giovedì 28 luglio 2011

Kheperer



Lo scarabeo zampetta sulla mia/nostra schiena e con la sua lunga lingua dorata mi/ci assaggia per capire se sono/siamo fatti di miele o sterco. Per imitarlo mi/ci assaggiamo. A me sembra solamente sale. Ma mi/ci era sembrato fiele, e in futuro mi/ci sembrerà lebbra.
Non gradendo il mio/nostro sapore, piega le sue ali, fatti di cristallo, seta e ossidiana, fuse insieme in un perfetto miscuglio organico e inorganico. Vuole spiccare il volo attraverso il tempo, ma la mia mano coperta di sabbia rossa è più veloce e lo afferro, stringendolo tra le sei dita. La sua corazza di titanio e vuoto mi pizzica la pelle, così decido di ingoiarlo. Sento le sue zampine in grado di fendere il tempo che mi graffiano la trachea dall’interno, così lo faccio scivolare nei polmoni.
Gli altri me sono stati lenti e lo scarabeo gli è sfuggito tra le dita, me lo ricordo chiaramente, e ricordo che mi sfuggirà in futuro. Ma ormai sono abituato a simili bizzarrie. Io ho il kheperer, ed ora so che cosa è in grado di fare. Nessuno dei me passati o dei me futuri lo ha saputo o lo saprà mai. Sorrido, soppesando quest’incongruenza.
Il sapore speziato del paradosso si amplifica quando un brivido dietro la nuca mi avverte che l’Adunata sta per cominciare. D’un tratto, l’immenso deserto di sabbia e ossa mi pare meno bruciante, la luce riflessa dal sole rosso e morente meno dolorosa per le mie carni straziate. Tutto si attenua e mi ritrovo in un nero vuoto attraversato solo da un indescrivibile caos di voci.
Si sentono pianti, risate di gioia, risate crudeli, ringhi e altre oscenità sussurrate dalle tenebre. E, come ricordo/ricordiamo tutti, iniziano a materializzarsi figure. Le prime, le più antiche, sono dotate di due braccia, due gambe, una testa quasi sferica e coperti di pelle scura. Sia uomini che donne, portano vestiti pregiati, gioielli d’oro, ametiste e lapislazzuli. Nei loro occhi, così giovani e saggi, si nota ancora il barlume della lucidità mentale. L’intera dinastia dei regnanti, composta da novemilaquattrocentocinquantasei reincarnazioni precedenti a me stesso, crea con la pura forza di volontà una pari numero di troni d’oro e legni pregiati dal vuoto e ci si accomoda, osservando il resto delle creature con espressione crudele.
Osservo quello che ero prima di trascendere in questa forma: un uomo dalla pelle color ebano, con un abito intessuto interamente in filo d’oro e coperto di geroglifici simboleggianti protezione e morte. Ricordo perfettamente i poteri di quell’abito: ogni filo di cui era intessuto rappresentava un essere vivente del mondo che governavo. Chiunque osasse tentare di ferirmi, recidendo così i fili delle Moire, diveniva anche responsabile della fine di milioni di vite. E ricordo che è stato proprio quell’abito a rendermi/renderci ciò che sono/siamo ora e sono/saremo poi.
Ecco, iniziano a comparire le mie/nostre future reincarnazioni: creature gobbe, malformate, coperte di sabbia e sangue. Ultimi sopravvissuti di un mondo la cui fine è stata decretata già da milioni di anni. E dopo di essi, ritorna a tormentarmi/tormentarci l’orribile visione di quei mostri: demoni cornuti, creature composte da ossa e vuoto, macchine infernali con solo qualche brandello di carne attaccato ad un corpo metallico e rugginoso. Ringhiano, si dimenano, si distruggono a vicenda in preda alla follia causata da milioni di vite senza l’oblio della morte a depurarne i ricordi. E sono di un numero illimitato.
Vedo, proprio vicino a me, una creatura vermiforme, lunga dodici metri e dotata di quaranta artigli affilati al posto delle zampe, divorare la sua/nostra precedente incarnazione, un verme del tutto simile ma più piccolo. Essi si combattono e si distruggono a vicenda e le carcasse vengono divorate da un’incarnazione successiva, ancora e ancora, in un caos senza fine.
Il kheperer si dimena nei miei polmoni e sento il rumore ticchettante dei suoi palpi mascellari che si muovono senza sosta. Nessuno dei me passati o futuri sa della sua presenza e lui si sta nutrendo di questo paradosso, cibo delizioso e pregiato per una creatura nata al di fuori della linea del tempo.
Sghignazzo, unendomi agli altri mostri del luogo. Poi lui/io arriva/arrivo.
È/sono alto oltre due metri, con un torace massiccio, un portamento maestoso, quasi completamente nudo: solo un perizoma di filo di giada copre il suo/mio organo riproduttivo. La sua/mia pelle è del colore della notte, i capelli sono completamente rasati, gli occhi di un viola luminoso e accecante.
Ricordo che quando i miei/nostri antichi nemici avvistavano quella luce tremenda, che in una notte senza stelle era visibile da chilometri di distanza, i loro cuori iniziavano a tremare per la paura di qualcosa di ben più terribile della morte.
Si mette al centro. Non che in un luogo del genere, al di fuori del tempo e dello spazio, possa esistere un vero e proprio punto centrale. Ma è sempre lì che ho pensato di essermi messo quando ho/abbiamo tenuto un discorso che ricordo/ricordiamo molto bene, per le novemilaquattrocentocinquantasei volte che l’ho/abbiamo già sentito in precedenza. Ricordo di aver alzato le braccia e aver squadrato dapprima la dinastia dei regnanti, urlando per la gioia e l’euforia, poi le creature mostruose. Vedo il disappunto sul mio/suo volto: avevo pensato che quelle creature fossero delle entità ancestrali portate lì per errore durante il ripiegamento del tempo, ma solo con quest’ultima forma ho capito la verità delle cose.
Il kheperer scava e si muove nel mio intestino. Quello che succede lo sta divertendo un mondo.
“Io sono Sekhemib il Distruttore, Signore dell’Impero Khater e voi tutti siete me. Vi chiamo in questo non-luogo al di fuori del tempo perché il mio regno deve durare in eterno”, urla il primo con voce possente.
“Noi siamo Sekhemib il Distruttore, Signore dell’Impero Khater e tu sei noi. Rispondiamo alla tua chiamata in questo non-luogo al di fuori del tempo perché il nostro regno deve durare in eterno”, rispondo/rispondiamo tutti quanti in coro.
Nell’udire la risposta, il primo Sekhemib esplode in una risata selvaggia e incontrollabile. Se erano tutti lì, voleva già dire che ce l’aveva/avevo fatta. Povero pazzo.
Sono solo un povero pazzo.
“La vastità del mio impero non può essere misurata dall’occhio mortale, i suoi abitanti sono così numerosi che non possono essere censiti nemmeno dagli dei, ammesso che essi esistano. Io sono Sekhemib, che ha distrutto tutti i suoi nemici tranne uno.”
“Lo sappiamo, lo sappiamo!”, urlo/urliamo in coro.
“Questo nemico è la morte e l’oblio che essa porta. Sondando i misteri dell’aldilà ho compreso i misteri del corpo e dell’ànemos; il primo è caduco e viene inevitabilmente sconfitto dal tempo e dall’entropia, mentre la seconda, la parte più pura di me, vive in un eterno ciclo di reincarnazioni. Ma il trauma della morte è qualcosa che la l’ànemos non può accettare del tutto; ella ne viene consumata, fino a che ne rimane solamente una scintilla, per poi ricostruirsi e giungere in un nuovo corpo.”
“Lo sappiamo, lo sappiamo!”, urlo/urliamo in coro.
“Ed ecco perché io ho bisogno di me stesso, in tutti i futuri che il mio ànemos attraverserà. Mi serve il mio stesso potere arcano, moltiplicato per infinite volte, per rendermi ancora più puro e far si che la morte non rappresenti un ostacolo, ma solo un ciclo di passaggio, e che il mio regno duri in eterno. La memoria e il potere non ne verranno cancellati, ma risorgeranno più potenti che mai in un nuovo corpo, giovane e forte.”
“Lo sappiamo, lo sappiamo!”, urlo/urliamo per l’ultima volta, come è sempre stato fatto nelle novemilaquattrocentocinquantasei volte che ho vissuto quest’evento al di fuori del tempo.
“Il paradosso non esiste, e se voi siete qui, e sapete di cosa sto parlando, vuol dire che il mio futuro mi riserva il successo. Ma io devo lo stesso pormi la domanda: posso aiutarmi? Voi tutti futuri me stessi, potete aiutarmi?”
I Sekhemib sani di mente iniziano un dibattito accanito. Tutti conoscono alla perfezione il copione e ogni singola parola pronunciata da ognuno precedente a loro, ma sono convinti che il paradosso non possa venire a crearsi. Era quello che il primo Sekhemib pensava, ed è l’errore che ora comprendo alla perfezione.
Il paradosso può essere creato solo da un altro paradosso. E l’insetto che mi sta risalendo la colonna vertebrale procurandomi un dolore sordo con i suoi aculei rinforzati nell’acciaio ne è la prova.
Rido, pensando a quello che potrei fare pronunciando una singola sillaba. Non ricordo nei miei precedenti me che la creatura che ora sono abbia mai parlato durante il dibattito. Potrei farlo. Grazie al kheperer, io stesso sono un paradosso. Ma per il momento mi mordo la lingua bifida e il veleno amaro mi cola giù per la gola.
Una donna dalla pelle scarlatta tatuata da macchie di leopardo e il volto coperto da una maschera d’ebano si fa avanti. Porta solo alcuni bracciali e cavigliere d’oro, ma per il resto è completamente nuda. Mi riconosco, ero io tremilasettecentonove vite fa. Sorrido/sorridiamo, pensando a quanto ero/eravamo bella.
“Io sono Sekhemib la Collezionista di Anime, cinquemilasettecentoquarantasettesima reincarnazione di Sekhemib il Distruttore, imperatrice del grandioso Khater, e prendo parola per esprimere i nostri pensieri.”
“Mi concedo il diritto di parola”, risponde il primo con un ghigno trionfante. Le sue prime dieci reincarnazioni ridono sguaiate alla battuta. Quanto ero sciocco e meschino.
“Il Khater che io conosco non si estende più solo sulla superficie della terra. Si estende anche sotto di essa, nelle nere profondità del mare e al di sopra delle nuvole. Presto giungeremo fino alle stelle più lontane. Senza il mio potere, la mia saggezza e la mia ferocia, ciò non sarebbe stato possibile. Io sono favorevole allo svolgimento del rituale, e se lo sono io, lo sono anche tutti quelli precedenti a me. Il potere che avrai nella mia epoca sarà milioni di volte più elevato di quello che hai ora. I piaceri e le delizie che ho vissuto sono al di là di ogni immaginazione. Sommiamo la nostra forza, ed eseguiamo il rituale. Questo è il volere di Sekhemib”, dice la Collezionista di Anime/dico.
Gli occhi del primo me stesso brillarono durante l’ascolto di quelle semplici parole. Sogni di grandezza, gloria, potere e distruzione fecero scaturire in me/lui una tale eccitazione da rendere necessaria una risata liberatoria, in memoria di un’eterna auto-glorificazione.
Uno dei Sekhemib successivi alla Collezionista di Anime si fece avanti. Ero storpio, la barba era lunga e poco curata e tra le mani tenevo una tela di pelle bianca chiazzata di sangue. La mostro a tutti, senza dire una parola, e ritorna a sedersi sul suo trono.
Mi facevo chiamare Sekhemib l’Artista. In quell’incarnazione ero nato storpio e, essendo sempre nato in corpi sani e forti, avevo il terrore di mostrarmi in pubblico. Così mi ero rinchiuso nel mio palazzo e facevo portare ai miei servitori ciechi delle vittime sacrificali da cui ricavavo il sangue necessario per dipingere i miei quadri. Alla mia morte, tutte le mura del palazzo erano diventate rosse. Una sana dose di pazzia che venne curata solo alla mia successiva nascita, quando fui/sono un uomo alto tre metri che si faceva chiamare Sekhemib il Titano che amava schiacciare i suoi nemici sotto la suola degli stivali.
Non ricordo il motivo preciso per cui mostrai/mostrammo quell’opera composta da fluidi rappresi. Sentivo che lo dovevo fare e basta. Venni ignorato, non riuscendo a capire le mie/nostre stesse intenzioni.
All’improvviso, do un colpo di tosse e un grumo di sangue nerastro cade nel vuoto. Alcune mie precedenti incarnazioni si voltano verso di me, accorgendosene. Eppure io non ricordo di aver mai visto una simile scena. Lo scarabeo continua ad agitarsi nelle mie viscere, divorandole. All’improvviso mi sento confuso.
È il paradosso, continuo a ripetermi, è il paradosso che si manifesta.
Sghignazzo, non riuscendo a contenermi.
Molti me stesso prendono parola, glorificando l’impero in ogni epoca e in ogni reincarnazione. Giuro/giuriamo di aver sterminato il popolo dhukos dagli occhi bianchi, mentre un suo/mio successore/predecessore giura di averci stretto un’alleanza. Sostengo/sosteniamo di aver conquistato il favore degli dei, poi giuro/giuriamo di averli distrutti. Blatero/blateriamo parole senza senso, sostenendo di essere già morti, ma poi sono/siamo convinti che si tratti tutto di un sogno. Tante vite, tante diverse follie, per un ànemos che non è più in grado di contenere quasi un milione di anni di ricordi.
Poi, uno dei mostri/di noi si fa avanti. È/sono spaventoso e assomiglio/assomiglia ad un gigantesco sauride coperto di melma e spunzoni ossei. Dalla sua bocca, entrano ed escono in continuazione delle falene.
Chissà come si farà chiamare questo mio/nostro futuro me stesso? Sekhemib il Nido Infestato?
Rido sguaiatamente, sperando di non poterlo mai scoprire. Una speranza che riverso interamente nel kheperer.
Emette/emetto solo un ruggito, so che sta/sto per attaccare. Dalla bocca esplode un esercito di falene, che vola stridendo contro uno gruppo di Sekhemib antichi. Le farfalle notturne li divorano con piccole zanne e di loro/noi non rimane altro che un gruppo di scheletri spolpati.
Tutti i precedenti e i successivi dinasti gridano bestemmie contro la creatura e, in un imponente lampo magico, questa viene distrutta.
Uno stregone millenario e dotato di potere infinito che lotta contro sé stesso. Questa scena mi risulta sempre affascinante.
“Sono appena morto dodici volte, in un singolo istante! – tuona il primo – eseguiamo il rituale! Che le bestie degli inferni non giochino più con colui che è un dio in terra!”
Tutti si tirano in piedi e alzano le mani al cielo, sempre che di cielo si possa parlare, convogliando il potere nel primo. Ricordo/ricordiamo con estrema precisione questo momento: presto tutto esploderà in una luce sfavillante e noi tutti torneremo nelle nostre rispettive epoche, dove proseguiremo la vita di Sekhemib. È l’unica opportunità che ho, e devo prendermela. Cammino nel vuoto, mi porto davanti al primo, e prendo parola.
“Io posso parlare”, dico.
Il rituale si blocca. Questo non era previsto. In nessun ricordo, in nessuna delle mie/nostre memorie, in nessuna delle mie/nostre vite, questo doveva avvenire. Il kheperer inizia a risalire su per la gola.
Tutti mi guardano, con occhi resi roventi dal terrore. Guardano questa creatura sgraziata, gobba, dalla pelle incrostata di sabbia rossa e costretta a nutrirsi di rifiuti per tutta la sua vita.
Guardano quello che diventeranno.
“Come osi bloccare la mia ascesa al cielo? Chi sei tu?”, urla il primo, senza che io me ne ricordi.
“Io sono Sekhemib il Solitario, ultimo discendente dell’impero Khater. Sono il primo di una lunga scia di follia e distruzione.”
Funziona, funziona! Questo è un paradosso, che ne attirerà altri. Altri kheperer. Molti altri. li sento sciamare con le loro zampette metalliche e i corpi vuoti oltre il tessuto nero del non-luogo. Mi lascio andare ad un’altra risata, poi proseguo il mio discorso. Devo guadagnare tempo in un luogo senza tempo.
“Prima che fossi Solitario mi facevo chiamare il Ricattatore e con i miei poteri divini avevo creato una tunica tessuta con gli stessi fili delle Moire.”
Il Ricattatore mi guardò, socchiudendo gli occhi, che vennero immediatamente colmati di una luce violetta. Aveva/avevano un folle timore nel cuore, lo si capiva dal modo in cui stringeva/stringevano i denti affilati.
“Il mio impero e il mio potere erano al suo apice. Avevo conquistato le stelle, l’eternità e tutto ciò che esiste al mondo, sia esso materiale o immateriale. Ma la mia arroganza fu la mia rovina, poiché subito dopo essere tornato dall’Adunata, morii in un incendio appiccato da alcuni meschini plebei alla mia città-fortezza. Il mio corpo venne completamente consumato, e così i fili delle Moire. Tutti gli uomini e le donne del mio impero morirono in quell’istante, decretando la fine del Khater e del mio ciclo di reincarnazioni per milioni di anni.”
Tutti i miei io iniziarono a parlare tra di loro convulsamente. Sono terrorizzati dalle mie parole e, soprattutto, da cosa sarebbero diventati.
“Ora io sono ciò che vedete, una creatura discendente dagli uomini nata in un mondo consumato dal mio stesso potere. E coloro che vedete dietro di me, queste creature mostruose, sono ciò che sarà Sekhemib in futuro. Nient’altro che l’ombra di sé stesso, un animale dotato del potere più grande dell’universo e senza nessun altro essere su cui dominare. Imperatore Sekhemib il Distruttore, non ti/mi sembra questa la fine peggiore che possa essere concessa alla tua/mia grandezza?”
Il Distruttore mi guardò e annuì, iniziando a parlare con la sua voce tonante.
“Il mondo esiste perché io lo domino. Ma se il mondo non esiste più, allora nemmeno io ho più senso di essere. Sono il primo di noi ma non sono uno sciocco, Solitario. Tu hai creato un paradosso, lo comprendo dalle facce e dalle parole dei futuri me stessi. Tu non condividi più l’ànemos con me. Qual è la tua decisione?”, dice il primo.
“La mia decisione è di smettere di esistere”.
Sputo dalla bocca il kheperer, che schizza volando verso il primo, lasciando dietro di sé un dolciastro odore di zucchero e sangue. Le grida sono numerose, ma lo scarabeo è troppo veloce e nessuno dei me riesce ad afferrarlo. Giunge, rapido come una freccia, dritto in mezzo alla fronte del Distruttore, sfondandogli il cranio. Non appena le gocce di sangue e osso vengono risucchiate dal vuoto, l’oscurità stessa si sfalda facendo penetrare un’onda dorata di altri kheperer che, attirati dal paradosso come le api al miele, divorano, mangiano e risucchiano tutto ciò che sono stato e che sarò in futuro. Le mie/nostre urla di agonia sono terrificanti, ed dopo un momento di tempo fermo, lo sciame è scomparso, trascinando con sé tutti quanti i me.
Tutti eccetto me, il Solitario, rimasto da solo in mezzo alle tenebre.
Lo scarabeo che ho vomitato è scomparso con lo sciame e mi ha lasciato qui a patire una lenta agonia prima della morte. Vomito sangue e budella, sperando che tutto ciò finisca in fretta e che Sekhemib non sia più.
Poi lo vedo, in lontananza. Sembra un camaleonte, ma i suoi occhi sono di un violetto luminoso e terrificante. Fa scivolare su e giù la lingua spinosa e vedo che tra le zanne gialle stringe un altro kheperer. L’ho/abbiamo catturato in futuro, senza rendermene conto. Quello che sarò ne ha catturato uno, ed è divenuto lui stesso un paradosso.
Sekhemib esiste ancora, ed esisterà in eterno. Scompare/scompaio, ritornando alla sua/mia epoca. Capisco di avere fallito.
Non si gioca con il tempo, e questa ne è la prova. Continuerò a vivere in forme sempre più folli e grottesche, fino a che nell’universo non esisterà più alcuna particella vitale in cui potermi/poterci reincarnare.
Ma io me ne sono staccato. Ora sono solamente il Solitario. E sto morendo, questa volta veramente.
Cala il sipario sul mio manicomio. Apro le mani, e mi abbandono al vuoto.

[Questo racconto era stato mandato ad un concorso letterario in cui purtroppo non ho avuto buoni risultati, quindi lo lascio a voi, gentili lettori, sperando che apprezziate comunque i miei sforzi.]

giovedì 7 luglio 2011

Steno e Piranka

E' da un bel po' che non posto più niente. Il problema è che sto scrivendo poco, e il poco che scrivo lo mando in giro per concorsi, così non posso pubblicare nulla sul blog pubblico.
Ora però mi è venuta una piccola idea per un racconto del new weird che sto imparando ad amare. Cosa è il new weird?
Il new weird è un filone della letteratura fantastica, soprattutto fantasy, sviluppatosi a partire dagli anni novanta. Si caratterizza per la deliberata contaminazione di fantasy, fantascienza e horror, nella tradizione di H. P. Lovecraft e della letteratura pulp degli anni quaranta (cit Wikipedia).

L'ultimo racconto postato (Idilios) ne è un buon (anche se un po' carente, a mio parere) esempio.

Ad ogni modo, questo post serviva per ispirarmi. Le immagini che seguono chiaramente non sono mie (considerato che so a malapena disegnare degli omini stilizzati), ma potrebbero servirmi per visualizzare il racconto che ho in mente. Trovo che l'utilizzare musica e immagini come mezzo per figurarsi delle situazioni sia un buon mezzo per buttarsi a capofitto nella scrittura, non credete?


Piranka


Steno

sabato 26 marzo 2011

Idilios


“Mangia quante saette vuoi, Lamirin mio. Assorbi dentro di te questo rumore infernale e fallo diventare vita.”
Il gabbiano dalle piume di sottile acciaio inciso volteggiò quattro volte attorno al cielo plumbeo, attendendo il movimento particellare che preannuncia il crearsi di un fulmine. A poco a poco la pioggia cristallina iniziò a cadere, innaffiando un mondo quasi completamente privo di terra. Lamirin strillò verso il cielo quando il suo corpo venne all’improvviso attraversato da una scarica di energia bianca.
Una fonte di nutrimento per qualcosa che aveva bisogno di pura energia e non cibo vero, carnoso e sanguinolento.
Lamirin planò silenziosamente e tornò ad appoggiarsi sulla roccia resa scivolosa dall’acqua, fissando il ragazzo che gli aveva assegnato un nome così tanto tempo fa. Nessuno aveva mai tagliato i suoi capelli corvini, perché non c’era mai stato motivo per farlo. Non aveva mai indossato vestiti, perché non c’era nessuno che potesse vedere le sue vergogne. Non c’era nessuno che l’avesse mai guardato negli occhi, eccetto i gabbiani d’acciaio che volteggiavano al di sopra dell’isola di roccia volante immersa nel mare di nubi scure.
Lì il ragazzo aveva una casa, l’unica che aveva mai avuto, e trascorreva le giornate osservando l’orizzonte sempre percorso da tifoni, saette e uragani. Non c’era nulla al di sopra della sua oasi di pace, né al di sotto: solamente nubi, caos e solitudine.
A differenza dei suoi unici compagni dotati di piume, egli non aveva bisogno di nutrimento: la sua vita era stata sempre così solitaria che aveva imparato a trascendere tutti i suoi bisogni.
Esisteva solamente perché sapeva di esistere.
“Presto le cose cambieranno”, disse a bassa voce, rivolgendosi più a sé stesso che ai gabbiani.
Impensabile il cambiamento in un’esistenza che era sempre stata stabile e immutabile, per quanto circondata dalla furia.
Il ragazzo si diresse verso la collina rocciosa che sormontava l’isola, trascinando con sé un pesante blocco di roccia scolpito a forma di mattone, aiutandosi con una corda. Fece fatica, soprattutto a causa del suo fisico esile. Ma quell’ultimo sforzo sarebbe stato presto ripagato.
Aveva già percorso centinaia, migliaia di volte quel percorso trascinando con sé quei pesanti fardelli. I mattoni comparivano, già lavorati e di forma perfetta, segno che il fato stesso lo stava incitando a cambiare il proprio destino.
Una volta giunto sulla collina, issò il mattone sulla cima di un edificio che aveva formato con gli altri, una sorta di grossa piramide a gradoni. Sorrise silenziosamente quando riuscì a portare l’ultimo blocco fino in cima, formando la punta più alta della ziggurat.
Notò solo in quel momento che quell’ultimo blocco era forato al centro, come se fosse stato predisposto come un incavo per un ultimo oggetto.
“Il mio lavoro non è ancora finito”, disse a Lamirin, che nel frattempo gli si era poggiato su una spalla.
Tornò alla spiaggia priva di mare e lì trovò una grande asta d’acciaio, lunga quasi cinque metri, il cui diametro era perfettamente calibrato per inserirsi nel foro sulla cima della piramide.
Portò anch’essa alla collina e una volta lì, prima di inserirla nella costruzione, guardò il cielo grigio pieno di gratitudine.
Non appena inserì l’asta, questa attirò le saette come un gigantesco parafulmini, riempiendo l’isola galleggiante di pura energia. Il ragazzo venne scagliato via dalla violenza dell’impatto, cadendo sulle rocce, ma non facendosi male. Il dolore non significava nulla per qualcuno che aveva sempre vissuto da solo.
Si alzò in piedi, contemplando il gigantesco stormo di gabbiani d’acciaio che si avvicinava alla sua casa, attirati dalla luce e dal nutrimento dei fulmini che la costruzione continuava ad attirare sull’isola, una scarica dopo l’altra.
“Io sono Idilios e ho dato prova della mia esistenza. Ora la solitudine non mi spaventa più”, sussurrò alle creature, mentre lacrime più salate di un mare che non esiste gli scendevano lungo le guance.

domenica 2 gennaio 2011

Ingarbugliato nella trama

Beh, anche se non sto più pubblicando niente da un po', posso solo dirvi che non sono morto. Sono solo molto impegnato. Non per le feste di Natale, sia ben chiaro (lì sono solamente impegnato a mangiare), ma questa volta sono ingarbugliato in qualcosa di grosso. Sto scrivendo, ma è qualcosa che ho intenzione di portare avanti, perché, DANNAZIONE, credo proprio che funzioni. Attualmente sono al centinaio di pagine e non ho ancora intenzione di smettere. Forse è la volta buona che scrivo davvero un romanzo, per la miseria!
E, cosa molto bella, sono tornato finalmente a leggere parecchi libri. Era parecchio che ero intabarrato con libri che ritenevo noiosi, lunghi e poco accattivanti. Invece le ultime letture mi hanno attivato. Che devo dirvi? Ciò non fa che confermare che se uno non legge, non è in grado di scrivere.
Detto questo, vi consiglio queste letture. Mi hanno preso, e le ho portate a termine nel giro di pochi giorni. E ora mi butto nuovamente sul lavoro :)







martedì 30 novembre 2010

Passare il Segno


Mi ci era voluto diverso tempo per decidermi, ma alla fine ero giunta ad una conclusione: sarei andata a trovarlo quella notte stessa. Che gli altri dicessero pure quello che volevano, che sparlassero pure di me.
“Cristina, lo sai che non si fanno queste cose, non si va a trovare un ragazzo in piena notte. Non è educato, ecco.” Questo me l’aveva detto mia nonna Maria Rita. Ma si sa che gli anziani sono legati a tradizioni di un tempo antico, troppo passato. Quando lei era giovane, quello che poi è diventato il nonno doveva farsi più di dieci chilometri a piedi per andarla a trovare. E lei? Non ha mai osato fare una cosa del genere. Cavalleria di una volta, ma i tempi sono cambiati, sono nata in un mondo diverso, e avevo intenzione di godermi la notte come mi pare e piace! Dopotutto Marcello è un ragazzo d’oro, cosa avrebbe mai potuto farmi? E soprattutto, anche avesse reagito male, come avrebbe potuto farmi qualcosa? A me, il suo dolce angelo?
Per cui quella gelida notte di novembre mi trovavo davanti a casa di Marcello. Tirava un forte vento e la neve stava per decidere di lanciarsi giù dalle nuvole bianche e vaporose. Erano quasi le due, ma dalla finestra di camera sua, al secondo piano di una piccola villetta a schiera, brillava ancora la luce di una lampada. Povero Marcello, come al solito doveva essersi addormentato sul letto mentre studiava per il prossimo esame universitario. Psicologia era una dura materia.
Mi avvicinai alla porta con passo silenzioso. E se non avesse gradito la mia visita? E se si fosse spaventato? Beh, era troppo tardi per tornare indietro. Mi infilai in casa e sgattaiolai al piano superiore. I suoi genitori stavano già dormendo della grossa nella camera da letto. Tipi simpatici, ma chissà cosa avrebbero detto se mi avessero trovata qui a quest’ora!
Arrivai in camera sua e lo vidi: ci avevo visto giusto, Marcello si trovava riverso sulla scrivania, con il volto appoggiato sopra un pesante libro aperto, e stava dormendo della grossa. Guardai il suo bel volto, incorniciato da capelli castani. Stava dormendo così beatamente che ero indecisa se svegliarlo. Passai forse diversi minuti ad ammirarlo, quando fu lui ad aprire lentamente gli occhi.
Per un attimo assunse un’espressione allibita. Io gli sorrisi in maniera materna. Si mise a sedere sulla sedia, ancora incredulo per la mia presenza.
“Cristina? – disse, sottovoce – che ci fai qui? Sto sognando?”
Sorrisi divertita.
“Sì, stai sognando. È tutto un sogno”, gli dissi.
“Anche se è un sogno è bello vederti. Come stai?”, rispose. Il tono di voce era ancora incredulo, ma ora appariva molto più rilassato.
“Bene. Più bene di così non penso che si possa.”
Mi avvicinai e lui, pur rimanendo seduto, ruotò la sedia da computer rivolgendola verso di me. Mi sedetti a cavalcioni sulle sue ginocchia, guardandolo negli occhi.
“Ho poco tempo – dissi, toccandogli il volto con le mani – qualcuno potrebbe accorgersi della mia assenza.”
“Hai le mani fredde”, rispose lui.
“Fuori fa freddo – dissi – riscaldami.”
Dopo lungo tempo, provai sensazioni fisiche. Il nostro primo bacio fu timido, lui si ritrasse per qualche secondo, poi mi baciò con passione. Le sue mani si appoggiarono sui miei fianchi, percorsero la mia schiena. Tutto sembrava essere attutito, ovattato. Ma finalmente lui era di nuovo con me. Continuammo a baciarci, poi lui si alzò e mi portò tenendomi in braccio verso il suo letto. Io lo guardavo fisso negli occhi.
“Un sogno, non è vero?”, mi chiese di nuovo.
Non risposi. Lo presi per il colletto della maglia e lo trascinai giù, verso di me. I miei sensi si annullarono quasi del tutto, mentre la mia mente correva e si elevava ad uno stadio superiore. Sentivo le sue mani che percorrevano il mio corpo, mentre io facevo lo stesso con le mie. Lui era caldo, quasi bollente. Le mie mani continuavano ad essere gelide. In capo a pochi minuti i nostri vestiti non c’erano più e a proteggerci dal freddo c’erano solamente le coperte. Tutto avvenne in maniera veloce, ma ai miei occhi esageratamente lenta. Quando tutto avvenne mi annullai: non ricordavo più quello che ero. Ricordavo solo di essere viva per la prima volta dopo tanto tempo.
Ci accasciammo stremati l’uno sull’altro. Lui aveva gli occhi chiusi, ma mi stringeva forte.
“Sei ancora fredda”, disse sorridendo.
“Mi dispiace, non posso farci niente…”, risposi io, sorridendo e lacrimando allo stesso tempo.
Alzai lo sguardo verso di lui e poi il mio occhio cadde sul comodino di fianco al letto. Fotografie incorniciate. Foto di Marcello insieme ad un’altra donna. Forse poco più grande di lui, alta, dai capelli biondi. Foto dove si baciavano. Foto da fidanzati.
“E quella chi è?”, gridai.
“Quella? Chi?”, rispose lui sorpreso.
“Quella!”, dissi, mettendomi a sedere mentre indicavo le foto.
“Quella… quella è Ludovica, la mia ragazza…”, disse Marcello, serio.
“La tua ragazza? La tua ragazza? Pensavo di essere io la tua ragazza!”, urlai.
“Cristina, tu eri la mia ragazza… ma tu sei morta”, rispose lui.
“Pensi che questa sia una giustificazione? Solo perché un tir mi ha schiacciato pensi che io non possa più essere la tua ragazza? Mi tradisci così! Sei solo un bastardo!”
“Cristina, aspetta, ma questo non è un sogn…”
Non gli diedi il tempo di finire la frase che fluttuando e passando attraverso le pareti mi fiondai fuori da casa sua. La neve ora stava cadendo della grossa.
Aveva passato il segno. L’avevo fatto anche io morendo, ma non era una giustificazione valida. Quel bastardo. Avrei dovuto dare retta alla nonna, che sicuramente ora era molto preoccupata non vedendomi tornare.
“Bastardo, non voglio vederti mai più”, urlai alla casa, mentre lacrimavo. Poi fluttuai verso il cielo piangente, per tornare a casa della nonna.

[Esercizio: scrivi una scena d'amore in prima persona ma con protagonista una persona di sesso opposto al tuo.]

lunedì 1 novembre 2010

La Strategia dei Fiori di Ciliegio


Il Capitano Sekigawa si trovava seduto a gambe incrociate sul ciglio della collina erbosa e fissava con sguardo severo l’ampia Vallata dei Ciliegi che si stagliava sotto di lui, mentre una pallida luna brillava nel cielo notturno. Una vera e propria meraviglia della natura agli occhi degli uomini, ora che i ciliegi erano in piena fioritura e centinaia e centinaia di piccoli petali rosa si muovevano sospinti dal vento. Sembrava quasi che l’intera vallata fosse viva, come un unico organismo vivente che lentamente respirava, un neonato appena venuto al mondo.
“Capitano…”
Sekigawa spostò lo sguardo dalla magnificente bellezza della valle e, sistemandosi le ottiche, portò lo sguardo verso l’uomo che aveva parlato. Il suo secondo in comando, il Tenente Izumi.
“Non dovresti riposare, tenente?”, disse riportando lo sguardo verso il paesaggio.
“Questo spettacolo mi mozza il fiato, capitano. Il resto degli uomini sta dormendo come se fossero in letargo, ma io non ce la faccio.” Sekigawa notò che la voce di Izumi era tremolante, insicura.
“Qual è il problema, tenente? Sento del nervosismo nella tua voce.”
“Domani dovremo scendere laggiù”, disse prima di bloccarsi.
“Sì, è così. Con le prime luci dell’alba caleremo sulla vallata. I banditi che stanno flagellando la satrapia di Fong Bei si nascondono laggiù. Sono una dozzina, a quanto ci hanno riferito. Niente che non possiamo affrontare.”
“Lo so capitano. Ci hanno pagato per farlo.”
“Allora qual è il problema?”, rispose di scatto Sekigawa, voltandosi nuovamente verso Izumi.
“Il problema è che ho paura capitano. I vostri cavalli e i vostri uomini marceranno su quel paesaggio incontaminato. Le piante di ciliegio ne verranno contaminate, distrutte. Se un Dio veglia su quella valle, ne sarà certamente furioso.”
Sekigawa si alzò in piedi e si avvicinò a Izumi, posandogli le mani sulle spalle, come per rassicurare un vecchio amico.
“Ed è per questo che non siamo scesi durante la notte. I vili agiscono lontano dalla luce. Noi caleremo come una forza pacificatrice, spronati dalla luce del sole che sorge. I banditi si arrenderanno alla nostra magnificenza e nemmeno un singolo petalo di ciliegio sarà calpestato. Ricordatelo sempre Izumi: la Compagnia della Tigre Orientale porta con sé delle armi per far sì che nessuno debba mai più usarle. E anche se dovesse succedere qualcosa laggiù, un imprevisto che faccia macchiare di sangue quel sacro terreno, allora ti prometto che se sarà necessario dedicherò il resto della mia vita per riparare quel torto.”
Izumi annuì verso il suo capitano, ora visibilmente rassicurato.
“E se il Dio dei Ciliegi si adirasse?”, chiese.
“La mia offerta basterà a placare qualsiasi furia”, rispose sicuro Sekigawa.
“Se fossimo sull’Isola Benedetta – rispose ridendo Izumi – una frase del genere vi sarebbe costata l’accusa di eresia!”
“Se fossimo sull’Isola Benedetta – disse serio il capitano – un’accusa di eresia sarebbe l’ultimo dei miei problemi.”

[Esercizio della settimana: scrivi un dialogo!]
[Sì, ho usato l'ambientazione di Exalted.]

lunedì 25 ottobre 2010

Rabbia


La rabbia è senz’altro una delle emozioni più antiche e primitive dell’uomo. Presente in pressoché tutti gli animali, si manifesta quando qualcuno o qualcosa verso cui non si prova alcun tipo di paura si contrappone al proprio bisogno. A quel punto scatta un meccanismo di aggressione motivato a farti ottenere il tuo bisogno a tutti i costi. In alcuni casi, si sfoga semplicemente nel proprio stomaco o in un’ira immotivata verso il resto del mondo, anche verso coloro che nulla c’entrano con i propri problemi. A seconda che si abbia ottenuto il proprio obiettivo o meno, la rabbia si conclude in sentimenti che possono variare dalla soddisfazione all’insoddisfazione e, in molti casi, vergogna per aver perso il controllo.

Erano mesi che le fissavo. Quelle sbarre, quelle dannate sbarre. Fredde, immobili, con un solo scopo: tenermi ingabbiato. È colpa tua, mi avevano detto. Sei stato stupido a farti beccare con le mani nel sacco in quel modo. La rapina alla gioielleria era andata male, questo era vero, ma allora perché ero l’unico dei miei complici a trovarmi rinchiuso?
Quelle sbarre, quelle fottute sbarre. Avranno visto un sacco di altra gente prima di me. Eppure rimangono sempre lì, e si oppongono alla mia libertà. E allora vaffanculo! Prima o poi avrò la forza di strapparle, di piegarle sotto la mia forza e andarmene finalmente libero. Cazzo, ma cosa vado a pensare? Cazzo, è più probabile che arrivi la fine del mondo che succeda una cosa del genere. Due metri per tre di cella, mura e delle sbarre. Vi distruggerò, vi limerò, farò di tutto per andarmene.
Non potrete tenermi qui per sempre.

[Esercizio della settimana: descrivi un sentimento in modo analitico, poi descrivi un oggetto "sterile" con sentimento]

giovedì 21 ottobre 2010

Un ragazzo alla stazione legge un libro e tira un forte vento



Il ragazzo dai capelli rossi era scappato di casa. Viveva in una fattoria, ma non desiderava quella vita, non desiderava lavorare nei campi con gli animali sporchi di terra senza dare altro significato che a quello. Voleva vedere, viaggiare e scoprire. Con sé, oltre qualche abito, aveva i suoi libri preferiti.
Attendeva con pazienza alla stazione dei pullman, su una vecchia panchina nel cortile esterno. Stava leggendo per l’ennesima volta La Storia Infinita, mentre il vento ne scompigliava le pagine e mandava avanti troppo in fretta la trama che già conosceva. Tutto ciò gli ricordava la sua vita: rapida e priva di mordente proprio come il vento. Il pullman in ritardo era la sua unica salvezza. Che ironia, viaggiare nella vita con tanta rapidità e ora dover attendere per un ritardo. Quel pullman però non arrivava più e lui aveva letto i suoi libri già decine di volte. Le scelte erano tornare indietro oppure continuare ad aspettare.
E lui aspetta, fino a che il vento non spazza via la polvere di ciò che rimane di lui.

lunedì 18 ottobre 2010

Scrittori & Lettori

Per una sera vediamo di fare un po' di chiarezza su come la penso.
Scrittori e lettori. Due categorie all'apparenza distinte, ma che in parte possono essere accomunate. Uno può essere un lettore e basta, ma uno scrittore deve essere per forza anche un lettore. Non può esistere altrimenti, è una cosa simbiotica. Se uno non legge, come è possibile pretendere che scriva?
Eppure internet sta facendo questo e altro per far "sviluppare" la vena scrittoria degli ignoranti. Su internet è pieno di blog di gente che scrive poesie, racconti, pensieri e, in generale, stupidaggini. Io sono uno di questi. Ma in effetti, quanta di questa gente è veramente disposta anche a leggere la sequela di stupidaggini degli altri? A me sembra che sempre più spesso tutti si improvvisino super scrittori, riempiano il proprio blog di stronzate per farsi belli e dimostrarsi superiori, ma non si interessanno al medesimo lavoro degli altri.
E allora lasciatemi dire una cosa: se sei uno scrittore sei anche un lettore, altrimenti sei solamente un coglione. Io le leggo le creazioni degli altri. Mi interesso di cosa scrivono, pensano e vogliono comunicare, se sono disposti a condividerlo con il resto del mondo. Sono disposto a commentare, fare battute, dare critiche costruttive, insultare o elogiare. Ma io leggo. E poi scrivo. Non il contrario.
O forse siamo arrivati al punto di volere ognuno per sé una piazza deserta con al centro una riproduzione in marmo di sé stessi?

domenica 17 ottobre 2010

Kebab Tonight


Evento: Sono andato ad un kebabbaro in centro, mi sono fatto fare un kebab con tutto (tranne l’insalata rossa) da portare via, l’ho pagato e me lo sono mangiato. Ma non mi ero accorto che il kebabbaro aveva messo dentro anche le patatine fritte. Poco male, va bene lo stesso.

Lo stesso evento, vissuto da: Jules Winnfield (Samuel L. Jackson nel film Pulp Fiction).
Come ti stavo dicendo, ero appena uscito da quel cazzo di bar. Era notte fonda e avevo una fame fottuta. Avevo fumato troppo, bevuto troppo e il mio stomaco si stava lamentando di tutta la merda liquida che gli avevo fatto ingerire. Era troppo tardi per trovare qualche posto aperto, così mi metto a girovagare cominciando a pensare che avrei dovuto tornarmene a casa a stomaco vuoto e riscaldarmi gli avanzi del pranzo del giorno prima. Poi la vedo, in fondo alla strada, un’insegna luminosa ancora accesa. Doner kebab, uno di quei posti più sporchi della cucina di un Burger King che si trovano abbastanza spesso in Italia. Qui in America non ce li abbiamo, lì in Italia sì. Ma in Italia la gente è abbastanza strana, sono di quelli con il sistema metrico decimale, e vanno avanti a bere cappuccino e a mangiare spaghetti tutto il giorno. Lo sai che ci mettono sugli spaghetti? La salsa di pomodoro. Non il ketchup, ma la salsa di pomodoro! Assurdo vero? Comunque, come ti stavo dicendo, entro in questo postribolo grosso come lo sgabuzzino di casa mia e un turco mi accoglie con fare sorridente. Mi chiede cosa voglio, e io gli dico che voglio un panino. Allora inizia a farmelo. C’era odore di salsa piccante che si infilava dentro i vestiti, il rotolo di carne ruotava e sfrigolava sulla griglia. Aspetto in silenzio il mio succulento panino. Lo sapevi poi che quel kebab non è assolutamente roba turca? Lo fanno in Germania, ed è solo una trovata commerciale per far lavorare i turchi nel resto dell’Europa. Se vai in Turchia e chiedi un kebab così, prima ti ridono in faccia e puntano una pistola addosso e ti rapinano lasciandoti in mutande.
Comunque, il kebabbaro mi scalda un pezzo di pane arabo, lo taglia e lo riempie di carne. Poi si avvicina e mi chiede cosa ci voglio dentro. Gli indico un paio di salse piccanti, cetrioli, pomodori e cipolle. Insalata verde, ma gli dico di non mettere quella rossa. Vedo che con la sua pinza metallica si avvicina al cestello dell’insalata rossa, ne afferra una presa e la infila nel panino. Io lo guardo contrariato, quel tipo non aveva capito un cazzo, e gli dico di nuovo che non volevo l’insalata rossa. Lui scuote la testa, fa finta di non capire e continua a mettermi insalata rossa in quel cazzo di panino! Allora io gli dico “senti, togli subito quell’insalata rossa oppure non sarà l’unica cosa che finirà dentro quel cazzo di panino”. Lui fa finta di niente e continua a chiedermi se voglio altra salsa piccante. A quel punto mi girano veramente i coglioni e tiro fuori il ferro. Glielo punto dritto negli occhi, lui mi guarda terrorizzato, non si era mai trovato una pistola puntata in faccia, si stava cagando nelle mutande cazzo! L’insalata ormai si era impastata ben bene con il resto dei condimenti ed era impossibile toglierla. E allora gli dico “mi prendi per il culo? Rifammi quel cazzo di panino senza insalata rossa oppure ti giuro che presto vedremo chi è il più negro dei due qui dentro!”. Lui a quel punto sembra capire, lascia cadere il panino per terra e tremando tutto incomincia a farmene un altro. Quando mi chiede cosa ci voglio dentro gli indico gli ingredienti e le salse e lui questa volta non sbaglia. Tutto tremante mi da il sacchetto con il panino, io prendo una coca dal frigo e gli chiedo quanto fa. Lui mi dice niente, ma io insisto e gli chiedo di nuovo quanto fa. Mi dice cinque euro. Li tiro fuori dal portafoglio, glieli appoggio sul bancone di vetro e mi allontano.
Per la strada tiro fuori il mio kebab dal sacchetto e inizio a gustarmelo. Cazzo, era davvero buono. Mangio e mangio e sai cosa ci trovo? Patatine fritte! Quello stronzo mi aveva messo dentro delle patatine fritte senza che glielo chiedessi! Questo mi ha fatto capire che se uno è un coglione non gli basta avere una pistola puntata in faccia per rinsavire, rimarrà un coglione comunque. Ma non avevo più voglia di tornare indietro. Quelle patatine tutto sommato stavano bene nell’insieme. E posso dirti una cosa: era davvero buono quel panino!

[Ecco il secondo degli esercizi del laboratorio di scrittura creativa: descrivi in poche righe un evento qualsiasi che hai vissuto durante la settimana e poi riscrivilo come se al tuo posto ci fosse un personaggio qualsiasi. Jules Winnfield può questo e altro ;)]