giovedì 31 luglio 2014

Il Peggior Doposbornia Della Mia Vita



“Due pinte di birra. La triplo malto nanica, e anche in fretta.”
“Cletus, ne hai già bevute cinque”, disse sconsolato l’oste.
“E con questo? Voglio le mie due pinte di birra.”
“Ma che te ne fai di due pinte, sei al tavolo da solo, non puoi prenderne una e quando l’hai finita ordinare la seconda?”
“E va bene, portami tre pinte di birra!”, ruggì Cletus Crane, sbattendo il boccale vuoto sul tavolo.
“Vedi di non causarmi problemi, Cletus”, disse l’oste scuotendo la testa, poi girò sui tacchi e si recò in direzione delle botti.
La serata era iniziata nel migliore dei modi. Cletus si era svegliato al tramonto, con un incredibile cerchio alla testa causato dai bagordi che si erano protratti fino al mattino precedente, e si era recato alla Pulzella Quasi Vestita per riprendersi dal dopo sbornia con l’unico metodo che conosceva: continuare a bere!
Era la quinta sera di fila che si recava in quel posto. Cletus, che di mestiere faceva l’avventuriero, ma all’occorrenza anche il mercenario, il brigante, la guardia del corpo e innumerevoli altri mestieri di cui millantava una decennale esperienza, era un omaccione grande, con la testa rasata e una considerevole pancia frutto di una lunga relazione amorosa con l’alcool. Solo i più attenti avrebbero potuto notare il sangue di orco che gli scorreva nelle vene: il naso porcino, i canini più lunghi nel normale e la mascella sporgente erano gli unici indizi. Sicuramente non era frutto di una violenta relazione tra un’umana e un orco, molto più probabile che il mostro cannibale fosse stato suo nonno, o forse il suo bisnonno. Ma finché qualcuno non glielo faceva notare, la cosa non gli importava molto.
Cletus era disoccupato da quasi tre settimane. I guadagni della sua ultima impresa erano stati meno di quanto si aspettasse, ma d’altronde poteva capire l’astio di quel nobilotto a cui aveva fatto da guardia del corpo quando aveva scoperto che sua figlia diciassettenne, a cui aveva fatto mettere una cintura di castità e che non poteva allontanarsi dal palazzo neanche per un pic-nic con le amiche, era gravida. Quando Lord Thaumbel aveva convocato un divinatore per individuare il responsabile, Cletus aveva capito che la situazione stava diventando troppo grossa persino per lui (esattamente come quando Claire Thaumbel aveva urlato “ma è troppo grosso!”), così era sparito assieme all’argenteria e a un paio di arazzi di seta.
La taglia sulla sua testa nella provincia di Kora si aggirava sui cinquecento pezzi d’oro.
Ripensando alla vicenda si fece una sonora risata, che attirò l’attenzione degli avventori del locale. Cletus ne riconobbe qualcuno. C’erano il miliziano a cui aveva fatto un occhio nero due sere prima, il nano a cui aveva vomitato addosso non ricordava bene quando (forse ieri sera?) e la giovane serva con due bocce considerevoli che gli aveva detto che era un porco, che puzzava di merda e che poteva andare ad affogarsi nel porto. Uno dei migliori complimenti che avesse mai ricevuto.
Finalmente l’oste gli mise di fronte i due boccali pieni di birra. L’avventuriero ne afferrò uno, trangugiò il contenuto in una sorsata, piantò un sonoro rutto e si dedicò immediatamente all’altro. Decise di degustare la settima birra con più calma, perché cominciava ad essere brillo, e quando Cletus Crane era brillo era sempre bene che avesse un boccale sotto mano. Solitamente, per tirarlo in testa a qualcuno che voleva fare lo sbruffone o che voleva fargliela pagare per qualcosa.
L’avventuriero assaporò le bollicine della birra, e pensò che la pacchia sarebbe durata ancora per poco. I soldi stavano per finire, presto avrebbe dovuto rimettersi in cammino a cercare fortuna, il che significava niente alcool e puttane fino a che non l’avesse trovata.
Per la prima volta nella sua vita, decise di giocare d’anticipo. Si alzò dallo sgabello e con un balzo felino salì in piedi sul tavolo.
“Io sono Cletus Crane – annunciò ad alta voce, catturando l’attenzione di tutti i presenti – e cerco lavoro. Sono il migliore avventuriero che possiate trovare da qui a Soira Madhera. Cerco qualcuno che finanzi le mie prodigiose imprese. Chi è con me?”
“E che cosa sai fare, a parte bere come un cammello?”, disse il miliziano con l’occhio nero, scatenando le risate di tutti i presenti.
“Riempire di legnate gli stronzi”, rispose Crane. Senza alzare la voce.
L’oste si mise una mano sugli occhi e scivolò sotto il bancone. Aveva il sentore che presto la Pulzella Quasi Vestita sarebbe stata sfasciata di nuovo.
Il miliziano, che era alto e magro, avanzò in direzione di Cletus, che di tutta risposta saltò giù dal tavolo.
“Hai il coraggio di ripeterlo?”, disse Occhio Nero.
“Riempire-di-legnate-gli-stronzi – scandì Cletus – stronzi di vacca aggiungerei, sono quelli che puzzano di più.”
“Questa volta non esci vivo da qui”, minacciò il miliziano.
“E chi mi ammazza? Tu non sai con chi hai a che fare.”
Occhio Nero fece un cenno con la mano, e due individui si fecero avanti tra la folla che aveva fatto cerchio attorno ai due. Entrambi portavano le divise della milizia. Uno era un piccoletto con la faccia da topo, mentre il secondo era alto, molto magro e aveva orecchie a punta che indicavano la presenza di sangue elfico. Occhio Nero estrasse un coltello dalla cintola.
“Scommetto due monete d’oro sui miliziani”, disse qualcuno tra gli spettatori.
Cletus non esitò nemmeno un istante. Si voltò verso il mezzelfo e gli schiantò il boccale di birra in piena faccia. I frammenti di coccio si infilzarono nelle sue guancie, e con un grido crollò per terra.
“No, io ne scommetto tre sull’ubriacone!”, gridò qualcun altro.
Occhio Nero balzò in avanti cercando di affondare con il coltello, mentre Faccia da Topo diede due pugni nei reni a Cletus. Il mezzorco incassò il colpo sputacchiando della birra, afferrò il braccio teso di Occhio Nero e lo spezzò con un colpo secco. Il pugnale gli cadde di mano e andò a conficcarsi per terra.
Occhio Nero crollò piangendo e guardandosi il braccio spezzato. Faccia da Topo osservò Cletus con espressione sconsolata.
“I casi sono due. O mi paghi da bere finché non crollo, o ti riduco come il tuo amico. Pensaci bene”, disse Crane.
Tre minuti dopo, Cletus era seduto al bancone con quattro boccali pieni di birra davanti a sé. I due miliziani feriti erano stati portati via dal loro amico, e alla Pulzella Quasi Vestita era tornata la calma.
“Quello lì è una bestia”, disse qualcuno degli avventori.
“E pensa che è tutta la sera che beve come se non ci fosse un domani. Avessi dei soldi, lo assolderei come guardia”, disse un altro.
“E che te ne fai di una guardia?”, disse ridacchiando il primo.
Cletus si alzò in piedi, tenendo un boccale per mano, e li alzò al cielo.
“Io sono Cletus Crane, e se vengo pagato faccio qualsiasi cosa vogliate. Mi servono soldi, oro in cambio di servizi. Spaccare culi è il lavoro che mi riesce meglio.”
“Secondo me non li reggi altri quattro boccali”, disse un vecchio. Nella sala scoppiò una risata.
“Che state dicendo? Io ho iniziato a bere alcool quando ero ancora nelle ovaie di mia madre. La vecchia trangugiava due galloni per volta, e io sono venuto su forte.”
“Anche mia sorella ci dava dentro con il distillato di prugne quando era incinta, e infatti mio nipote è nato scemo”, disse un contadino.
“Io sono Cletus Crane – ribadì, come se gli avventori non l’avessero ancora capito – mangio il fuoco di drago a colazione e ho la fava più grande che si sia mai vista a nord delle terre dei giganti. Se dico che posso bere tutte queste birre senza vomitare, vuol dire che è vero. Io non dico mai cazzate.”
“Scommetto un pezzo d’argento che crolli prima”, disse il contadino.
Altri avventori si unirono al coro. Se Cletus ce l’avesse fatta, avrebbe guadagnato l’incredibile somma di undici pezzi d’argento, sufficienti a garantirgli altri due o tre giorni di bagordi.
Il metodo migliore per bere senza risentirne, era bere il più velocemente possibile. Gliel’aveva insegnato un nano quando aveva fatto il cercatore d’oro nel Naghal-Dhun, e sebbene dopo aver trangugiato un intero barilotto di birra di funghi avesse sbrattato il contenuto del suo stomaco come un attore consumato che interpreta una mosca gigante della Gora di Adabellion intenta a vomitare acidi sulla preda, aveva resistito il tempo necessario a vincere alcune scommesse.
Cletus si portò alla bocca i due boccali che stringeva tra le mani, trangugiandone il contenuto. La manovra fu talmente goffa che gran parte della birra si riversò sul suo volto, inondandone i vestiti, ma gli avventori ignorarono l’evento ed esultarono per la buona riuscita dell’impresa.
Afferrò dal bancone i due rimanenti boccali, e tracannò anche quelli, uno per volta. Il suo stomaco stava cominciando a dare segni di cedimento. Quando, soffiando come un cavallo a cui manca il respiro, finì di bere le ultime gocce, dalla folla radunata esplose un boato.
Barcollando si diresse verso gli avventori per raccogliere il compenso. Alla fine del giro aveva tra le mani otto monete d’argento. Alcuni degli scommettitori si erano dileguati, ma Crane era talmente ubriaco che non se ne rese nemmeno conto.
“Posso fare il culo due volte a tutti quanti, nessuno batte Cletus Crane al suo stesso gioco”, disse biascicando e puntando il dito sulla folla.
Nel tornare a sedersi inciampò sul suo stesso sgabello e finì con la fronte contro lo spigolo del bancone. Sentì il sapore del sangue in bocca, si dette dell’idiota per essersi morsicato la lingua e poi svenne.

Quando riprese i sensi, qualche minuto più tardi, si rese conto di essere a faccia in giù in una pozza del suo stesso vomito. Il sangue che gli usciva dalla fronte si era mischiato ai liquidi marroni che inondavano il pavimento, e la folla era radunata attorno a lui con aria preoccupata.
Nonostante avesse rimesso buona parte della birra bevuta quella sera, si sentiva ancora straordinariamente brillo, e soprattutto non sentiva alcun male alla testa.
Si accorse che un uomo gli stava frugando nelle tasche e tentò di mandarlo via con una sventola, ma colpì solamente l’aria.
“Vattene, ladro! Se ti prendo ti faccio bere il mio vomito…”, biascicò.
“Ma che ladro e ladro! – disse il contadino – hai vomitato tutto quanto, mentre eri svenuto. E ora mi riprendo i miei soldi.”
“Quelli mi servono per bere, accidenti a te! Accidenti a tutti voi!”, disse tirandosi in piedi. Con la fronte piena di sangue e i vestiti sporchi di vomito assomigliava a una qualche specie di mostro della palude.
“Figlio di puttana, mi hai spaccato il bancone con la tua testaccia maledetta!”, gridò l’oste.
Cletus si voltò nella sua direzione. Effettivamente, nel punto in cui aveva sbattuto la testa, si era formata una grossa crepa che aveva staccato dal bancone un bel pezzo di legno. Doveva aver preso una botta considerevole, ma non sentiva alcun dolore. Si sentì benedetto dagli dèi. Tra i fumi dell’alcool, pensò che la magia dei nani, quella che rendeva quei piccoli bastardi così forti, doveva essersi estesa anche alla birra che stava bevendo, per averlo fatto diventare così resistente. Ridacchiò divertito e sputò per terra.
“Cletus Crane ha la testa più dura di… di…”
Vomitò di nuovo, riversandosi il contenuto dello stomaco sulle scarpe.
“La testa più dura del suo culo”, disse un avventore. Tutti in taverna iniziarono a ridere.
“Ah sì? Ve lo dimostro! – gridò Crane, poi si dette un pugno sulla fronte ferita – posso spaccare qualsiasi cosa con la testa! Qualsiasi!”
Nonostante il colpo fosse stato violento, non aveva sentito alcun male.
Dall’altro lato della stanza volò un boccale di coccio, che andò a schiantarsi sulla testa del mezzorco, coprendolo di birra. Lui di nuovo non sentì il minimo dolore, e sorrise sardonico in direzione di chi gliel’aveva tirato.
“Un argento! Mi devi un argento! Qualcun altro vuole farsi avanti?”
I boccali iniziarono a piovere come nel famoso uragano che devastò Saul nel 1.156. Cletus allargò le braccia e ricevette la scarica di cocci come un vero eroe. Arrivato al tredicesimo boccale, perse il conto di quanto gli dovevano gli avventori, ma l’alcool nel corpo gli suggerì che non doveva preoccuparsene, perché avrebbero pagato comunque.
La tempesta di colpi si fermò solo quando tutti i boccali della Pulzella Quasi Vestita furono ridotti in frantumi ai piedi di Crane. L’oste stava piangendo tenendosi appoggiato a una parete, mentre gli avventori stavano parlottando ammirati tra di loro.
“Avete visto? Io sono immortale! Io sono un eroe! Io sono…”
“Scommetto che c’è qualcosa più duro di te!”, disse qualcuno.
L’avventuriero cercò con lo sguardo chi aveva parlato. Era un ragazzo dai capelli color paglia, che identificò come lo stalliere che lavorava in fondo alla strada. Cletus gli aveva lasciato in custodia la sua mula, qualche giorno prima.
“Di sicuro la mia fava è più dura della mia testa!”
“Non ne dubito, ma scommetto cinque pezzi d’oro che io ho qualcosa che tu non puoi rompere.”
“Ucciderò chiunque! Spaccherò tutto! Quei cinque pezzi d’oro sono già in mano mia!”
Lo stalliere gli fece cenno di seguirlo. Tre avventori dovettero aiutarlo a reggersi in piedi, ma lui proseguì con il petto gonfio come un tacchino e andò dietro al ragazzo, che lo condusse fuori dalla taverna, fino alla stalla dove lavorava. L’odore di feci e paglia ammuffita fecero venire a Cletus un altro conato di vomito, che riuscì a reprimere.
I tre uomini che l’avevano accompagnato lo mollarono, e lui rotolò sul pavimento. Ci mise qualche minuto a rialzarsi, giusto per vedere che lo stalliere stava conducendo verso di lui una capra da galoppo. I nani del nord utilizzavano quelle cavalcature, delle enormi capre alte al garrese quanto un cavallo, per muoversi agilmente sulle montagne. Anche se erbivori, erano animali piuttosto aggressivi e permalosi, difficili da domare.
“E quella da dove salta fuori?”
“Il nano che me l’ha lasciata in custodia non è mai tornato. Forse è finito accoltellato in qualche vicolo. Scommetto che la sua testa è più dura della tua.”
Cletus osservò la capra, e la capra sbuffò verso di lui. Il mezzorco lo prese come un gesto di sfida.
“Hai detto cinque pezzi d’oro”, disse allo stalliere puntandogli il dito contro. Il ragazzo tirò fuori dalla tasca i dischi di metallo luccicante.
“Come promesso, cinque pezzi d’oro. Sempre che tu non muoia.”
Crane si guardò intorno, e vide che tutti gli avventori della taverna si erano precipitati alla stalla. Nessuno di loro voleva perdersi uno spettacolo del genere.
“State per assistere al più grande spettacolo che si sia mai visto nelle strade di Assamar!”, gridò Crane. L’unica risposta furono le risate degli avventori e il nitrito di un cavallo. Il caprone raspò il terreno con gli zoccoli: con tutta quella gente intorno, stava cominciando a irritarsi.
L’avventuriero prese due profondi respiri e si posizionò a novanta gradi, con la testa rivolta verso quella della capra, che in tutta risposta sbuffò e allineò il cranio con la schiena preparandosi a colpire.
Lo stalliere riuscì a stento a frenare il suo impeto, tenendola per le redini.
“Quando vuoi la mollo”, gli disse.
“Io sono indistruttibile! Io sono lo sventra capre!”, urlò Crane a squarciagola, poi caricò.
L’impatto fu tremendo.

A svegliarlo furono una luce molto forte e il cinguettio degli uccellini. Si sentiva vagamente intorpidito, ma completamente riposato, come se si fosse svegliato da una lunga notte di sonno.
La luce del sole lo abbagliò, e la prima cosa che vide furono le chiome degli alberi che si muovevano sopra di lui. Gli ci volle qualche momento prima di capire che era sdraiato in un carro. Si tirò a sedere, e vide che un uomo incappucciato stava conducendo il mezzo, trainato da un cavallo pezzato e dalla sua mula, che sembrava essere in buone condizioni. Tutt’attorno la strada era circondata dagli alberi, e si trovavano in aperta campagna.
“Dove accidenti sono?”
“Prima di tutto ben svegliato – gli disse l’uomo – complimenti, hai avuto quello che volevi.”
“Ora mi dici chi diavolo sei, altrimenti ti spacco il culo e ti faccio mangiare la tua stessa merda”, disse Crane. Senza alzare la voce.
L’uomo si voltò nella sua direzione. Aveva il volto lungo, la barba sfatta e una cicatrice sulla guancia.
“Ti ho salvato la vita, sappi solo questo. Stavi cercando un lavoro, vero? L’hai trovato.”
Cletus si tastò la fronte. Non aveva più la ferita causata dalla caduta contro il bancone.
“Cos’è successo alla capra?”
“Ah sì, la capra. Penso che a quest’ora alla Pulzella Quasi Vestita si stiano ingozzando di arrosto. Ho visto tutta la scena, testa contro testa, una cosa incredibile. Abbiamo sentito uno schiocco, e abbiamo pensato tutti che il tuo cranio si fosse aperto in due. Effettivamente così è successo, e c’è mancato veramente poco che il tuo cervello venisse sparso per tutta la stalla, ma poi ci siamo accorti che anche la capra era crollata per terra. Le hai spezzato di netto il collo.”
“Come, la mia testa si è aperta? La birra magica mi ha fatto diventare la testa indistruttibile, non può essere successo. E poi adesso sto bene, quindi come…”
“Ma che birra magica, pezzo d’asino! Eri ancora cosciente dopo la botta, hai borbottato qualcosa sullo spaccare la testa di un toro a colpi di fava e poi sei svenuto. Ho trascinato il tuo corpo fino al tempio di Farkaon, due isolati più in là, e ho tirato giù dal letto quel poveraccio del sacerdote per fargli fare un miracolo. Sei ancora vivo grazie a me e a lui, geniaccio.”
Cletus si guardò le mani, poi strinse il pugno e se lo diede sulla fronte. Il dolore fu tremendo, e si propagò per tutte le ossa del suo corpo. Lanciò un grido strozzato.
“Ma che fai, imbecille?”, gridò il conducente.
“La mia testa è tornata come prima! Ma che mi hai fatto?”
“Io proprio niente, ma l’ho chiesto al sacerdote – disse lo sfregiato ridacchiando – quando sei scivolato contro il bancone ti sei leso un’area del cervello, quella adibita alla ricezione del dolore. In sostanza, hai preso una botta talmente forte che non sentivi più nulla. L’alcool ha fatto il resto.”
Cletus rifletté sugli avvenimenti della sera precedente. Ora tutto aveva un senso.
“Perché l’hai fatto?”, chiese al conducente.
“Perché chiunque sia così pazzo da prendere a testate una capra è l’uomo giusto che fa per me. Hai detto di essere un avventuriero, e si da il caso che io sappia dove si trova una tomba nanica piena di gioielli, che sta solamente attendendo che qualcuno vada a depredarla.”
“Hai trovato l’uomo giusto. Cinquanta e cinquanta.”
“Settanta e trenta. E dalla tua parte scalerò anche i soldi che ho dovuto dare al sacerdote per farti rimettere insieme la testa.”
“Ci sto. Conta su Cletus Crane”, disse, gonfiandosi come un tacchino.
“Niente alcool fino a che non avremo finito il lavoro.”
“Fanculo! – esclamò risentito – questo è il peggior dopo sbornia della mia vita!”

sabato 10 maggio 2014

Metamorfosi di una Specie



È successo quasi vent’anni fa, ma ricordo ogni dettaglio come se fossero passate solo poche ore. È stata la giornata più importante dell’ultimo secolo, dell’ultimo millennio… ma che dico, la giornata più importante da quando le prime creature unicellulari sono strisciate fuori dal brodo primordiale!
Ogni volta che ripenso a quel giorno, cuore e mente mi si illuminano e riesco a provare l’intera gamma di sensazioni avute allora… paura, stupore, meraviglia e un profondo senso di simbiosi con l’intero universo.
Sì, sto parlando del Primo Maggio del 2015, il giorno in cui gli Ipkhiss decisero di mostrarsi all’umanità.
Voi all’epoca eravate piccoli, ed è probabile che non ricordiate molto di quegli avvenimenti. Credo che la maggior parte di voi abbiano passato quella giornata chiusi in qualche armadio, o in cantina, a fianco dei propri genitori, incollati alla televisione per seguire gli ultimi sviluppi.
Quando tutto è successo io mi trovavo davanti a casa di un amico, e stavo aspettando che uscisse perché quel giorno saremmo dovuti partire per un viaggio…

Come al solito, Lil era in ritardo. Ero arrivato davanti a casa sua in perfetto orario, gli avevo fatto squillare il cellulare, lui mi aveva risposto con un messaggio con scritto “Arrivo”, ed ero rimasto lì fuori ad aspettarlo per interminabili quindici minuti. Faceva così ogni santa volta, mai che lo trovassi fuori casa ad aspettarmi, o almeno con le scarpe già infilate e pronto a uscire. Alcune volte avevo persino provato ad arrivare in ritardo (e sono sempre stato una persona molto puntuale, quindi arrivare in ritardo, anche se perfettamente programmato, mi dava enormemente fastidio), ma non era cambiato niente. Dopo quindici minuti di attesa usciva, si scusava per avermi fatto aspettare e la volta dopo la situazione era identica.
Come se aspettare di fronte a casa di una persona sia divertente. Non lo è per un cazzo, ti sembra di stare sprecando la tua vita. Ti mette il malumore per il resto della giornata.
O forse ero solamente io ad avere dei seri problemi.
Finalmente Lil uscì di casa, con un borsone sulle spalle, il sacco contenente la tenda da campeggio in una mano e la bandiera della Svezia annodata intorno all’altra.
Tutte le volte che andavamo in qualche posto, che fosse un concerto o, come in questo caso, una festa celtica, Lil si portava dietro la bandiera della Svezia. Lui non era nemmeno mai stato in Svezia, ma sapeva parlare lo svedese, ed eravamo convinti che gli Svedesi fossero dei grandi. Il gelido nord, i vichinghi, l’idromele e i miti Asgardiani, erano tutti argomenti che ci interessavano, e un po’ per gioco, un po’ per passione, avevamo gli stati del Nord Europa sempre nel cuore.
“Bella, scusa per il ritardo”, mi disse entrando in auto.
“Vai tranquillo – risposi io, cercando di trattenere uno sbuffo – pronto per spaccare tutto?”
“Ci spaccheremo noi, come al solito.”
“È proprio questo il bello”, gli risposi io sogghignando.
Mettemmo su il nuovo cd degli Alestorm e partimmo. Dopo pochi metri, nella macchina si respirava già un’atmosfera goliardica.
Ogni anno in quel periodo, si teneva una festa celtica della durata di tre giorni a poche decine di chilometri dalla nostra città. Per tre giorni i druidi benedicevano i campi, eseguivano rituali e tenevano simposi sulla religione e sul culto della natura.
Per quelli come me e Lin, la festa era un’occasione per piantare la tenda da qualche parte, comprare diversi litri di birra e idromele e bere fino allo svenimento. Il tutto senza essere disturbati da vigilanza, parenti e impegni per tre giorni consecutivi. Alcuni probabilmente penseranno che sia squallido, ma in realtà non era così. Prima di tutto, non eravamo solamente noi due: alla festa ci stavano già aspettando diversi amici. Secondo, non eravamo i soli a comportarci così: almeno quattro su cinque dei presenti avevano lo stesso obbiettivo. Terzo, non eravamo degli stronzi. Non era nostra intenzione andare a disturbare i druidi, combinare casini o far scattare risse.
Volevamo solo ridere, scherzare, bere e divertirci intorno a un fuoco per tre giorni, senza pensare a nulla. In un certo senso, quello che eravamo in procinto di fare era un buon auspicio. Di lì a pochi anni tutti gli abitanti della Terra avrebbero avuto la nostra stessa possibilità. Un’unica, eterna festa per tutti.
La realtà che ora tutti conosciamo.

Vedete ragazzi, ogni tanto mi trovo a chiedermi dove sarei ora se gli Ipkhiss non si fossero mai rivelati, o se i governi fossero riusciti a insabbiare la loro venuta con qualche farsa.
Con tutta probabilità, sarei morto. Non penso che avrei potuto sopportare la vita fino a questa età. Non mi ritenevo un depresso, avevo i miei alti e bassi ma ero una persona abbastanza allegra. Ma più gli anni passavano, più mi rendevo conto che alla mia vita mancava qualcosa. È una sensazione tremenda, sapete? Capire che la tua vita non è completa, avere la netta sensazione che quello che ti manca sia lì davanti a te, che stia solo aspettando che tu lo afferri, ma non riuscire a distinguerlo dalla massa di ciò che lo circonda. E a poco a poco, rendersi conto che quella cosa, qualsiasi essa fosse, è scomparsa.
Per questo io tutti i giorni brindo a loro. So che non sono dèi, ma il loro arrivo è stato molto più importante della venuta di Gesù Cristo. Se non altro, ha fatto qualcosa di molto più concreto che portarci duemila anni di oppressione da parte della Chiesa.

Eravamo partiti solo da pochi minuti, quando Lil parlò.
“Devo comprare le sigarette prima di andare.”
“E ricordartelo prima? Il distributore è dall’altra parte della città.”
“Eddai, ci mettiamo cinque minuti, se mi tocca scroccare sigarette per tre giorni sbrocco.”
Sbuffando, invertii la direzione e andai verso l’area abitata. Molti erano in procinto di partire per il ponte del Primo Maggio e le strade erano trafficate. Il tempo, inoltre, non prometteva bene, e probabilmente ci saremo beccati la pioggia.
Mentre attendevo in coda a un semaforo stavo scrutando le nuvole, tentando di capire se fossero solamente passeggere o ci aspettasse un bel temporale, vidi qualcosa lassù in cielo. Sembrava la scintilla di un fuoco d’artificio, di un verde brillante, ma era in alto, troppo in alto. E nel giro di un secondo era sparita, come se non fosse mai esistita.
“Ehi, hai visto?”, chiesi a Lil.
“Cosa?”
“Lassù. Mi è sembrato di vedere qualcosa che volava… qualcosa di brillante.”
Lil scrutò in cielo, ma fummo presi entrambi alla sprovvista quando l’autista del veicolo dietro di noi clacsonò. Era scattato il verde. Silenziosamente ripartii, con la musica dell’autoradio come nostra unica compagna. Il gruppo folk metal scozzese stava cantando di una guerra contro dei calamari giganti che fanno surf.
Dopo una decina di minuti arrivammo al distributore di sigarette, parcheggiai e attesi che Lil uscisse per comprare la sua dose giornaliera, come la chiamavo io.
Alzai di nuovo lo sguardo al cielo, e vidi ancora la scintilla verde, questa volta seguita immediatamente da un’altra. Se il cielo non fosse stato nuvoloso, probabilmente non me ne sarei mai accorto. La scintilla era però più grande di prima, come se qualunque cosa la stesse emettendo avesse perso quota… sì, perché ero abbastanza sicuro di aver visto qualcosa davanti alla scia, come una meteora… oppure un velivolo.
Eravamo vicini all’aeroporto locale (anche se chiamarlo aeroporto era un complimento, era più che altro un piccolo campo d’aviazione per gli amatori) e sentì un rombo. Due elicotteri della polizia ci sorvolarono a bassa quota. Non avevo mai visto in ventotto anni un elicottero della polizia nella nostra città, e ora ce n’erano due contemporaneamente. Stava decisamente succedendo qualcosa di strano.
Quando Lil rientrò in macchina, gli dissi cosa avevo visto. Lui, impegnato a trafficare con il distributore, non si era accorto di nulla. Alla fine mi convinse che non c’era nulla di strano, forse stavano facendo delle esercitazioni. Ripartimmo, questa volta con l’intenzione di non fermarci fino a che non saremmo arrivati alla festa.
Oltrepassammo un paio di rotonde e ci fermammo a un semaforo.
E poi eccoli lì. Ce li ritrovammo praticamente in faccia.
L’astronave di metallo scuro passò sopra di noi a meno di venti metri, lasciando dietro di sé una scia di fuoco verde. Aveva una struttura piatta e rotonda, e in qualche modo mi ricordava il Millenium Falcon di Han Solo, ma era di dimensioni molto più piccole, paragonabili a quelle di un aereo da ricognizione. Sulla parte inferiore era presente una sorta di grande gancio ad uncino, composto dello stesso metallo quasi nero dell’astronave. Glifi e rune in una lingua incomprensibile decoravano completamente la fusoliera, e brillavano del colore dell’oro.
L’astronave era dannatamente veloce, e uno degli elicotteri della polizia che avevamo visto poco prima gli stava dietro a fatica.
Andai a sbattere contro l’automobile incolonnata davanti a me, che aveva inchiodato, e la cosa dette inizio ad un tamponamento a catena. Nessuno si fece troppo male, dato che stavamo percorrendo la strada a non più di trenta chilometri orari.
“Porca putt…!”, urlai, ma il gridò mi si strozzò in gola.
Dal cielo ne piombarono altre. Tutte simili, velocissime e con una scia verde emessa dalla parte posteriore. Tutte avevano glifi tracciati sulla carlinga, ma di forme e colori diversi, come se fossero dei marchi di riconoscimento.
Uscii dalla macchina, e Lil fece lo stesso. Rimanemmo sbalorditi a guardare verso l’alto.
Molta gente intorno a noi si mise ad urlare e si dette alla fuga, e per un attimo fui tentato di fare lo stesso. Ma avevo visto un sacco di film sulle invasioni aliene, ero praticamente cresciuto con Independence Day, e di una cosa ero sicuro: quegli alieni non erano intenzionati ad attaccarci. Ci sorvolavano, compivano evoluzioni nel cielo, volevano renderci partecipi della loro presenza. Ma non ci volevano attaccare, altrimenti avremmo già cominciato a sentire scoppi ed esplosioni tutt’intorno a noi.
Dallo stereo ancora acceso nella macchina, i pirati di Perth smisero di cantare di navi, rum e ammutinamenti, e provenne un suono crepitante, seguito da una serie di ticchettii, schiocchi e fischi.
Poi una voce umana, anche se chiaramente sintetizzata, parlò:
“Popolo della Terra, è venuto il tempo che ci conosciate.”

Per le ore successive, i media ci bombardarono con immagini fasulle di presunti attacchi delle creature extraterrestri, ma non era vero niente. C’erano stati dei morti, quello sì, ma si trattava più che altro di gente che aveva avuto un arresto cardiaco all’arrivo delle astronavi, oppure che stava guidando ad una velocità eccessiva e quando aveva avvistato le navette aliene aveva tirato dritto contro un muro.
Gli Ipkhiss non avevano alzato un dito contro la popolazione terrestre, né l’avrebbero mai fatto in futuro. Durante l’evento io e Lil ci eravamo persi di vista, e non sapevo che fine avesse fatto. Avevo trovato solamente la bandiera della Svezia che svolazzava a pochi metri dalla macchina. In seguito scoprii che era ritornato a casa a piedi. Io avevo fatto lo stesso, e mi ero incollato davanti alla televisione. I miei genitori mi avevano telefonato, ed erano nel panico. Cercai di mantenere il tono più calmo possibile, ma ero eccitato. Alieni! Finalmente in questo mondo succedeva qualcosa di eccitante!
Dopo alcune ore, i canali televisivi vennero oscurati, e per la prima volta vedemmo come era fatto un Ipkhiss. Per voi è la normalità, ragazzi miei, ma vi assicuro che la prima volta che me ne trovai uno di fronte rimasi sconvolto.

La creatura aveva una forma vagamente umanoide. Aveva due gambe, due braccia e una testa, ma le similitudini con la specie umana si fermavano lì. La sua pelle era verde, e quando me ne accorsi inconsciamente pensai che alieno stereotipato. Era magrissima, tanto che si potevano vedere le sue costole, alta molto più di un essere umano, e mi ricordava dannatamente una pianta.
In prossimità delle ginocchia, dei gomiti e del fondo schiena aveva escrescenze carnose e sottili, del tutto identiche alle foglie di una pianta tropicale, ma molto più spesse, in qualche modo polpose. La sua testa aveva un aspetto del tutto simile: delle escrescenze coniche, piuttosto regolari, ricoprivano la nuca e la sommità del cranio. Aveva tre occhi, posizionati in maniera piramidale, e una sorta di corta proboscide lì dove avrebbe dovuto trovarsi la bocca. Sui lati del collo aveva delle sottili pieghe nella carne, simili alle branchie di un pesce, che si muovevano assecondando il suo respiro.
La creatura non indossava alcun vestito, ma era apparentemente priva di organi genitali.
Rimase a fissare in camera per qualche istante, poi cominciò a parlare la sua strana lingua, che era composta da schiocchi, fischi e soffi emessi dalle pieghe sul collo. Fortunatamente, comparvero dei sottotitoli in lingua inglese e cinese.
“Salute a voi terrestri, io sono il rappresentante del popolo degli Ipkhiss, e onde evitare fraintendimenti o azioni che possano nuocere a entrambe le parti, vi comunico che veniamo in pace.”
“Per poterci conoscere meglio, prima di tutto vi parlerò della mia specie. Siamo organismi molto simili a quelli che voi avete classificato come vegetali, ma siamo dotati di un sistema nervoso e muscolare identico al vostro. Necessitiamo solamente di acqua, particelle nutrienti e luce solare per sopravvivere, in quanto il nostro corpo è in grado di praticare la fotosintesi. A differenza vostra non abbiamo sesso, e ci riproduciamo tramite sporogenesi, in modo simile ai funghi che vivono sul vostro pianeta.”
“Sono quasi settanta anni terrestri che conosciamo la vostra specie. I primi contatti con i rappresentati del vostri governi sono avvenuti poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Conosco questo, e molti altri avvenimenti riguardanti il vostro pianeta, perché abbiamo studiato la vostra storia.”
“Vi abbiamo scoperti per caso, mentre le nostre navi viaggiavano nello spazio profondo per missioni di ricerca, e per trovare nuovi pianeti da popolare. Siamo rimasti molto stupiti quando abbiamo scoperto che esistevano altre forme di vita organiche evolute. Dapprima vi abbiamo studiato, abbiamo compreso cosa vi muove e cosa vi rattrista, e siamo scesi a parlare con i vostri rappresentanti per farvi un dono.”
“La mia razza è sempre stata pacifica, e non ci sono mai stati conflitti nella nostra storia. La ricerca è sempre stata il nostro scopo nella vita, e nel corso dei millenni della nostra esistenza siamo stati in grado di sviluppare una tecnologia ancora sconosciuta sul vostro pianeta. Una Tecnologia Metamorfica, in grado di alterare il peso atomico degli elementi, in modo da trasformarli in qualcos’altro.”
“Abbiamo fatto dono di questa tecnologia ai maggiori rappresentanti dei vostri governi, facendogli promettere che l’avrebbero diffusa e resa pubblica. Con il potere di trasformare gli elementi, l’umanità avrebbe potuto finalmente vivere come noi: in pace, prosperità, senza timore della morte, di fame, di guerra o di malattia. Sarebbe stata una tecnologia alla portata di tutti, e tutti avrebbero potuto raggiungere la felicità nella loro vita. Ma così non è stato.”
“I rappresentanti dei vostri governi hanno tenuto tale tecnologia per loro, e hanno nascosto la nostra esistenza per settant’anni. Noi abbiamo pazientemente atteso, confidando nella loro saggezza, sperando che prima o poi i vostri capi avrebbero compreso che l’umanità era pronta a fare un passo avanti. Così non è stato, e ora abbiamo deciso di agire, rivelandoci a voi.”
“Siamo qui per portarvi la Tecnologia Metamorfica, in modo che ogni uomo possa vivere una vita felice. Non ci saranno più governi tirannici, oppressioni come il denaro o la sete di potere. Tutti potranno avere tutto ciò che vorranno. Niente avrà più valore, e allo stesso tempo tutto avrà un nuovo valore. Vivrete come noi abbiamo vissuto per migliaia di anni: in pace, armonia e con una nuova speranza per il futuro.”
“Vi porgo i miei omaggi, abitanti della Terra. Molto presto sbarcheremo sulla superficie del pianeta.”
L’immagine scomparve, lo schermo tornò nero. Improvvisamente divenni euforico, e cominciai a ridere come un pazzo.

Quello che successe dopo, lo sappiamo tutti. I governi dapprima tentarono di giustificarsi, poi iniziarono a dire che queste creature aliene volevano ridurci in schiavitù tramite i loro inganni. La notizia venne ovviamente smentita quando, dopo solamente pochi giorni, gli Ipkhiss iniziarono a distribuire i congegni basati sulla Tecnologia Metamorfica. Erano impostati appositamente per dei principianti come noi, e non si potevano trasformare grandi quantità di materiali in altri, oppure in elementi pericolosi o radioattivi. Quando un Ipkhiss dalla carnagione color sabbia e alto quasi tre metri mi dette uno di quegli strani braccialetti gommosi e mi spiegò come trasformare un sasso in acqua, per poco non detti di matto. Quella roba funzionava, funzionava davvero!
I governi mondiali caddero nel giro di pochi mesi. Chi più, chi meno, avevano tutti taciuto sulla verità degli alieni, e nessuno era più disposto a seguirli o dar loro credibilità. A cosa serviva avere dei comandanti, quando ogni terrestre poteva prendere il suo destino tra le mani?
Il passaggio non fu indolore, non sto dicendo questo. Ci furono scontri, manifestazioni anti-alieniste, e quant’altro. Ma fu comunque meno dannoso di quanto ci si potesse aspettare.
Non c’era più necessità di denaro e lavoro. Ognuno poteva vivere la sua vita come meglio credeva. Si ritornò nel giro di pochi anni a una vita più pura, più vicina agli ideali del mondo della natura, a cui gli Ipkhiss stessi furono ben lieti di riavvicinarci. Quando avevo detto che la festa celtica a cui stavo andando quando comparvero fu quasi un presagio, non stavo dicendo tanto per dire. I culti della natura si moltiplicarono, gli Ipkhiss stessi si unirono alle nostre tradizioni, loro diventarono parte di noi, e viceversa.
Più ci abituavamo alla loro presenza, più loro imparavano ad apprezzare i terrestri. Lo sapete che gli Ipkhiss adorano la musica metal? La prima volta che ho fatto sentire un album dei Finntroll a un alieno di nome T’lakhg, per poco non mi ha spaccato metà della casa per quanto era eccitato.
Sono diversi fisicamente da noi, ma non tanto nello spirito. Anche loro vogliono conoscere ed apprezzare ciò che gli è, in qualche modo, alieno.
Smisi di lavorare, mi concentrai sulla scrittura, del tutto libero da preoccupazioni e impegni. L’intrattenimento era una delle poche cose che ancora contava davvero, con tutto il tempo libero che avevamo ottenuto. Non ottenni mai grande successo, ma a ripensarci adesso, sono convinto di aver vissuto una vita soddisfacente.
In un certo senso, mi sento il protagonista dei racconti che ho scritto fin da quando ero un ragazzo. Avevo sempre voluto che un avvenimento eccitante mi cambiasse drasticamente la vita, e ora che gli Ipkhiss hanno portato qui le loro navi madri e hanno concesso ad alcuni di noi di visitare Sallal, il loro pianeta natale, mi sento eccitato come un bambino.
Sarò uno dei primi uomini a mettere piede nelle loro foreste infinite, popolate da piante profumate e creature esotiche. Vivrò una vera avventura, come mai mi sarei aspettato nella mia giovinezza, quando tutto sembrava essere diretto verso un baratro.
Ci è voluta la realizzazione di un’utopia per capirlo… ma forse l’umanità è migliore di quello che sembra.