuò il suo racconto.
“In realtà, c’è un unico motivo per cui una persona potrebbe voler viaggiare fino a Dry Hill. Quel motivo è il Saloon della Mezzanotte. Alcool così forte da spaccarti il fegato in due e farti marcire i denti, buona musica e le più belle ballerine che tu abbia mai visto. La maggior parte americane, ma ce n’è anche qualcuna cinese e qualche squaw meno inselvatichita delle altre e decisamente bella. Ballano tutte divinamente, lo sai? Le migliori donne dei deserti del sud.”
Si era alzato un leggero vento e la polvere della strada svolazzava in giro, buttandosi nel fuoco e nella bocca di Walsh che, infastidito, si sollevò il bavero.
“Ma non devi causare guai, perché il saloon è di proprietà dell’Uomo della Mezzanotte. Finché paghi e stai tranquillo puoi stare sicuro che ti divertirai come non ti sei mai divertito in vita tua, ma se violi qualcuna delle sue regole… allora la tua vita sarà breve e dolorosa.”
“E qualcuno qualche giorno fa ci ha provato – continuò – sono arrivate due persone. Quando sono entrati nel saloon, ho capito dalla faccia che avevano intenzione di causare guai. Dalla quantità di armi che si portavano dietro compresi subito che si trattava di banditi. Uno era un bestione alto quasi due metri, forse con un po’ di sangue negro in corpo, mentre l’altro era uno più mingherlino e magro, ti assomigliava molto.”
Lo Squalo emise un singulto. Walsh si concesse un sorriso.
“Sono andati al bancone e si sono bevuti un tre o quattro whiskey a testa. Per una mezz’ora sono stati tranquilli. Ho pensato che conoscessero la fama del posto e che quindi avessero capito che era meglio non fare incazzare il proprietario, ma evidentemente mi sbagliavo.”
“Ad un certo punto quello magro è uscito, credo per pisciare, mentre quello più grosso si è messo a guardare lo spettacolo. Stava ballando un’indiana, una delle squaw più belle che abbia mai visto. L’ha fissata per qualche istante, dopodiché si è messo a ridere come un pazzo. Si è alzato in piedi, ha scagliato il bicchiere verso il palco e ha urlato di togliere quella selvaggia dal palco e di metterla dentro la gabbia di uno zoo. Il barista ha tentato di calmarlo, ma la ragazza si è messa ad urlare ed uno dei vecchi del paese si è alzato e ha spaccato il boccale in testa al gigante, facendo scoppiare una rissa. Il gigante ha preso il vecchio e l’ha tirato contro una finestra, distruggendola. Poi ha preso uno sgabello e l’ha tirato addosso al barista. Un uomo che era lì ha tirato fuori un coltello e l’ha lanciato addosso al gigante, mancandolo. Il gigante ha urlato e ha estratto un coltello che dalle dimensioni sembrava essere più una spada. È stato in quel momento che il suo compare, quello magro, è rientrato. Stava ancora abbottonandosi la patta dei pantaloni e aveva una faccia piuttosto sconvolta. Si è portato una mano al cinturone e ha estratto una Colt. Ha sparato all’uomo che aveva lanciato il coltello, colpendolo in pieno petto. L’ha ammazzato sul colpo. Qualcuno ha spaccato una sedia sulla schiena al gigante, poi la situazione si è calmata. Tutti si sono messi a guardare sulla scala, perché l’Uomo della Mezzanotte era arrivato. Era alto, pallido e vestito con un completo nero. Gli occhi sembravano quasi brillare di una luce rossa e portava due grandi pistole al cinturone. Si avvicinò ai due banditi, quello più grosso si stava rialzando da terra, fissandolo.”
“Una sfida, disse al grosso. Per la strada, a mezzanotte. Porta la tua pistola. L’uomo sembrava spaventato, ma allo stesso tempo spavaldo. Si alzò in piedi e fissò l’Uomo della Mezzanotte dritto negli occhi. L’uomo magro era invece seriamente impaurito e stava cercando di dileguarsi. Si trovò l’Uomo della Mezzanotte davanti in un battito di ciglia, come se fosse improvvisamente scomparso e ricomparso davanti a lui. Tu sarai il successivo, gli disse, e sparì. Letteralmente. Gli uomini e le donne del saloon erano probabilmente abituati e rimasero immobili e silenziosi, mentre i due banditi emisero un urlo strozzato. In un angolo, l’orologio a pendolo segnava cinque minuti alla mezzanotte.”
“Scappiamo, disse l’uomo magro, ma l’altro lo guardò con aria di sfida negli occhi e rispose no, non abbandono mai una sfida. La gente nel Saloon aveva lo sguardo fisso su di loro. Due uomini avevano afferrato il morto per i piedi e lo stavano trascinando su per le scale. Eccezion fatta per la testa del cadavere che sbatteva con un rumore sordo ad ogni gradino, non si sentiva un fiato. Un ragazzo si mise a pulire con uno straccio la macchia di sangue sul pavimento di assi.”
“I due criminali uscirono dal locale e si diressero per la strada deserta. A parte qualche lampada qua e là, il buio era totale. Come spera di fare una sfida con questo buio!, gridò l’uomo grosso. L’altro si appoggiò ad una staccionata e, con le mani tremanti, si mise a ricaricare la pistola. L’altro si posizionò al centro della strada, estrasse anche lui una Colt dal cinturone e controllò i proiettili. Dopodiché la rinfoderò sorridendo.”
“Sono qui, bastardo!, urlò. Fatti vedere!”
“E l’Uomo della Mezzanotte si fece vedere. Comparve dal fondo della strada come se fosse un fantasma e si mise in posizione, sogghignando all’uomo grosso. Sono pronto, disse. Inizia pure quando vuoi. Nonostante il freddo notturno, si poteva percepire un calore quasi palpabile nell’aria. I secondi che seguirono furono lunghi quanto degli interi minuti. Poi ci fu uno sparo. L’uomo grosso fu il più rapido ad estrarre e, per fortuna o abilità, riuscì a colpire l’Uomo della Mezzanotte, che crollò a terra con un tonfo. Non aveva neanche portato la mano sulla propria arma. L’uomo grosso emise una forte risata e, quasi saltellando, si diresse verso il corpo dello sconfitto. Giaceva a terra, steso su un fianco, e una piccola chiazza di sangue scuro si stava allargando sulla stoffa sopra lo stomaco. Ah!, urlò l’uomo grosso. Potete dire in giro che Emmett Darson ha un’altra tacca sulla propria pistola!”
“Poi però successe qualcosa. L’Uomo della Mezzanotte, che doveva essere morto, aprì con violenza gli occhi. Erano di un rosso acceso, simile al colore di un bosco che brucia. Fece uno scatto verso Darson, buttandolo a terra in un impeto di rabbia. Darson emise un urlo strozzato quando l’Uomo della Mezzanotte lo morse al collo. Questo decretò la fine del bandito. Tentò debolmente di liberarsi, ma l’Uomo della Mezzanotte lo stava trattenendo con la forza di un toro. Emise un altro sussulto, dopodiché smise di muoversi. La sua pelle, un po’ abbronzata e un po’ scura naturale, si era fatta completamente bianca. L’Uomo della Mezzanotte si alzò in piedi, scrollandosi la polvere dai vestiti. La bocca e il bavero erano completamente sporchi di sangue.”
“Il prossimo, disse guardandosi intorno. Ma l’uomo più magro si era dileguato. Tutti erano troppo impegnati a guardare il duello per notare la sua silenziosa fuga. Tutti tranne l’Uomo della Mezzanotte, che partì al suo inseguimento nel deserto.”
Dopo il lungo racconto, Walsh tacque improvvisamente. Lo Squalo lo fissò spazientito per qualche secondo, dopodiché parlò.
“Allora? Continua!”, disse rabbioso.
“Il mio racconto è finito, Squalo”, rispose Walsh.
“Finito? Ma come? Hai detto che l’Uomo della Mezzanotte è morto! Come è morto? Lo voglio sapere!”, rispose lo Squalo.
“Questo è un racconto molto lungo, che non ho intenzione di raccontarti. Ti dirò solamente una cosa. È vero, l’Uomo della Mezzanotte è morto, ma molto, molto tempo fa. Quando l’hai incontrato al Saloon della Mezzanotte, perché sei tu l’uomo magro che è fuggito nella notte, lui era già morto.”
“Cosa?”, urlò lo Squalo, alzandosi in piedi di scatto. La coperta si scostò, rivelando la Colt che lo Squalo stava stringendo in pugno. Come Walsh sospettava, lo stava tenendo puntato fin dall’inizio. Ciononostante, rimase perfettamente calmo, seduto al suo posto.
“È una maledizione, Squalo. Una maledizione indiana. L’Uomo della Mezzanotte era un vero pazzo, quando era ancora vivo. Uccise decine e decine di indiani. Così uno sciamano lo maledisse, rendendolo uno spirito che deve occupare corpi delle altre persone per sopravvivere. Uno spirito immortale costretto a vivere di notte a nutrirsi di sangue. Un vampiro. La cui anima è legata ad un’ascia da guerra indiana finché non avrà trovato il modo per espiare i suoi peccati. Ma sai una cosa, Squalo? All’Uomo della Mezzanotte tutto questo piace. Gli piace la vita eterna e il potere che gli sono stati concessi. Gli piace il suo Saloon. Gli piacciono le donne che lavorano per lui e i contadini di Dry Hill che gli forniscono i cadaveri dei viaggiatori con cui nutrirsi. Perché è soprattutto questo: all’Uomo della Mezzanotte piace il sangue.”
Walsh si alzò in piedi e i suoi occhi si illuminarono di un bagliore rosso. Fu allora che lo Squalo capì. Walsh era l’Uomo della Mezzanotte. Lo spirito aveva occupato un altro corpo per dargli la caccia. Terrorizzato, sparò alla cieca davanti a sé, svuotando il caricatore contro il vampiro. Walsh aprì le braccia, simile ad un Cristo crocifisso, e i proiettili sfrecciarono all’interno del suo corpo bucandolo da parte a parte. Ma l’Uomo della Mezzanotte continuava a sorridere. I cavalli si imbizzarrirono, ma non riuscirono a liberarsi dai loro legami. Lo Squalo cominciò a indietreggiare, spaventato a morte. Inciampò nella propria borsa e cadde all’indietro, disteso.
L’Uomo della Mezzanotte fu subito su di lui, fissandolo dritto negli occhi con quelle sue braci infernali.
“Ti prego… - disse lo Squalo – io non volevo… ti prego… risparmiami… perdonami…”
L’Uomo della Mezzanotte gli sorrise mostrando i denti acuminati.
“Sono tutti bravi a pentirsi in punto di morte, codardo”, disse, e gli affondò le zanne nel collo.
Lo Squalo emise un grido che riecheggiò per la città abbandonata, ma che lentamente si affievolì diventando poco più di un gemito.
L’Uomo della Mezzanotte si rialzò e osservò il cadavere ai suoi piedi. Si avvicinò al proprio cavallo ed estrasse l’ascia indiana, dirigendosi poi nuovamente verso il cadavere. Si mise a cavalcioni sul corpo e con violenza gli piantò l’ascia in pieno petto. La ferita, con il corpo completamente privato del sangue, non emise neanche uno schizzo.
Lo Squalo riaprì con violenza gli occhi, che ora brillavano incandescenti come la brace, giusto per vedere il corpo di Walsh accasciarsi su di lui. Se lo tolse di dosso e si rialzò, afferrando l’ascia indiana. Poi gli prese anche il cappello e, buttando via il proprio, se lo calcò sul capo. Sorrise al cielo, mostrando i canini appuntiti.
“Chissà quanto mi durerà questo corpo”, sibilò dirigendosi verso il proprio cavallo e ripartendo in direzione di Dry Hill.

lunedì 20 settembre 2010

Shattered


Le parlo, ma mi sembra di stare conversando con una bambola. Ti fissa con quei suoi occhi di vetro. Rimane immobile, sembra che ti stia ascoltando. Che stia meditando con espressione seria sulle verità che le stai annunciando. Che stia facendo sue le tue parole. Ma in realtà è solo una bambola, e le bambole non hanno cervello. Non possono ascoltare, né capire ciò che stai dicendo. Fanno solo finta di ascoltarti, ma ai loro occhi sei tu quello finto, inutile, privo di intelletto. Loro sono solo bambole.
Tutte le persone sono bambole. Me ne sono accorto man mano che il tempo passava. Più gente si ha intorno più la loro apparenza è bambinesca, più si muovono con fare meccanico, indossando vestiti da bambini e mantenendo una sola espressione fissa di stupore.
Me ne sono accorto per la prima volta anni fa. Nessuno prova interesse. Tutti erano fatti di porcellana.
Così mi sono stancato. Ho preso una delle bambole che mi fissava e l’ho scagliata per terra. La sua testa di porcellana si è crepata, un occhio di vetro si è staccato ed è rotolato sulla piastrelle del pavimento, finendo sotto un mobile.
Poi è stata la volta di una bambola di pezza. Ho preso una forbice e le ho strappato le braccia. L’ovatta che la riempiva ha sporcato tutta la stanza. Ci ho messo due giorni a ripulirla.
La testa di un’altra bambola, una settecentesca bambola di porcellana vestita di pizzo, mi piaceva molto. Si era un po’ crepata, ma me la sono portata a casa e l’ho messa sul comodino.
Altre bambole sono poi arrivate e mi hanno rinchiuso in un mondo fatto della stessa ovatta che le riempiva. Non mi fanno più parlare con loro. Dicono che sono pericoloso. Ho iniziato a parlare con me stesso, ma ho iniziato ad annoiarmi. Anche io sto diventando una bambola. È quello il loro piano. Vogliono farmi diventare come loro.
Non ci vorrà molto. Una volta che anche la mia testa sarà diventata di porcellana la sbatterò contro la parete fino a ridurla in frantumi.

Thorsten Quorthon


Una piccola nota: questo è un background scritto per un personaggio di un gioco di ruolo che entro breve andrò a interpretare. Ma può essere comunque visto e letto come simpatica storia fantasy di violenza e scarso onore. Buon divertimento.

Descrizione fisica: Thorsten Quorthon è un maschio umano ventinovenne, alto centottantanove centimetri e pesante novantadue chili. Le sue spalle sono larghe, il fisico robusto e muscoloso. Il suo volto è simmetrico, squadrato, la mascella è ampia e forte e gli occhi sono del colore gelido del ghiaccio. Porta una cascata di capelli color biondo cenere spesso lasciati sciolti, che arrivano a toccare le spalle e scendere ancora di qualche centimetro. Porta una barba della stessa tonalità lunga pochi centimetri, sempre pulita e molto ben curata. La voce è profonda, cavernosa e fatica ad esprimere emozioni che non siano rabbia, imperiosità e soddisfazione. La pelle è di un pallore innaturale anche per i chiari popoli del nord e anche se esposta al sole non assume mai una tonalità più forte del rosa pallido. Sull’ampio torace Thorsten ha tre cicatrici circolari, disposte diagonalmente, e una simile sulla schiena, come se fosse stato stretto dagli artigli di una grande belva. I vestiti che porta sono costosi: indossa quasi sempre pelli di lupo bianco, stoffe e pelliccie rare e dalla lavorazione pregiata. Gli abiti sono sempre puliti ed egli stesso pretende un bagno ed un cambio d’abito almeno una volta ogni tre giorni, abitudine che risulta strana alla maggior parte del popolo. Porta sempre con sé un sacchetto di pelle pieno di rune e una mascella umana legata alla cintura.
Descrizione psicologica: Thorsten Quorthon è un individuo duro e freddo come il ghiaccio. Anche se esteriormente risulta essere imperioso e fanatico del controllo, egli vive solo per cavalcare l’emozione e i piaceri del momento. I suoi piaceri sono estremi e riguardano più spesso il sadismo, la rabbia e la più comune menzogna, se utilizzata per causare dolore agli altri. Egli non è uno stolto e sa quando è il caso di mantenere il controllo e quando invece può lasciarsi andare alle passioni più turpi. È stato fautore di omicidi, stupri e torture verso i più deboli. Esige rispetto da quelli che ha intorno a lui e se desidera fare qualcosa non sopporta di essere bloccato da circostanze esterne o da altri individui, che reputa in ogni caso inferiori. Le uniche creature verso cui mostra riverenza e rispetto sincero sono i draghi, di cui si considera un discendente inferiore. Sebbene sostenga di essere un fedele servitore di Odino, venera in realtà Loki, anche se non formulando mai più di qualche fugace preghiera al dio degli inganni nella sua mente.
Background: “Badate amici miei, che quella che sto per raccontarvi è una delle più turpi ed oscure storie che abbiate mai sentito. Abbiatene paura, abbiatene timore, perché l’essere di cui sto per raccontarvi esiste davvero. Non avrete ancora compreso, ma è un individuo che conoscete tutti quanti, o di cui almeno avrete sentito parlare. Egli lavora alla corte del nostro sommo Re Gert, a cui tutti dobbiamo rispetto e onore. Egli è il consigliere, lo sciamano e l’ingannatore del re, Thorsten Quorthon. Ingannatore ho detto? Sì, è proprio così, poiché egli non è altro che un falso profeta, un falso inviato dagli dei! Come posso garantirvi quello che sto dicendo? Questo perché la storia del malvagio sciamano io l’ho vista e vissuta, poiché io e lui proveniamo dalla stessa terra lontana. Egli è nato nella tribù di Viddengel come figlio primo del capotribù Steffen Quorthon, onorevole e potente guerriero che ora sono sicuro sia nel Valhalla a banchettare a fianco di Odino. Thorsten era un ragazzo forte e sicuro di sé, ma mancava di qualcosa che gli altri ragazzi del suo villaggio avevano: l’onore e la gloria. Egli era un buon guerriero, sapeva maneggiare le armi con sufficiente maestria, ma gli insegnamenti di suo padre sul rispetto e sul combattimento non avevano fatto mai presa su di lui. Anche io ero lì, ad allenarmi con gli altri ragazzi, ma già allora qualcosa negli occhi di Thorsten mi diceva che c’era un male oscuro in lui.
All’età di sedici anni, quando eravamo già forti uomini del villaggio, accadde che un drago dalle scaglie bianche come il ghiaccio prendesse la nostra terra come suo terreno di caccia. Il bestiame spariva, donne e bambini venivano rapiti per essere divorati e le numerose preghiere ad Odino non poterono fare nulla contro una bestia del genere. Gli uomini più forti del villaggio, tra cui sfortunatamente non figuravamo né io né il temuto sciamano, imbracciarono armi e scudi per andare a uccidere la belva. Tornarono dopo cinque giorni. Solo uno di loro era morto e portavano come trofeo un drago bianco appeso ad un palo. Il drago misurava circa un metro e mezzo di lunghezza, le sue scaglie erano lucenti e la sua testa affilata. La gioia prese il sopravvento sulla ragione e tutti pensarono che la belva era finalmente stata uccisa, senza badare alle sue piccole dimensioni. Quando il cadavere del drago venne portato al centro del villaggio, vidi Thorsten fissarlo con sguardo lubrico, voglioso, malvagio. Steffen decise che il cadavere sarebbe stato bruciato il giorno successivo e offerto ad Odino. Rimasi a fissare la casa di Steffen tutta la notte, temendo quello che avrebbe potuto fare Thorsten, che sapevo stesse macchinando qualcosa. Nel cuore della notte lo vidi uscire di casa e recarsi alla stalla dove il cadavere del drago era tenuto e nella mano destra teneva un pugnale. Mi avvicinai e spiai tra le imposte il malvagio Thorsten compiere l’insano gesto: piantò il pugnale nel petto della creatura morta e, estratto il cuore gelido e grondante sangue scuro, lo divorò. Poi, soddisfatto dell’insano gesto, tornò alla sua dimora.
Rimasi alcune ore al caldo della paglia, ad osservare la creatura ormai priva del cuore. Solo un essere infame e malvagio avrebbe potuto divorare il cuore di un drago al fine di ottenerne il potere.
Era poco prima dell’alba quando un forte rumore, seguito da delle urla, mi fece risvegliare dalla mia condizione catatonica. Come dissi, il drago che i guerrieri avevano cacciato era troppo piccolo, solamente un cucciolo, e la madre venne a reclamare la sua vendetta.
Ella urlò con la sua voce gutturale, dicendo di chiamarsi Malkantharbiss la Sfregiata, e che il villaggio sarebbe stato distrutto per aver osato provocarla. Cosa accadde dopo lo ricordo solamente nei miei incubi. Tutto il viaggio venne ricoperto da una violenta bufera di ghiaccio e neve, a cui solamente due persone riuscirono a sfuggire: io e Thorsten. Vagando per il villaggio, vedendo i corpi dei guerrieri congelati, vidi chiaramente Thorsten correre per le strade brandendo un’arma. La draghessa lo vide e, allora non seppi il motivo, lo afferrò tra i suoi artigli, portandolo in alto, nel cielo, e scomparendo nel buio della notte. Pensai di essere l’unico sopravvissuto e quando l’alba arrivò iniziai a vagare dapprima tra le case e i guerrieri fatti a pezzi, poi per le desolate terre intorno al villaggio.
Vagai e vagai fino a giungere ad una caverna di ghiaccio, su un picco vicino. Lì assistetti alla verità: Thorsten era vivo e in compagnia della draghessa. La vidi bene in quel momento: un’antica cicatrice le marchiava il muso in un reticolo simile a quello di una ragnatela ghiacciata. L’uomo era invece ferito, ma vivo. Sentii la draghessa parlargli, dirgli che in lui aveva riconosciuto l’odore di suo figlio, che d’ora in poi lui sarebbe stato suo figlio. Vidi Thorsten inchinarsi, rinnegare i suoi padri e accettare la matrigna, chiedendo di diventare potente e rispettato come lei.
Scappai per le vallate, solo per grazia degli dei riuscii a raggiungere un villaggio e a ricostruirmi una vita. Per molti anni, quasi dieci, non rividi più Thorsten Quorthon e l’infame draghessa, tanto che credetti che fosse morto, oppure di aver sognato tutto.
Lo rividi poi a Jerness, a fianco di Re Gert. Egli si definiva sciamano, benedetto dagli dei e dotato di poteri arcani. Poteri a cui ho personalmente assistito e che posso solo definire blasfemi e forniti dalla malvagia draghessa. Anche il suo aspetto era cambiato, più ferino, malvagio e dalla forma di un drago. Egli è riuscito a distorcere e ingannare la somma saggezza di Re Gert e ora governa al suo fianco, facendo sfoggio di tutta la sua malvagità. Questo è quanto so su Thorsten Quorthon e quanto so quindi sul consigliere che abbiamo: assassino, alleato dei draghi e blasfemo stregone. Un individuo che è arrivato a rinnegare il proprio padre. Per cui badate, amici, badate a ciò che sentirete su quest’individuo e fate in modo che prima o poi, per mano di qualcuno guidato dagli dei, la sua malvagità abbia finalmente fine.”

Peder, il menestrello autore di questa storia, venne trovato morto in un canale di scolo di Jerness due settimane più tardi. Il corpo era stato percosso con violenza tanto che molte ossa erano state infrante e il volto era privo di mascella e lingua. Il consigliere Thorsten Quorthon è stato visto da quel momento in poi con l’osso di una mascella umana legato alla cintola. Re Gert disse ai suoi uomini di non far procedere le indagini sull’omicidio, poiché la sorte di Peder era quella scelta dagli dei per coloro che hanno la lingua menzognera.

domenica 19 settembre 2010

Il Gran Buffet


L’assenzio è un liquore dolce. Quando il verde liquido infuocato scende nella gola, fino a incontrare le immacolate pareti interne dello stomaco, ti senti soffocare e rinascere allo stesso tempo. La tua gola si stringe e ti senti come dopo giorni e giorni di tosse violenta. Lo stomaco grugnisce, non sapendo come accogliere una sostanza così nociva e allo stesso tempo perfetta. La mente si appanna, quando i fumi dell’alcool iniziano ad entrare in circolo nel flusso sanguigno. Ti senti privo di forze, come un malato sul letto di morte, ma allo stesso tempo ti senti anche come quando l’aria bruciante del tuo primo respiro di vita si insinua a forza nei polmoni, mentre sei ancora coperto del sangue di tua madre.
Esattamente come volevo sentirmi in quel momento.
Quel bar in periferia era tutto tranne che il posto ideale in cui passare la notte. L’interno era tutto il legno e marmo lucido, le pareti tappezzate di imitazioni di quadri d’autore. Il pavimento tirato a specchio. Ma le facce dei suoi avventori… avevano qualcosa che non andava. Facce macilente, come se tutti loro fossero malati, oppure prossimi alla morte. Ma allo stesso tempo, i loro occhi erano pieni di felicità. Il genere di felicità che hai quando sei grato di essere ancora vivo.
Avevo appena finito di bere il secondo assenzio, quando al mio fianco udii una voce femminile, bassa e calma. Sembrava quasi che la proprietaria di quella voce fosse strafatta di morfina.
“Altri due. Offro io al signore qui di fianco.”
La guardai. Una donna di media statura, dai capelli scuri, sulla trentina. La pelle era del colore del miele, le forme non perfette ma senz’altro notevoli. Indossava una gonna bianca e lunga, e sopra di essa una camicetta dello stesso colore. L’unica nota dolente del suo bel corpo era dato dalla manica del braccio sinistro: penzolava dalla sua spalla come un serpente morto appeso ad un albero. Era sgonfia. L’intero braccio doveva essersi preso una bella vacanza permanente dal resto del suo corpo. I suoi occhi verdi brillavano, come quelli del resto degli avventori
“A cosa devo questo onore?” le chiesi.
“Dalla tua espressione sembra che tu abbia un forte bisogno di bere, ma non hai abbastanza soldi per poterti permettere di ubriacarti. Hai trovato la tua samaritana.”
“Hai ragione” mentii. Potevo permettermi tutti i drink che volevo. “Sei una vera psicologa. Ti ringrazio.”
“No, non farlo. Non sai ancora se la mia buona azione ti porterà del bene o del male. Potresti ubriacarti in maniera talmente pesante da avere un brutto incidente andando a casa. E allora odierai me e quel drink di troppo.”
Annuii, guardando la sua manica morta e chiedendomi se le sue parole erano frutto di una qualche esperienza personale.
Si sedette di fianco a me, senza altre parole. I due bicchierini colmi del verde liquido fiammeggiante arrivarono. Placai le fiamme e lo tracannai, non badando al calore infernale che emanava. La mia compagna di bevute fece lo stesso.
“La scorsa settimana sono stato licenziato dall’ospedale. Sono un chirurgo, e ho fatto morire un paziente di troppo. E oggi mia moglie se ne è andata” dissi. “Sta andando tutto in vacca. Quindi sono andato nel primo bar mai visto che ho incontrato e ho iniziato a bere.”
“Per buttarti ancora più giù? Qual è il senso di tutto ciò?”
“Che intendi?”
“Intendo dire, se sei così tanto nella merda, perché vuoi buttarti ancora più nella merda bevendo?”
“Credo che quando sei nella merda non devi tentare di mantenerti a galla. Affonda. Sotto troverai di sicuro un appoggio solido con cui darti la spinta necessaria a lanciarti fuori. O almeno è così che la penso io.”
“E se non ci fosse un appoggio?”
“Allora non avrebbe neanche senso nuotarne fuori, non ti pare?”
“Riconosco queste parole” disse lei sorridendo. “Sono le mie.”
Annuii e alzai lo sguardo. I suoi occhi brillavano.

Prendemmo una stanza d’albergo e scopammo per tutta la notte. Nonostante avesse un braccio in meno, al buio non notai la differenza. Riuscii a vedere di sfuggita la cicatrice che aveva all’altezza della spalla: un taglio netto e poi ricucito con precisione chirurgica. Di diversi mesi, forse anni prima. Troppo buio per dirlo.
Il mattino dopo, quando mi svegliai, la trovai già vestita. Stava sgattaiolando fuori dalla porta, sperando che non la vedessi.
“Te ne vai di già?” le chiesi.
“Si, devo andare. E non so se ci rivedremo.”
“Toglimi una curiosità. Cosa hai fatto al braccio?”
“Vuoi davvero saperlo?” chiese con voce seria. Io annuii.
“Rivediamoci questa sera allo stesso bar. Te lo mostrerò.”
Si voltò e senza dire altro, se ne uscì sbattendo la porta.
E non so ancora come si chiama, pensai.

Fino all’ultimo non seppi se tornare in quel posto. Potevo tornare indietro, tentare di fare pace con mia moglie e porre fine a questa storia. Ma sentivo di non aver ancora toccato il fondo della mia piscina di merda personale.
Ci ritornai. Le facce erano le stesse della sera prima e lei era seduta allo stesso tavolo. Mi aspettava con un bloody mary davanti a sé e un altro davanti al posto che sarei presto andato ad occupare. Mi sedetti e lei mi fissò.
“Bevi. Ti servirà” disse.
Trangugiai il mio drink. Lei non sembrava essere intenzionata a toccare il suo. La fissai per qualche istante, poi lei si alzò.
“Seguimi” mi disse. Lo feci senza chiedere spiegazioni. Ci dirigemmo verso i bagni del locale. Di fianco alla toilette delle signore, c’era una grande porta di ferro con un minaccioso avviso di Vietato l’Ingresso scritto sopra con un pennarello. Bussò alla porta. Una bussata strana. Tre veloci, tre lente e tre veloci. S.O.S. La porta si aprì dopo pochi secondi.
Un massiccio nero vestito con un elegante completo attendeva dall’altra parte. Sorrise alla donna.
“Bentornata, madame. Ha con sé un ospite?”
“Si John. Lui è un mio amico. Non penso che giocherà stasera, ma non si può mai dire. Ci si può fidare di lui.”
John annuì e si fece da parte. Proseguimmo per un lungo corridoio.
Giungemmo ad una piccola stanza. C’era un tavolaccio di legno con due sole sedie. Due uomini erano seduti e stavano giocando a poker. Uno era un anziano dai capelli grigi. L’altro era più giovane e dallo sguardo evidentemente preoccupato. Ci degnarono di uno sguardo infinitesimale, poi ritornarono al loro gioco. La mia compagna si fermò e li osservò in silenzio.
“Coppia d’assi” dichiarò il giovane, con sguardo ora più sicuro. Tra le carte che aveva calato figuravano un asso di cuori e un asso di picche.
Il vecchi annuì, poi calò la sua mano.
“Tris di regine” disse. Vinco io.
Il giovane scattò in piedi, rovesciando la sedia ed appiattendosi contro la parete.
“No… non puoi…”
“Certo che posso” rispose il vecchio. “John! Vieni qui, presto!”
Il gigante nero mi arrivò alle spalle. Guardò il vecchio, attendendo istruzioni.
“Porta il signore in sala operatoria” disse. “Ci deve una mano.”
Il giovane urlò e tentò di scappare. John l’afferrò senza troppi problemi per il collo, facendogli emettere un singulto. Lo trascinò verso un’altra porta, questa aperta, e scomparve dietro di essa. Il vecchio si voltò verso di noi.
“Madame! Che bello vedervi qui, questa sera! E vedo che avete portato un amico!”
“Sì” rispose la mia compagna “potrebbe essere la persona adatta per entrare a far parte di questa follia.”
Il vecchio rivolse un sorriso sdentato verso di me.
“Non mi piace parlare, ma agire. Ti spiegherò come funziona. Qui si gioca a poker. È qui che viene la gente che vuole toccare il fondo. Le scommesse sono molto semplici. Tu scommetti una parte del tuo corpo, e io una certa quantità di denaro. Se vinci tu, ti do il denaro. Se vinco io, mi prendo la parte che hai scommesso. E non tentare di scommettere il culo, non mi piacciono quel genere di cose.”
Rimasi impassibile, con una forte tentazione di fuggire e avvertire la polizia, ma allo stesso tempo morbosamente attratto da quella giocata con la morte.
“Ti farò l’offerta standard per tutti i nuovi giocatori” disse il vecchio. “Diecimila dollari contro il mignolo del tuo piede. Non mi importa quale dei due.”
Rimasi in silenzio, ma non più di qualche secondo. Toccare il fondo. Toccare il fondo.
“Ci sto” risposi.
“Una sola mano” disse il vecchio. “Senza cambio carte. Pura fortuna. Se vinci, ti do diecimila dollari in contanti. Se perdi, nella stanza di là c’è una sala operatoria ben attrezzata, con tanto di macchinari per l’anestesia. Sempre che tu la voglia.”
“Basta cazzate, giochiamo.”
“Distribuisci tu le carte” mi disse.
Mi sedetti e mischiai il mazzo. Cinque carte a testa. Tirai su le mie.
Una coppia di fanti. Non un brutto inizio. La faccia del vecchio era indecifrabile.
“Coppia di fanti” dissi, calando la mano. Il sudore mi imperlava la fronte.
“Sei un uomo fortunato” rispose lui, calando a sua volta. “Io non ho nulla.”
Controllai accuratamente la sua mano, assicurandomi che dicesse la verità.
Lui si alzò, mentre l’altra porta si riaprì e John ne riemerse con il vestito leggermente spiegazzato. Il vecchio si avviò verso una piccola cassaforte a muro e la aprì con una chiave che teneva appesa al collo. Ne estrasse un rotolo di banconote. Venne davanti a me, contò dieci pezzi da mille e me li lasciò davanti.
“Tutti tuoi, campione. Vuoi fare un’altra sfida?”
“No, non ora” gli risposi.
“Come vuoi” disse lui. “Qui sarai sempre benvenuto.”
Il fastidioso rumore di un seghetto da ossa proveniente dall’altra stanza attirò la mia attenzione. Si sentì un urlo strozzato.
“Madame, vuoi giocare tu forse?” chiese il vecchio.
“Non è la mia serata” rispose lei.
“Allora un’altra volta. Io vado ad assicurarmi che tutto vada bene di là. Buona serata.”
John ci accompagnò alla porta. Una volta fuori, rimasi a fissare la mia compagna, con i miei sudati diecimila dollari ancora stretti nel pugno.
“L’ho perso un pezzo alla volta” disse lei. “Prima il mignolo, poi il resto delle dita. Poi l’avambraccio. Infine il braccio fino alla spalla. Non ho sempre perso, sia ben chiaro. Ho guadagnato quasi centomila dollari.”
“Cosa ci trovi in tutto questo?” chiesi.
“Lo stesso che ci hai trovato tu. Ma non è abbastanza. Non gioco da mesi ormai. Ho perso il brivido iniziale. La sensazione di disgusto mista a orrore. Non la provo più. Ormai è diventata una cosa normale, come andare al supermercato o stendere i panni. Non c’è nulla. Cerco qualcosa di nuovo. E forse tu potrai darmelo.”
“Io? Perché io?” le chiesi.
“Pensi come me. Hai giocato anche tu. E sei un chirurgo. Devo solo farti un’altra domanda.”
“Quale?”
“Non sei vegetariano, vero?”

La mia casa in campagna venne completamente attrezzata nel giro di poche settimane. Strumenti per le operazioni chirurgiche, aghi sterilizzati, morfina. Tutto ciò di cui avevo bisogno per assecondare i voleri della mia compagna di cui non sapevo il nome, né lo avrei mai saputo.
Era il grande giorno, e cominciammo. Le anestetizzai una gamba. La sua bella gamba destra, per essere precisi. L’operazione fu dura, ma si concluse nel migliore dei modi. Gliela amputai all’altezza del ginocchio. Con un pezzo di carne come quello, avremmo avuto da mangiare per più di una settimana.
La assaggiammo in tutti i metodi: al forno, allo spiedo, anche cruda. Sapendo che proveniva da lei, il suo gusto mi sembrava sempre dolce. Lei era soddisfatta, e anche io. Nelle settimane seguenti, continuammo il nostro gioco.
Scoprii i vari gusti del suo corpo: alcuni salati, altri dolci. Ma tutti buoni allo stesso modo. Lei era contenta, diceva che quella era la migliore cura dimagrante che avesse mai fatto: mangiava quanto voleva e non ingrassava.
Dopo diversi mesi, non c’era quasi più nulla da mangiare. Gli arti erano stati consumati. I seni, gli occhi, stessa cosa. Le avevo addirittura estratto un rene. L’ultima cosa che mangiammo fu la sua lingua. Non poteva parlare, ma mi esprimeva la sua gratitudine sorridendo con quella sua meravigliosa bocca.
Fino a che non capii che era ora. L’ultimo pasto sarebbe toccato a me, e a me solo. Lei non sarebbe sopravvissuta per poter degustare le delizie di quell’ultimo banchetto.
Mi dispiace tesoro, non sono riuscito a completare ciò che mi avevi chiesto. Ho provato a mangiare tutto, ma forse sono ancora troppo legato alle cose terrene, mia cara. Parlo del tuo amore mia bella, del tuo amore. Perché noi ci amavamo, mia cara. Il tuo cuore. Non ce l’ho proprio fatta.
Lo tengo ancora nel freezer.

Ebbene sì...

Ci riproviamo anche questa volta. Era da un po' che sentivo l'esigenza di scrivere, raccontare, rivelare a qualcun altro le storie bizzarre, fantastiche, squallide, orripilanti o realistiche che mi vengono in mente e che sento l'esigenza di scrivere. Altri luoghi non mi soddisfacevano, così ho deciso di cercare la strada da queste parti. Questo blog prende il nome da Il Gran Buffet, il primo racconto che mi è stato pubblicato su un libro edito dalla ePress. Ed è anche il primo racconto che vado a riproporvi in questa carrellata di miei pensieri e scritture.

Vi auguro buon divertimento, sperando che tutto ciò sia di vostro gradimento...