sabato 22 giugno 2013

Fine di un Mondo Lontano



La comitiva di strane creature avanzava rapidamente nel freddo deserto roccioso. Erano in quattordici: sette possenti cavalcature dominate da altrettanti cavalieri, che da lontano sarebbero potuti apparire come un gigantesco serpente scaglioso che strisciava con grazia e velocità in quella brulla terra dai toni rugginosi.
Le bestie, titani dalla pelle pallida e coperta di aculei smussati, alte quasi due metri al garrese, erano dotate di sei possenti zampe piatte perfettamente adatte a muoversi con agilità in quei territori. Il loro volto tondeggiante era dominato da tre occhi a mandorla completamente bianchi e da due bocche dotate di file di denti larghi e durissimi, in grado di divorare roccia e detriti con la stessa facilità con cui una mano può stringere un’arma.
I loro cavalieri, che stavano comodamente accoccolati su delle coperte sistemate sulla schiena delle bestie, in una posizione dove gli aculei erano stati accuratamente recisi, non erano di aspetto meno esotico. Alti poco più di un metro, avevano il corpo magro interamente ricoperto di scaglie verde scuro, due gambe e quattro braccia dotate di micidiali artigli, una lunga coda e volti serpentini dalle due pupille color blu notte. Con due braccia tenevano saldamente le redini di cuoio per controllare la bestia, mentre nelle altre reggevano scudi di cuoio indurito e lance dalla punta di selce.
La Landa Ferita, così era chiamato quel luogo dai th-ya, i membri di quello strano popolo, era insolitamente rumorosa. Il vento trasportava un ululato in lontananza, nato da creature così aliene che persino quella tribù guerriera temeva, assieme a suoni flautati e dissonanti, come se numerose persone stessero suonando insieme strumenti musicali perfettamente accordati ma seguendo ognuno la propria melodia.
I due soli gemelli grigi stavano calando all’orizzonte, e presto avrebbe dominato l’oscurità della notte.
“Dovremmo quasi esserci – disse con voce sibilante il th-ya in testa alla compagnia, che al di sopra delle scaglie portava cinghie di cuoio ornate d’ossa e scaglie di altre bestie come ornamento – arriveremo alla Grande Crepa prima del calare della notte. Prima di allora dovremo abbandonare le cavalcature.”
Gaengl era la guida della compagnia, uno dei pochi th-ya che conoscesse le poche strade che portavano alla Grande Crepa evitando la maggior parte dei pericoli della Landa Ferita. Era stato pagato da Immer’nok, un potente signore schiavista della casta dei padroni rossi, perché conducesse lui e alcuni servi fidati fino a quel luogo, dove si diceva si potesse svolgere la miglior caccia per i propri affari… se si era abbastanza coraggiosi da affrontare la Crepa stessa.
“Perché mai dovremo abbandonarle?”, chiese Immer’nok, la cui cavalcatura si trovava proprio dietro quella di Gaengl. Il th-ya era abbigliato con dei bracciali rossi sui quattro arti superiori e un tondo cappello di pelle dello stesso colore, a simboleggiare il suo status sociale.
“Gli shak-thy hanno paura della Grande Crepa. Sentono che c’è qualcosa che non va, che è innaturale, che non dovrebbe esistere. E se vengono costretti ad avvicinarvisi, tentano di scappare disarcionando i loro padroni o impazziscono e tentano di divorarli. A volte si divorano anche a vicenda, e in un’occasione ho visto uno shak-thy particolarmente fedele e mansueto, che mai avrebbe fatto del male al proprio cavaliere o a chicchessia, avere un tremito e cadere a terra morto pochi momenti dopo. Gli erano esplosi i cuori dalla paura, capisci, mio signore? Per questo andremo a piedi. Così troveremo la cavalcature al nostro ritorno.”
“Sempre che non le divorino le serpi nere”, commentò acido Immer’nok.
“Non ci sono serpi nere qui intorno, né qualsiasi altro animale. L’ho detto padrone, solo la nostra razza è così coraggiosa da avvicinarsi così tanto.”
Coraggio o follia?, rifletté Immer’nok. Avesse esposto il suo pensiero ad alta voce sarebbe immediatamente stato giudicato un codardo. Nella società dei th-ya, la fierezza, l’onore e la bravura nell’arte guerresca erano tutto. Chi non le aveva poteva al massimo ambire alla schiavitù, o al destino di riproduttrice se fosse stata una femmina. Ma erano pochi i th-ya che sarebbero stati disposti ad accoppiarsi volontariamente con una femmina codarda.
“Che mi sai dire sulla Grande Crepa? So solo che si dice che loro vengono da lì”, chiese Immer’nok.
“Sì, è vero, mio signore – rispose Gaengl – ma oltre a questo, non è che si sappia poi molto su quel luogo. Fino a qualche ciclo fa, non si sapeva della sua esistenza, e come ben sai nemmeno loro erano mai stati avvistati. La terra si è aperta così, da una notte all’altra, e quei demoni sono comparsi. Ma non solo loro, mio signore, non solo loro. Molte altre creature vengono da là sotto, assieme a questa musica. La senti, vero? È l’ululato della follia, che li spinge a invadere la sacra terra dei clan. Non sono molti, ma si dice che un giorno lo saranno, perché è vero, la Crepa si allarga sempre di più e ad ogni ciclo ne arrivano altri, sempre più temibili. Come l’assassino bianco.”
“L’assassino bianco è una leggenda!”, borbottò un altro th-ya, uno dei soldati-schiavi al seguito di Immer’nok, che fino a quel momento aveva ascoltato la conversazione in silenzio.
“Non ti ho dato il permesso di parlare, servo! – lo redarguì Immer’nok – e farai bene a ricordarti queste tue parole, perché da questo momento in poi sarai tu di guardia ai recinti!”
Le scaglie dello schiavo impallidirono, i suoi occhi si ridussero a due fessure, mostrando evidenti segni di codardia. Come a insultarlo e a ricordargli nuovamente la sua posizione, Immer’nok gli sibilò contro.
“Se ho il permesso di rispondere al vostro schiavo, mio signore – disse Gaengl – posso confermare che l’assassino bianco non è affatto un mito. Egli è un vero e proprio mostro, che vaga nella notte tra i recinti degli schiavi e le caverne dei padroni rossi. Uccide tutti i th-ya che incontra, siano essi guerrieri o servi, e libera dalle catene quelli che si dice siano i suoi fratelli. Ma egli non somiglia per niente ad uno di loro… egli ha un corpo bianco ed enorme, artigli in grado di dilaniare uno shak-thy, e un volto lucente simile ad uno dei soli grigi… vidi un’ombra, una volta, che corrispondeva a questa descrizione. E la scia di cadaveri che si lasciò le spalle infesta ancora le mie notti, e riempie di rabbia le mie mani.”
Tra i soldati-schiavi corse un sibilo di terrore. Immer’nok li fulminò con lo sguardo. Sapeva perfettamente del mito riguardante l’assassino bianco, ma era la prima volta che incontrava qualcuno che sosteneva di averlo effettivamente visto, anche se solo di sfuggita. Il malumore che iniziò a serpeggiare tra i suoi sgherri, però, gli fece capire che era il caso di concludere il discorso.
“Parli molto, per essere solamente una guida. Per il resto del viaggio ci condurrai in silenzio, perché è meglio risparmiare la voce per sentire i rumori sospetti che ci circondano”, gli disse autoritario.
“Sì, mio signore”, rispose Gaengl, e per il resto del viaggio tacque.
Dopo nemmeno mezz’ora di viaggio, furono costretti a lasciare le cavalcature nei pressi di un’oasi colma di acqua sporca, dato che stavano cominciando a mostrare segni di inquietudine. Proseguirono a piedi, mentre le ombre della notte invadevano il deserto. Per i th-ya non era un problema vagare in quelle terre anguste con l’oscurità, dato che i loro occhi vedevano benissimo, ma man mano che il loro peregrinare li portava sempre più vicini alla Grande Crepa, il territorio stesso iniziò a mutare. Piante mai viste, dotate di occhi e bocche, fischiavano e cantavano al loro passaggio. Spesso i loro passi diventavano più rapidi, altre volte più lenti, come se il tempo stesso venisse distorto, e in alcuni luoghi interi banchi di pietra sbriciolata fluttuavano nell’aria, tenuti sospesi da una forza invisibile.
Immer’nok avanzò con decisione nel paesaggio alieno, ma strinse con più forza la lancia e lo scudo. I suoi servi avevano con loro, oltre alle armi, diverse reti per catturare le proprie prede. Un paio di quegli esseri schifosi sarebbe stato sufficiente per garantirgli introiti per le settimane successive, oltre che a ripagare le spese del viaggio, ma se fosse riuscito a catturarne addirittura quattro o cinque le cose si sarebbero messe decisamente meglio per il suo ruolo di padrone rosso. Era infatti responsabile del divertimento dei membri del suo clan, e possedeva decine di schiavi addestrati al combattimento da buttare nelle fosse, dove avrebbero lottato fino alla morte. Ma da quando la Grande Crepa era comparsa e quelle creature vi erano sbucate fuori, nulla attirava il favore della folla quanto una coppia di queste intenta a massacrarsi a vicenda. Qualche cacciatore o mercante particolarmente fortunato ne aveva già portati presso il suo clan: individui deboli, e tendenzialmente poco adatti al combattimento, ma Immer’nok aveva deciso di acquistarli lo stesso. Dopo aver buttato denaro in molte mani, era venuto a conoscenza del luogo migliore per cacciare quelle bestie, e aveva radunato i suoi uomini migliori per andarci di persona. Ora, doveva solo prenderle.
“Chiedo il permesso di parlare, mio signore”, disse Gaengl.
“Permesso accordato.”
Gaengl indicò avanti a sé, dove un’oscurità quasi palpabile sbarrava il cammino.
“Siamo a pochi passi dalla Grande Crepa, è meglio non proseguire oltre. Qualunque cosa succeda da questo momento in poi, mio signore, se doveste trovarvi più vicino a quell’orrido buco nel terreno, vi prego, non guardateci dentro.”
“E perché mai? C’è forse qualcosa di temibile? Hai forse paura, guida?”
“Non è questo, mio signore – disse timoroso Gaengl – non so dirvi cosa ci sia di preciso dentro la Crepa. Ma qualunque cosa sia, essa è caos incarnato. Nessuna mente è in grado di sopportarla senza venirne ferita. La pazzia e la morte sono il destino inevitabile per chiunque vi faccia cadere lo sguardo all’interno. Non è paura, mio signore, è pura sopravvivenza. Se volete vedere l’alba di domani, seguite il mio consiglio.”
Immer’nok annuì, senza replicare. Rifletté, mentre fissava quel buio innaturale, poi chiese: “Hai qualche consiglio per prenderli?”
“Attendiamo, mio signore. Essi arrivano dalla Crepa, ma per qualche motivo, la ripudiano. Tenteranno di uscirne, per scappare nelle nostre terre. Non dobbiamo fare altro che posizionarci qui, ai suoi limiti, e aspettare che qualcuno di loro salti fuori. Sono molto veloci, rispetto a noi, perché hanno gambe più lunghe, ma basterà utilizzare le reti e colpirli alla testa per stordirli. Fate attenzione, perché se messi alle strette diventano molto feroci.”
“Avete sentito, schiavi? Disponetevi, e se ve ne scappa qualcuno pagherete con la frusta!”, ordinò il padrone rosso. L’ordine venne immediatamente eseguito dai suoi timorosi servi.
Attesero in silenzio per ore, con gli occhi blu notte, due sfere buie incastonate tra le verdi scaglie, puntati sull’oscurità ancor più temibile della Crepa. Tutt’attorno a loro, i canti delle piante continuavano, accompagnati da suoni gravi di strumenti a fiato, ballate funebri così simili a quelle che i th-ya suonavano con i loro corni.
Poi, rapido come un lampo, qualcosa fuoriuscì dall’oscurità. Come i suoi occhi bianchi notarono i th-ya, la creatura emise un urlo terrorizzato e tentò di darsi alla fuga. Aveva un corpo grande, quasi alto quasi il doppio rispetto a quello di Immer’nok, pelle chiara e priva di scaglie, due arti inferiori e solamente due arti superiori. Sulla sommità della testa, aveva ciuffi di peli sporchi, e gli stessi peli gli contornavano la parte inferiore del volto. Indosso aveva solamente stracci, segno di una qualche civiltà che però doveva essere stata perduta da tempo. Immer’nok ordinò ai suoi soldati di catturarlo e questi eseguirono l’ordine sorprendentemente bene: uno di essi lanciò la rete e accalappiò la creatura, che cadde sul terreno duro gemendo. Dopo pochi istanti, altre creature simili emersero dalle tenebre e, come il loro simile, corsero come pazzi nel tentativo di distanziare i propri predatori. Uno dei soldati-schiavi dovette colpire alla gamba con il manico della lancia uno dei due, per farlo capitombolare per terra, mentre l’altro, una creatura con i peli sulla testa molto più lunghi e due strani rigonfiamenti a coppa sul petto, riuscì a distanziarli.
“Se non riuscite a catturarli subito, non permettete che se ne vadano vivi!”, ordinò Immer’nok. La creatura cadde a terra pochi istanti dopo, trafitta da una lancia scagliata da uno dei th-ya.
“Due, e in buona salute! – esclamò Gaengl – gli dèi vi assistono, mio signore!”
“Non è sufficiente. Ne voglio degli altri.”
“Se posso permettermi, mio signore, abbiamo già trascorso qui molto tempo. Siamo stati fortunati che altre creature ben più temibili non siano uscite dal buio. Io non abuserei della nostra buona sorte.”
“Se sei troppo timoroso per rimanere, allora vattene! Troveremo la strada da soli!”
Gaengl fu tentato di seguire il consiglio, ma rimase nella sua posizione. L’onta della fuga sarebbe stata deleteria per i suoi affari.
Mentre i rimanenti th-ya stordivano con una botta in testa le due creature catturate e provvedevano e legar loro gli arti, Immer’nok fissava con attenzione la Grande Crepa. Per un attimo gli parve di vedere uno scintillio nell’oscurità, ma poi tutto tornò normale, se così si poteva definire quello strano ambiente.
Improvvisamente, una creatura balzò fuori dalle tenebre e si avventò su di lui. Sembrava avere la stessa forma delle altre bestie appena catturate, ma a differenza degli altri, indossava una veste aderente nera che ne copriva interamente le fattezze. Come la creatura che avevano ucciso, anch’essa aveva due rigonfiamenti sul petto e una vita esile, peli neri e lisci che le ricadevano sulla schiena, tranne sul lato destro del cranio, che era rasato e aveva marchiati una serie di simboli rossi incomprensibili.
La creatura lottò con Immer’nok brevemente, perché subito il padrone rosso riuscì ad allontanarla con un colpo del suo scudo diretto al volto. La bestia si accasciò su di un fianco, e solo in quel momento il th-ya si rese conto che il suo corpo mostrava delle ferite ben più antiche ma ancora sanguinanti.
“Ti prego… aiutami…”, disse la creatura, poi i suoi occhi pallidi si rivoltarono e svenne.
“Parla! – esclamò Immer’nok con sorpresa – questo mostro ha parlato! Quale maleficio è mai questo?”
Gaengl si avvicinò e osservò con un misto di orrore e curiosità la creatura svenuta.
“Li ho sempre sentiti fare versi incomprensibili. Forse tra di loro riescono a comunicare. Ma è la prima volta che sento uno di questi umani parlare la nostra lingua. Questa creatura vale più di una tribù di mille guerrieri, siete stato benedetto dagli dèi, mio signore!”
Immer’nok non potè fare altro che concedersi un sibilo di soddisfazione.

Il gruppo di cacciatori fece ritorno alle Grotte Infinite, casa del clan di Immer’nok, e una volta lì si separarono da Gaengl, che venne pagato profumatamente per i servigi resi. Le prime due bestie catturate, due creature massicce e dallo sguardo ostile, vennero subito messe sotto con il lavoro: a suon di colpi di frusta, gli allenatori di schiavi avevano il duplice obiettivo di forgiare il corpo di quegli animali e al tempo stesso renderli mansueti come uno shak-thy dagli stomaci pieni. I due erano impauriti, come se non avessero la minima conoscenza del luogo in cui si trovavano, ma quando i servi portarono loro del cibo ci si avventarono contro come se non mangiassero da giorni.
Ma più di tutte era il curioso animale vestito di nero ad attirare le attenzioni di Immer’nok. Aveva su tutto il corpo e su buona parte delle braccia degli squarci profondi, come se fosse stata ferita da un qualche temibile mostro dotato di artigli, e il th-ya si trovò a temere per la sua vita (per una pura questione economica, la sua perdita sarebbe stata insostituibile). Oltre alle strane vesti, ad attirare l’attenzione di Immer’nok fu il marchio rosso sul cranio, una serie di simboli che poteva ricordare un qualche tipo di scrittura, ma incomprensibile ai suoi occhi. Forse era il linguaggio che parlavano quegli esseri.
Il padrone rosso vegliò sul corpo della creatura per i giorni successivi, assistito dagli sciamani, che le avevano ripulito le ferite e somministrato delle erbe sacre per la guarigione.
Una notte, finalmente, la bestia riaprì gli occhi. Immer’nok dovette trattenere la sua eccitazione quando ciò avvenne, ma la prudenza non l’aveva abbandonato, così strinse in una mano un affilato coltello dalla lama di selce. La creatura emise un gemito e fece qualche colpo di tosse.
“Riesci a capirmi?”, chiese Immer’nok.
Gli occhi chiari si puntarono su di lui, e lo osservarono con attenzione. Sembrava che lo stessero attentamente studiando.
“Sì… ti capisco…”, disse. Il padrone rosso per poco non si mise a saltellare per la stanza per la contentezza. Riuscì però a mantenere un’apparenza di contegno.
“E come sei in grado di farlo? Voi umani non parlate la nostra lingua.”
“Io… io sì. Capisco tutte le lingue, non solo la tua. Sono stata modificata per farlo”, disse lei. Immer’nok non capì precisamente cosa la creatura intendesse, ma quando tentò di alzarsi a sedere, le fece scattare il coltello alla gola.
“Ascoltami bene, bestia! Che tu sia in grado di capirmi non cambia assolutamente nulla! Io ti ho catturato, e ora sono il tuo padrone! E tu mi soddisferai, che tu lo voglia o no!”
La donna alzò le mani in segno di resa, ma fissò Immer’nok con un gelo tale negli occhi pallidi che il padrone rosso comprese che non mostrava il minimo segno di paura. Una condizione che, se non altro, meritava del rispetto.
“Hai un nome, bestia?”, chiese Immer’nok.
“Mi chiamo Nadira. E non sono una bestia, sono una femmina umana.”
“Femmina, maschio, non ha importanza! Quando si saprà in giro che ho con me un umano in grado di parlare, diventerò il padrone rosso più potente di tutti i clan! Per allora dovrai rimetterti, e dovrai spiegarmi molte cose. Ho molte curiosità che tu, con la tua lingua balbettante, potrai soddisfare.”
“Mi hai salvato la vita, e te ne sono riconoscente. Ma sappi, padrone, che non ho intenzione di sottostare al tuo volere. Tu sei un th-ya, vero? A giudicare dal tuo aspetto, sono finita proprio nel luogo che avevo intenzione di raggiungere. Ma non mi aspetto che tu comprenda.”
Era vero, Immer’nok non comprendeva. La risposta di Nadira era stata talmente audace e stravagante che il padrone rosso si trovò spiazzato, non sapendo più cosa risponderle. Si sentiva affascinato da quella creatura, una sensazione che trovava deliziosa e sgradevole allo stesso tempo.
“E allora fammi comprendere! – sibilò Immer’nok – parlami! Cosa c’è nella Grande Crepa? Cosa stai cercando, qui nelle nostre terre? Da dove venite, voi uomini?”
“Ascoltami bene, creatura. Il vostro mondo, uno dei tanti, sta per finire. Non dipende da me, e non dipende da voi. Dovete semplicemente accettare la realtà dei fatti. Potrebbero volerci giorni, settimane, forse anni, ma succederà. Io sono venuta qui per trovare una persona, e portarla via prima che questo accada e venga perduta per sempre.”
Immer’nok diede la schiena a Nadira e si recò verso l’uscita della stanza. Aveva sentito abbastanza. La donna non disse altro, e una volta uscito, il th-ya la chiuse all’interno. Era evidente che era completamente pazza, farneticava di cose che per lui non avevano alcun significato. Eppure, nella sua voce, nel suo sguardo, c’era qualcosa di veritiero, qualcosa che dal profondo gli suggeriva che ciò che aveva sentito non erano solamente sciocchezze.
Decise che la notte gli avrebbe portato consiglio.

Nei giorni successivi, Immer’nok non si recò di nuovo da Nadira. Gli sciamani gli riferirono che le condizioni della femmina umana miglioravano di giorno in giorno, e che durante il periodo di convalescenza non aveva dato alcun problema. Certo, la voce che il possente padrone rosso del clan delle Grotte Infinite possedesse un’umana parlante si era espansa, così, nei giorni successivi, Immer’nok trovò costantemente all’ingresso dei suoi alloggi una folla di curiosi, che prontamente faceva cacciare via dai suoi soldati-schiavi.
Aveva ripensato più volte alle parole della creatura ma, per qualche strano motivo che non riusciva a comprendere, non aveva più avuto il coraggio di andare a parlarne per continuare il discorso. Era ormai certo che la donna fosse convinta di ciò che gli stava dicendo.
Per tirarsi su di morale e per rallegrare anche il morale del suo clan, organizzò nei giorni successivi dei giochi presso la Fossa, dove numerosi schiavi th-ya si affrontarono a morte, e il culmine dello spettacolo venne dato dai due umani catturati solo pochi giorni prima che, sebbene fossero ancora inesperti alle arti della guerra, catturarono l’attenzione di tutti gli spettatori. Tra le lacrime (una curiosa condizione che sembrava scatenarsi solo negli umani) uno dei due ebbe la meglio sull’altro, sfondandogli il cranio con una mazza di pietra.
Thlalisi, il capo del clan delle Grotte Infinite, uno dei più superbi guerrieri del popolo th-ya, sedeva durante quell’evento proprio di fianco a Immer’nok, e si lasciò andare ad un grido gioioso quando assistette allo spettacolo di quello strano sangue rosso che si mescolava alla polvere delle rocce.
“Mi è stato riferito della strana bestia che hai trovato alla Grande Crepa. Sono vere le voci che girano, Immer’nok? Conosce veramente la nostra lingua?”, chiese Thlalisi.
“Così è, mio signore. Un fatto strano senza alcun dubbio, ma di cui non sono ancora stato in grado di chiarire i motivi.”
“Sono ansioso di poterla vedere in azione. Parlarle assieme, ancora prima di vederla combattere. Un’occasione del genere non può andare sprecata, specie se quella creatura dovesse essere inadatta al maneggiare un’arma.”
“Al momento non è possibile, mio signore. Era ferita gravemente quando l’ho catturata, e tutt’ora sta lottando tra la vita e la morte.”
Non era vero, Immer’nok sapeva che Nadira non era più in pericolo di vita già da diversi giorni. Ma, per qualche motivo, provava un senso di protezione verso l’umana. Se solo avesse trovato il coraggio di parlarle nuovamente…
“È un peccato. Ma sarò paziente, attenderò che la bestia si rimetta – disse Thlalisi – sempre che l’assassino bianco non la prenda per prima. Lo sapevi che Chtauni, il padrone rosso del clan delle Scaglie Stellate, ha subito un attacco proprio due notti fa? Lui e tutti i suoi schiavi th-ya sono stati massacrati, gira addirittura voce che la sua testa non sia stata rinvenuta, come se l’assassino l’avesse portata via, o peggio, divorata… e, come in ogni altra occasione, tutti gli schiavi umani sono stati liberati. Fossi in te, prenderei le dovute precauzioni.”
“Ho già decine di soldati a guardia dei recinti. Non corro alcun pericolo.”
Thlalisi si alzò dal suo scranno ed emise un sibilo divertito.
“Stai attento, Immer’nok. Anche gli altri padroni rossi ne erano convinti.”
Ed effettivamente, Immer’nok non si sentiva al sicuro. Decise che quella notte avrebbe di nuovo parlato con Nadira.

Giunto alla sua dimora, ordinò ai servitori di portare Nadira nel cortile di roccia, un ampio spazio sotterraneo ricavato tra le ville delle caverne dove sgorgava una fonte di acqua pura. Non era luogo per schiavi quello, ma i servitori eseguirono l’ordine senza fiatare, pur lanciando qualche strana occhiata a Immer’nok.
Il padrone rosso si fece attendere per qualche istante, e quando fece ingresso nella grotta malamente illuminata da dei bracieri, vide che Nadira era nuda e si stava lavando presso la fonte.
Decise di lasciar correre quella mancanza di rispetto e osservò con un misto di disgusto e curiosità il corpo morbido e muscoloso della donna, ancora deturpato dalle fresche cicatrici.
Nadira lasciò correre lo sguardo su di lui, ma non si vergognò della sua nudità. Immer’nok sapeva che quella era un’altra caratteristica degli umani, vergognarsi delle proprie forme, una cosa che la loro razza giudicava semplicemente incivile. Il suo rispetto per quella creatura crebbe ulteriormente.
“Mi hai mandato a chiamare?”, chiese lei.
“Sì, è così. Voglio che riprendiamo il discorso che abbiamo interrotto l’altra notte. Vedo che ti sei rimessa.”
“Va molto meglio. Per essere un popolo primitivo, devo dire che conoscete l’arte della medicina molto bene.”
“Popolo… primitivo? Come ti permetti, animale! – sbottò Immer’nok – parli di inciviltà, quando i tuoi simili non sono altro che mostri vestiti di stracci!”
“Ora… sì, lo sono. Ma un tempo non era così, e in alcuni altri mondi non è così tuttora. È normale che voi th-ya ci giudichiate animali, perché avete avuto solamente una piccola visione dell’insieme. Credi forse che questo sia l’unico mondo? Credi che non ne esistano altri, là, dentro la Grande Crepa?”
“Questa terra, che noi chiamiamo Kishogy, è l’unica ed è dove gli dèi hanno deciso che dobbiamo vivere. Ma esiste un altro mondo oltre questo, chiamato Klijasad, dove le anime dei più grandi guerrieri vanno dopo la morte per vivere in eterno e dove le anime dei codardi diventano polvere e creature striscianti. Questo è ciò che gli dèi ci insegnano.”
“Bene, allora sono sicura che comprenderai quanto sto per dirti. Kishogy, il vostro mondo, è realtà. E anche Klijasad lo è, sebbene io non abbia mai potuto visitarla. Ma sono solamente due tra le infinite realtà che fluttuano nel multiverso. Esistono mondi dove gli umani sono una razza potente e temuta, altri popolati da demoni, altri ancora da spiriti. È caos, è magia, ma è pura realtà. Io, come tutti gli altri uomini e le strane bestie uscite dalla Grande Crepa, vengo da un altro mondo. Ma c’è qualcosa, in un mondo popolato dagli uomini, che ha spezzato questo equilibrio. Nanaeel Caosgi, viene chiamato, e ora sta accadendo qualcosa di innaturale: i mondi si stanno incontrando. Tutti i mondi, lentamente, vengono attirati da quell’oggetto, da quel cubo, e si fondono insieme. Un caos indescrivibile, riusciresti a immaginarlo? Riusciresti a immaginare Kishogy, la tua terra, sovrapposta a Klijasad, sovrapposta alla mia Terra, sovrapposta alla dimensione Nagleis, sovrapposta alla dimensione Vitrudes, sovrapposta alla dimensione Crematoria? La Grande Crepa non è naturale, è come una piaga, un tumore che si espande sul vostro mondo e lentamente lo corroderà, fino a che non si sarà fuso con gli altri. Kishogy non ci sarà più, ma diventerà parte di ciò che è Nanaeel Caosgi.”
Immer’nok riflettè attentamente sulle parole di Nadira. Si era sempre reputato un th-ya intelligente, ma ora faticava ad accettare l’enormità di quanto quella creatura gli stava raccontando. Poteva essere una falsità, una menzogna per confonderlo… eppure erano troppe le verità che nuotavano nella sua mente. Nadira parlava la sua lingua, anzi, a suo dire parlava tutte le lingue. La Grande Crepa era qualcosa di innaturale, che non doveva esistere, qualcosa di alieno… come se altri mondi, con i loro mostri e le loro leggi, avessero deciso di sovrapporsi in un unico punto del loro piccolo universo.
“Se ciò che dici è vero – iniziò Immer’nok, e per la prima volta le sue parole avevano una nota timorosa – come fai a sapere tutte queste cose? Perché gli altri umani che abbiamo ridotto in catene non sono altro che barbari incivili?”
“Quegli uomini provengono dai mondi che per primi sono stati vittima di Nanaeel Caosgi. Qualcosa dentro di loro si è rotto, quando i loro mondi sono crollati. La loro mente si è spezzata, hanno vagato tra le folli eternità di universi a loro alieni, con l’unico scopo di sopravvivere. Quelli che sono giunti qui, in questa terra che ha ancora apparenze di stabilità, possono considerarsi fortunati. Forse è la morte nelle arene ciò che li attende, ma almeno è una morte in un luogo a loro più familiare rispetto all’entropia da cui provengono. La morte non è che un passaggio. Dopo, ci sono sempre altri mondi. Ma superato quel punto, il corpo fisico non sarà più per loro una preoccupazione. Ti chiami Immer’nok, vero?”
“Sì. Come lo sai?”, chiese il rettile fissandola.
“Ho sentito gli sciamani riferirsi a quel nome chiamandolo padrone rosso. Non è stato difficile capire che fossi tu. Mi hai anche chiesto come faccio a sapere tutte queste cose. Ebbene, tu mi hai salvato la vita, e quindi te lo dirò.”
Immer’nok non replicò. Era completamente assorbito dalla voce e dallo sguardo pallido di quella donna, che gli stava raccontando verità mai rivelate.
“Faccio parte di un’organizzazione, chiamata i Cacciatori, che ha sede in una dimensione conosciuta come Omega-8. Quella dimensione è una prigione dove tutte le creature che hanno commesso crimini contro il multiverso vengono rinchiusi, ma allo stesso tempo è abitata da guardiani che hanno il compito di sorvegliare ciò che sta accadendo, far sì che le dimensioni continuino ad avere il loro equilibrio. Non siamo solamente umani, ma creature provenienti da tutti gli universi, che per intelligenza o abilità sono state scelte, a cui è stata rivelata la vera realtà dei fatti… e a cui è permesso viaggiare tra gli universi per svolgere gli scopi dell’organizzazione. Quante meraviglie e quanti orrori abbiamo vissuto! Non ne avresti idea, il multiverso è un luogo troppo ampio e troppo… strano, per poterlo descrivere completamente!”
“I simboli che porti sulla testa, quindi…”, iniziò Immer’nok.
“Sono il simbolo degli agenti dell’organizzazione. Se mai vedrai altre creature portare marchi simili, saprai di avere di fronte un Cacciatore.”
Era una mole di informazioni troppo grande per poterla assimilare tutta insieme. Il padrone rosso si avvicinò alla fonte e si schizzò d’acqua, facendola colare tra le scaglie, assaporandone la sensazione gelida. Nel frattempo, Nadira si alzò e si rivestì con i pochi panni che i servi di Immer’nok le avevano fornito.
 “Puoi fare qualcosa per salvare il nostro mondo? O siamo condannati?”, chiese, mentre fissava la massa d’acqua scura.
“No, non c’è niente che si possa fare. Presto o tardi, la Crepa si allargherà e vi inghiottirà tutti. Non solo questo pianeta, ma l’intero universo. Ma per allora, voi th-ya sarete già tutti dispersi tra le realtà, sempre che sarete ancora vivi.”
“Allora cosa sei venuta a fare qui? Perché sei venuta a tormentarmi con le tue parole apocalittiche, se non è per darci una salvezza?”, le urlò contro. Immer’nok era furioso, non riusciva ad accettare l’ineluttabilità del destino e le ragioni di quella donna. La amava, perché aveva aperto la sua mente, ma al tempo stesso la odiava.
“Come ho detto, sono qui per cercare qualcuno. Voi lo chiamate l’assassino bianco.”
“L’assassino bianco! – sbottò Immer’nok – cos’è quel mostro? Una delle creature a cui la tua organizzazione da la caccia?”
“No. È egli stesso un Cacciatore.”
Immer’nok emise un sibilo stizzito nei confronti della donna. Dopo quest’ultima affermazione, il suo rispetto si stava trasformando in odio.
“È uno di voi quello che ha sterminato i nostri simili! Perché mai avrebbe dovuto farlo? Siamo forse criminali, noi? Qual è lo scopo di questa follia?”
“La sua è follia, infatti, ed è mio compito riportarlo a casa. Ora è divenuto una creatura diversa, ma egli, un tempo, era un umano, proprio come me… giunto in questo mondo per analizzare la situazione della Grande Crepa, ha visto i suoi simili in catene e… qualcosa nella sua mente non ha retto. Non dovrebbe essere nostro compito, quello di salvare gli umani, nemmeno se giunti qui per una rottura dell’equilibrio. Lui lo sta facendo, e la sua furia non conosce confini.”
Immer’nok rifletté su quest’ultima affermazione. Se si fosse trovato lui in una situazione simile non avrebbe rischiato nulla per salvare dei suoi simili in catene. Li avrebbe semplicemente giudicati deboli e privati del suo rispetto, ma gli umani non avevano i suoi stessi sentimenti. I pensieri turbinarono nella sua mente: l’arrivo dell’apocalisse, l’assassino bianco che prima o poi avrebbe attaccato anche le sue caverne, Nadira.
Improvvisamente, seppe che cosa doveva fare.
“Ti aiuterò a trovare l’assassino bianco e ti darò la libertà, Nadira. Ma ad un’unica condizione.”
“Quale sarebbe?”
“Quando te ne andrai da questo mondo, mi porterai via con te. Verrò con te su Omega-8, oppure in qualsiasi altro mondo tu voglia andare, mi basta che non sia un mondo morente. Se la fine di Kishogy è vicina, io non voglio morire assieme a lui.”
“No, non mi è permesso estrarre forme di vita native dal proprio universo senza un esplicito permesso del Gerarca. Ciò che mi chiedi è semplicemente impossibile.”
“E allora, Nadira, rimarrai qui, in prigione, per il resto della tua… della nostra vita. Non ti permetterò di completare la tua missione, se non sottostarai alle mie condizioni.”
“Non importa, tu sei un padrone rosso. L’assassino bianco verrà a uccidere anche te, prima o poi, e quando mi libererà potrò parlare con lui. È solo questione di tempo.”
Immer’nok decise di giocarsi l’ultima carta.
“Già, ma il tempo, umana, è proprio quello che ti manca, non è vero? L’hai detto tu stessa: questo mondo potrebbe finire tra anni come tra pochi giorni. Come sei sicura che l’assassino bianco arrivi da te in tempo? Non lo puoi sapere.”
Immer’nok contò sul fatto che Nadira non sapesse che l’assassino bianco aveva attaccato il clan delle Scaglie Stellate, le cui caverne distavano solamente pochi giorni di viaggio dalle Grotte Infinite. Lui sarebbe sicuramente stato il prossimo obiettivo.
Capì di aver colto nel segno quando la donna fissò il vuoto con espressione corrucciata.
“Accetto”, disse Nadira con un filo di voce.
Immer’nok sibilò soddisfatto.

Immer’nok rimuginò su quanto Nadira gli aveva raccontato, cercando disperatamente di trovare delle falle nelle sue spiegazioni, in modo da poterle dichiarare false. Per quanto si sforzò, non ci riuscì. Presto l’assassino bianco sarebbe giunto alla sua ricerca, non doveva fare altro che aspettare e, al momento giusto, farsi trovare a fianco di Nadira, in modo che lei potesse placarlo.
C’era comunque la possibilità che la donna decidesse di tradirlo, ma in tal caso, mondo morente o no, avrebbe combattuto contro di lei e contro la creatura che stava cercando fino alla fine: una morte disonorevole era l’ultima cosa che desiderava.
Immer’nok osservò che un singolo dettaglio avrebbe potuto fargli definitivamente accettare che Nadira gli aveva detto la verità: il marchio rosso. Se era vero che l’assassino bianco era un Cacciatore, anch’egli avrebbe portato il marchio, sulla testa o in qualche altro punto del corpo.
Il padrone rosso faticò a riposare nei giorni successivi: tutto gli sembrava irreale. Gli altri th-ya, fossero essi schiavi, riproduttrici o guerrieri del clan avevano assunto tutti un’aria anonima, priva di interesse, come se fossero tutti quanti simulacri e totem, parvenze di vita in un mondo di immaginazione.
Diede silenziosamente addio alle sue caverne, alle ricchezze che aveva accumulato, agli schiavi che tanto avevano fatto per innalzare la sua reputazione. Ovunque stesse andando, non gli sarebbero più serviti. Diede ordine di triplicare la sorveglianza, non tanto per avere effettive possibilità di fermare l’assassino bianco, quanto di averne maggiori d’essere avvertito del suo arrivo.
Qualcosa nel suo mondo stava cambiando. Piccoli cambiamenti, impercettibili per tutti i th-ya che non erano a conoscenza della verità, ma a cui lui iniziava a stare particolarmente attento. La polvere rocciosa che si accumulava sul fondo delle caverne stava sospesa nell’aria mezzo secondo di troppo se veniva agitata, i soli grigi lanciavano strani riflessi colorati, il sapore della carne del bestiame era troppo amara o troppo dolce.
Non poteva fare nulla, solo attendere.
E la sua attesa venne premiata tredici giorni dopo lo sconvolgente dialogo con Nadira quando, intento a riposare nella sua grotta privata, venne svegliato da un brusco rumore. Gli sembrò di sentire in lontananza l’eco dei sibili di dolore dei suoi soldati-schiavi, il cozzare delle armi di selce contro qualcosa che era semplicemente troppo duro per essere ferito. Afferrò la lancia e lo scudo, che ormai teneva sempre accanto al suo giaciglio, e corse verso i recinti degli schiavi. Doveva raggiungere Nadira prima che fosse troppo tardi.
Durante il tragitto non vide nessuno dei suoi servi, segno che qualcosa di orribile stava effettivamente accadendo. Trovò le tracce del sangue violetto dei suoi sottoposti sparsi per i corridoi, i loro corpi dilaniati e le interiora sparse come se fossero stati squartati da una belva feroce e gigantesca.
Mancavano poche decine di metri alla sua meta, quando un urlo minaccioso lo fece voltare terrorizzato. Ciò che vide era sconvolgente: aveva di fronte una creatura alta quasi quattro volte lui, la cui sola estremità superiore ricordava quella di un umano. Aveva braccia e un torace muscolosi, di un bianco metallico, e il volto era coperto da un elmo dello stesso colore che non faceva risaltare alcun tratto. Le similitudini con un uomo, sfortunatamente, si fermavano qui. La parte inferiore del suo corpo era quella di una bestia uscita direttamente dagli incubi, dotata di sei zampe lunghe e sottili, ali membranose e un corpo oblungo, tanto simile a quello di alcuni insetti, inferiori animali divoratrici di carogne, che erano considerati una prelibatezza tra i th-ya, se fritti nel burro di shak-thy.
Con l’ultimo sguardo, Immer’nok riuscì a individuare la striscia di glifi rossi tatuata sull’avambraccio sinistro della creatura. Poi, iniziò a correre.
L’assassino bianco avanzò verso di lui ad una velocità superiore, e fu solamente grazie alla notevole distanza che li separava che il padrone rosso riuscì a raggiungere la porta della cella di Nadira incolume. Sentì il fiato freddo della creatura che gli soffiava sul collo e il disgustoso crocchio delle sue zampe che si muovevano indifferentemente su soffitti e pavimenti.
Spalancò la cella della donna urlando il suo nome, quasi lanciandosi ai suoi piedi. Non aveva mai avuto tanta paura in vita sua. Come poteva Nadira sostenere che quella creatura fosse ancora umana?
Quando l’assassino bianco vide la prigioniera, che era seduta sul pagliericcio della cella, la sua furia si placò. Le sue zampe di fermarono, e le mani (che, Immer’nok vide solo ora, erano dotate di micidiali artigli) si abbassarono in segno di resa. Nadira alzò lo sguardo, con un sorriso ironico in volto.
“Ciao, Frener. È un piacere rivederti”, gli disse.
Frener incurvò la schiena ed emise un urlo, che Immer’nok non seppe valutare se era di dolore o di sorpresa. Ma la sua incredulità fu ancora più grande quando vide che il colosso mostruoso, il temuto assassino bianco, si stava trasformando. La parte inferiore del suo corpo si stava rimpicciolendo, racchiudendosi su sé stessa, fino a che non si trasformò in due normalissime gambe umane (sebbene conservassero quell’apparenza metallica bianca).
“Non aspettavo tue visite – disse Frener con voce profonda e atona – ma rimanderemo i convenevoli a dopo. Prima, lasciami eliminare questo schiavista.”
Immer’nok puntò la lancia in direzione del Cacciatore. La sua forma umana gli incuteva molto meno timore, e se avesse dovuto lottare, avrebbe venduto care le scaglie.
“Fermo, non c’è bisogno di fargli del male. Potrebbe servirci.”
“Che dici, Nadira? Come può esserci utile, questo selvaggio?”
“Ho parlato con lui, sa tutto quanto. È intelligente, per uno della sua razza. Potrebbe essere un buon Cacciatore.”
“Cosa?  - chiese Immer’nok, con aria esterrefatta – non erano questi i nostri accordi!”
“Immer’nok, sono una Cacciatrice di Omega-8, avrei potuto scappare dalle tue prigioni giorni fa, se solo l’avessi voluto. Tu non hai idea di quali minacce siamo portati ad affrontare. Ma ho preferito aspettare, osservare la situazione, e il motivo lo sai. Noi siamo creature provenienti da tutti gli universi, che per intelligenza o abilità sono state scelte. Anche questa è la nostra missione, trovare altri che possano far parte delle nostre fila. E io credo proprio di aver trovato quel qualcuno. Oppure puoi rimanere qui, sul tuo mondo morente, fino a che la Grande Crepa non avrà mutato tutto quanto.”
“Non te ne pentirai – disse Frener – questo te lo posso garantire.”
Immer’nok rifletté sulla proposta, ma sapeva già cosa avrebbe risposto. La vita era sempre preferibile alla morte, l’onore sempre meglio del disonore. E quella caccia, quella grande caccia che quei due strani individui gli stavano proponendo, gli avrebbe senza dubbio concesso il il Klijasad, dopo la morte. O mentre era ancora vivo.
“Accetto”, rispose con voce ferma.
Frener annuì, e sebbene quel gigante non avesse volto, a Immer’nok parve di percepire dell’approvazione nelle sue movenze.
“Frener, veniamo a noi. Il Gerarca Okox vuole parlarti, urgentemente. Hai travisato gli scopi della tua missione qui, è ora che tu faccia rapporto.”
“Io… scusa, credo di essermi fatto prendere un po’ la mano. Tutti questi uomini, che loro tengono come schiavi… mi ricordano ciò che ero una volta. E la cosa mi fa soffrire.”
“Non possiamo permetterci sofferenza. Non noi, non nel multiverso. Noi siamo oltre queste condizioni, e il tuo corpo lo dimostra. Tu hai oltrepassato da un pezzo la condizione umana.”
Frener fissò il terreno per qualche istante, poi annuì.
“Torniamo a casa”, disse l’assassino bianco.
“È programmato un prelevamento nei pressi della Grande Crepa tra tredici ore e ventotto minuti standard. Se ci sbrighiamo possiamo farcela in tempo”, concluse Nadira.
Frener annuì, e si allontanarono insieme.
Immer’nok osservò un’ultima volta le Grotte Infinite, che erano state le sua casa per ottantasei anni, e comprese che non gli sarebbero mancate.
Era l’inizio di qualcosa di più grande.

[Nota: per una visione più completa della vicenda, consiglio la lettura dei miei racconti "L'Alchimista dei Mondi" e "Giustizia Superiore", disponibili anch'essi sul blog.]

domenica 16 dicembre 2012

Una Notte sul Monte Daruga

Dal trattato “Attraversare i Cancelli – Riflessioni Teoriche sull’Andata e il Ritorno” di Lucy Meister, viaggiatrice di mondi

Quanto è infinitesimale la probabilità che una coincidenza si verifichi? Probabilmente si tratta di un numero talmente piccolo da non poter essere neanche calcolato, altrimenti non si inizierebbe nemmeno a parlare di coincidenza, ma di evento improbabile, fino ad arrivare ai grandi numeri delle possibilità e delle certezze.
Eppure è la coincidenza stessa che definisce questa realtà. Senza una sequela infinita di eventi, tutti dotati della stessa possibilità di riuscita, non si sarebbe giunti alla realtà che conosciamo. Si potrebbe dire che il mondo, e ogni mondo conosciuto, non si tratti altro che di una grandissima e infinitesimale coincidenza. Ma come noi viviamo serenamente nella realtà che conosciamo, in altri luoghi esistono creature, forse simili e forse completamente diverse da noi, che proseguono nella loro vita ignari di tutto ciò.
È stato dimostrato dall’eminente professor Jordan Michael Velles che è possibile varcare i cancelli della realtà tramite l’ausilio di alcuni semplici oggetti di uso quotidiano, che fungano da casualizzatori, veri e propri creatori automatici di coincidenze. Per la scelta di questi oggetti possono essere attuate diverse scelte, ma per quanto mi riguarda ho sempre trovato l’utilizzo di una televisione e quella di un computer dotato di una connessione a Internet le più congeniali e di facile utilizzo.
È sufficiente piazzare i due oggetti in una stanza chiusa, senza stimoli o influenze esterne (non è necessario possedere una stanza insonorizzata e asettica, una semplice camera da letto con le imposte delle finestre chiuse e la porta sbarrata è sufficiente), accenderli e far partire sul computer un semplice programma di randomizzazione di siti Internet, con un nuovo caricamento ogni circa venti secondi. Questo tipo di programma fa sì che il proprio browser Internet visualizzi una nuova pagina scelta casualmente tra i miliardi presenti sul web a intervalli di tempo regolari (una marea di siti porno a dire la verità, ma è comunque un metodo accettabile). Allo stesso modo la televisione deve essere accesa e modificata in modo tale che cambi canale automaticamente ad ogni intervallo di tempo (non deve essere necessariamente lo stesso impostato sul computer, anzi, è consigliabile selezionare un tempo diverso, più corto o più lungo).
Una volta fatto ciò, è sufficiente sedersi in un punto della stanza che offra una perfetta visuale sui due schermi e attendere.
L’attesa può essere lunga e snervante, ed è consigliabile portare nella stanza provviste di cibo e acqua sufficienti per almeno tre o quattro giorni. È altresì consigliabile avere nella stanza un letto comodo dove poter riposare per qualche ora, anche se è stato dimostrato che il sonno fa sì che l’effetto di coincidenza si blocchi. Non potendo visualizzare i due schermi e quindi rendere le coincidenze visibili al cervello, l’effetto di cancello voluto non si verifica. Stimolanti e caffè possono far sì di annullare questa condizione, ma non consiglio di farne abuso. Se avete sonno, mettetevi a dormire e riprendete con calma il giorno successivo. Le probabilità che si verifichi l’evento quella notte sono le stesse che avreste avuto dopo una buona notte di sonno, quindi non fatevi problemi.
Se siete costanti, comunque, prima o poi la coincidenza accadrà: sullo schermo del computer e sulla televisione verranno visualizzate le stesse cose nello stesso momento. Non deve esserci necessariamente una perfetta identicità: basta che si parli dello stesso argomento, dello stesso oggetto, dello stesso cartone animato.
Argomenti di attualità, come fatti importanti accaduti in quei giorni nel resto del mondo, purtroppo, non sortiscono l’effetto sperato: che compaiano gli stessi argomenti importanti su due canali di informazione diversi è una possibilità, certamente non una coincidenza.
Ad ogni modo, quando il vostro cervello si renderà conto dell’avvenimento, dovrete chiudere gli occhi e rilassarvi. Se sarete adeguatamente calmi, percepirete una strana sensazione nell’ambiente circostante, che può essere diversa da persona a persona: alcuni la descrivono come un tremolio nell’aria, altri come una sensazione di freddo o calore intenso, in alcuni e rarissimi casi si potrà avere la percezione che il proprio corpo venga scomposto a livello molecolare e poi ricomposto in un millesimo di secondo, oppure ancora la sensazione di essere divenuti bidimensionali per pochi, brevissimi istanti.
Quando il momento sarà terminato, prendete un bel respiro e aprite gli occhi: sarete giunti in un altro mondo!
Questa pratica, che consiglio solo a individui attentamente preparati, ha però i suoi difetti: non potrete mai sapere in che mondo finirete, e alcuni di essi sono decisamente ostili. Non parlo solo di creature indigene e violente, ma anche ambienti completamente composti da fuoco, privi di ossigeno o dove l’atmosfera per noi è velenosa. Consiglio quindi di dotarsi di equipaggiamento atto a resistere in ogni situazione e di una bella dose di coraggio: ricordate sempre, inoltre, che ogni corpo appartiene al proprio mondo e che basterà un semplice pensiero del proprio mondo nativo per ritornare indietro! Questa è l’arma di difesa più grande per coloro che, come me, decideranno di intraprendere la vita di viaggiatori di mondi. Non importa in quale orribile situazione finirete, basterà solo un pensiero fugace per riportarvi a casa.

[…]

Sembra quindi essere dimostrato che è la coincidenza, lo scontrarsi di due particelle di dimensioni infinitesimali che vagano con una traiettoria casuale nello spazio vuoto, l’evento che scatena l’apertura dei cancelli.
Eppure, per quanto su ciò siano state riempite pagine e pagine, il mio modesto parere pratico di viaggiatrice sostiene che questa non è la vera realtà dei fatti.
Riassumere la mia teoria in una singola frase non sortirebbe l’effetto voluto, mi è necessario descrivervi un avvenimento realmente accadutomi anni fa per spiegarvi tutto con accuratezza.
Ero pronta per un nuovo viaggio esplorativo, equipaggiata con una scintillante tuta carbonica atta a resistere a temperature e pressioni notevoli anche per diversi minuti, cibo a sufficienza per dei giorni e un’arma. Ma erano ormai sei giorni che aspettavo che l’apertura del cancello si verificasse, imbambolata davanti a due schermi che mostravano riprese casuali e pagine internet di tutti i tipi. L’improvviso cambiamento del canale televisivo fece apparire un documentario sull’accoppiamento di un non so quale passero americano e, pochi secondi prima che l’apparecchio cambiasse automaticamente frequenza, sulla schermata del computer comparve una pagina di una nota enciclopedia online sullo stesso animale.
Sentii un gran calore provenire dall’interno. Chiusi gli occhi e li mantenni serrati per qualche secondo, mentre mi si riempiva il corpo di una sensazione di piacevole vittoria. Sentii in lontananza rumore di tamburi e di corni, canti allegri e festosi, odore di zolfo misto ad un penetrante profumo di alcolici portato dal vento.
Quando aprii gli occhi mi resi conto che mi trovavo su di un promontorio roccioso, ed era notte. Stelle luminosissime brillavano nel firmamento e due lune, una grande e bianca e una più piccola e di un tenue colore verde, facevano capolino da dietro una massiccia catena montuosa che si spandeva a perdita d’occhio in ogni direzione. Mi resi immediatamente conto che una gigantesca cresta rocciosa poco distante brillava intensamente, come se fosse completamente avvolta dalle fiamme! Bastò un attimo per rendermi conto che altro non era che un vulcano fumante prossimo all’eruzione, sebbene il terreno non fosse sconquassato da tremori ed eruzioni di geyser solforosi.
Sentii chiaramente che il suono di festa proveniva da quella direzione, così mi incamminai seguendo un largo sentiero lastricato, evidentemente costruito da un qualche tipo di forma di vita intelligente. Decisi di proseguire verso quella direzione.
Non passò molto che vidi giungere in mia direzione un gruppo di strane creature: si muovevano strisciando sul ventre delle loro lunghe code serpentine, ma la parte superiore del corpo era indubbiamente quella di uomo. La loro pelle tendeva ai toni caldi dell’arancione, del rosso e del luminoso fuoco bianco, e i loro occhi scintillavano come braci incandescenti. Tra le mani tenevano clavicembali e corni di ottone, e li suonavano con gioia festante. Quando mi videro, strisciarono nella mia direzione e mi circondarono.
Per qualche istante temetti per la mia incolumità, ma poi notai che nessuno di loro portava armi. Una di queste creature, di queste salamandre di fiamme, mi sorrise con aria bonaria e mi disse qualcosa in una lingua sconosciuta, più simile al suono crepitante delle fiamme che ad un vero e proprio linguaggio intelligibile. Io mi limitai ad annuire, e lui mi indicò il vulcano, facendomi cenno di seguirli.
La voglia di scoprire cosa stava accadendo era tale che accettai senza timore. Arrivammo in breve ad un grande tempio di pietra nera costruito su di una pianura rocciosa a pochi metri dalla bocca sbuffante vapore del vulcano. Sul gigantesco portale di ingresso era incisa una scritta nel nostro alfabeto, ma dal significato sconosciuto: “DARUGA”. Ebbi modo di intuire in seguito che quello era il nome del vulcano, ma non ne ebbi mai la certezza. Era dall’interno del tempio che provenivano i rumori di festa e gli schiamazzi, così varcai la soglia.
All’interno mi si presentò uno scenario sorprendente: centinaia di creature stavano banchettando, suonando e giocando nello scenario di una grandiosa festa dedicata allo stesso vulcano. Tutte le creature, appartenenti a tre tipi completamente diversi, sembravano essere figli stessi del vulcano e delle sue fiamme incandescenti: c’erano decine di salamandre, così splendide con i loro busti muscolosi e i vestiti di ottone scintillante, poi delle creature umanoidi alte poco più di tre metri, con barbe color rosso acceso e occhi della stessa tenebra del carbone, che quando ridevano o gridavano emettevano sbuffi di caldo vapore dalle bocche e dai nasi, la maggior parte intenti a destreggiarsi in ordalie e prove di forza, e infine altre creature dalle forme più disparate (sebbene la maggior parte ricordassero comuni animali, come scimmie, tori e leoni) completamente fatte di fuoco.
Le salamandre mi condussero verso la tavola imbandita e mi fecero sedere ad uno dei posti d’onore, proprio di fianco ad un’imponente gigante vaporoso. Era forse il più grosso di tutti, perché con la testa sfiorava il soffitto dell’immenso tempio, e portava sul volto una maschera d’oro rappresentante un ariete che ne nascondeva buona parte dei lineamenti, ad eccezione della rigogliosa barba fulva che spuntava da sotto.
Il gigante mi disse qualche parola, ma non la compresi. Era però evidente che dovevano avermi preso per qualcuno di importante, forse una maga, comparsa dal nulla nel suo abito scintillante per assistere alla festa in onore del dio vulcano.
Due giganti a petto nudo si scontrarono in una virile (ma non violenta) prova di forza, il cui scopo era buttare a terra l’avversario servendosi solamente delle proprie braccia e solo tramite l’utilizzo di prese. Quando uno dei due riuscì nell’impresa, tutti gli ospiti del tempio esultarono all’unisono.
Uno scarabeo fatto di lava indurita giunse da me trasportando sulla schiena un vassoio d’ottone colmo di frutta freschissima e bevande fermentate dal sapore zuccherino. Per quanto fosse pieno di creature legate al fuoco in quell’edificio, l’aria era fresca e respirabile e gli stessi cibi serviti avevano le stesse qualità.
Iniziai a bere, e persi il senso del tempo. Ricordo vagamente il proseguimento della festa, di quando il gigante dalla maschera d’oro, alzando le braccia, fece calare il silenzio. Venne portato un pupazzo fatto di sterpi intrecciati, simile ad un gigantesco spaventapasseri, e dopo che il signore del fuoco lo ebbe benedetto, venne gettato della piscina incandescente del Monte Daruga.
Con le ore che passavano e l’alcol che intorpidiva le menti, molte furono le creature che decisero di abbandonarsi ad atti amorosi in pubblico, senza alcun pudore. Osservai con curiosità due creature fatte di fiamme viventi avvicinarsi e fondere i loro bagliori fino a divenire un’unica creatura più grande, in una compenetrazione così perfetta e allo stesso tempo così triste, perché impossibile per gli esseri fatti unicamente di carne.
La festa andò avanti per tutta la notte, ma sarebbe inutile continuare a descriverla, perché penso di aver raggiunto l’effetto voluto.
Tu, mio caro lettore, in questo momento stai provando meraviglia.
Ebbene, è la stessa cosa che provai io allora e che provo tutte le volte che, fissando i due schermi elettronici, l’evento si verifica. La coincidenza provoca meraviglia, non c’è nulla di strano in questo. Il nostro cervello non se la aspetta, e quando questa arriva ne è sorpreso.
Perché secondo me è davvero la meraviglia che ci spinge al di là del nostro universo, in mondi immaginabili ma allo stesso tempo così reali. La stessa meraviglia che si prova leggendo un libro fantastico, che ti faccia andare altrove con la mente, che ti renda un tuttuno con la storia.
Solo che qui non c’è una storia già scritta. Questa è pura immaginazione, è speranza, è voglia di separarsi da questa realtà e scoprire cose che non si sarebbe mai stati in grado di immaginare.
È voglia di evadere da questo mondo.
E sono sicura che voi tutti, almeno una volta, vorreste vivere una notte sul Monte Daruga.

mercoledì 3 ottobre 2012

50

Una piccola esultanza. "Cieli di fuoco, giorni di buio" è arrivato a 50 (51, in realtà) copie cartacee vendute. Non male per una prima autoproduzione e autodistribuzione. Molto contento.

mercoledì 1 agosto 2012

Il Cacciatore e il Burattino


Quando il cacciatore giunse al trotto a Villasola era quasi sera. Il paese, abitato da meno di venti anime e consistente di una semplice piazza centrale circondata da un paio di casolari, tra cui la casa del borgomastro, appariva deserto. Al centro della piazza era posizionata una forca in legno alta cinque metri, a cui un cadavere era appeso per il collo. Doveva essere una donna, ma il volto, quasi completamente sfigurato dai corvi e da altri uccelli necrofagi, era irriconoscibile.
Quello ovviamente non era il luogo dove viveva tutta la popolazione. Buona parte di essa abitava in alcune cascine distanti pochi chilometri. Il cacciatore le vide riflettersi nell’acqua stagnante delle risaie, che al tramonto riluceva di una particolare bellezza.
“C’è nessuno?”, chiese a voce alta, ma non ottenne risposta.
Il suo cavallo sbuffò, stanco per il lungo viaggio. Da quando erano partiti, quattro ore prima, non gli aveva ancora concesso una sosta. Era estate e la temperatura che si percepiva era molto alta a causa dell’umidità delle risaie.
Il cacciatore smontò e condusse la bestia tenendola per le redini ad un vicino abbeveratoio, dove immerse la testa avidamente. Anche il cacciatore lo imitò e mise la testa dentro l’acqua per rinfrescarsi e liberarsi del sudore. Quando si rialzò sentì il rumore di una porta aprirsi e alcuni lenti passi avvicinarsi a lui.
Si voltò e vide un uomo giovane e robusto, dall’apparenza di un contadino, che teneva minacciosamente un forcone tra le mani. L’uomo era evidentemente spaventato e probabilmente non lo avrebbe attaccato, ma il cacciatore avvicinò la mano all’elsa della spada.
Chi t’è ti, stranier?”, chiese utilizzando il dialetto tipico della gente delle campagne.
“Eusebio Grandi, cacciatore al servizio del conte Gregorio di Vercelli. Sono qui per risolvere i vostri problemi.”
“Par fortűna che t’è rivà! – gridò il contadino, visibilmente sollevato – chi a Villasola l’è capità de tűt, ci son dei morti… l’è la maledisiun da la strega!
“Fermati un momento, di quale strega parli?”, chiese Eusebio.
Il contadino alzò un dito e indicò il cadavere impiccato, che un leggero venticello stava facendo oscillare macabramente.
“L’è cűla strega lì, l’è nen purtà aut che guai… lei e i sé bűratin!”
Eusebio alzò la mano per far fermare il contadino, che sembrava stesse per aggiungere altro nel suo dialetto che, alle orecchie di Eusebio, era quasi incomprensibile.
“Forse è meglio che parli della cosa con il borgomastro… puoi portarmi da lui?”
“Al burgumastar l’è mort… Semo rimast sulament in dudas persűn in tűt’al vilagi”, disse il contadino alzando le spalle.
“C’è qualcuno che parli la mia lingua?”
“Sì, al mè mat. Ven dent, chi t’a fè parlè con lű.”
Il contadino fece dietro-front e fece cenno ad Eusebio di entrare in casa. L’uomo lo seguì, alzando lo sguardo solo una volta per fissare il cadavere della donna.

La casa dell’uomo, il cui nome era Giovanni, era spaziosa e accogliente, per quanto l’arredamento fosse spartano. Eusebio si accomodò su una sedia e si tolse l’ampio cappello di cuoio, appoggiandolo su un tavolaccio di legno posizionato lì accanto.
Giovanni gli indicò un cesto contenente alcune mele con fare amichevole.
“Pija pur dei pűm. Mi va a ciamè Ilario.”
Eusebio afferrò una mela e inizio a masticarla lentamente. Era dolce e succosa.
Non aveva capito molto di ciò che gli aveva detto l’uomo, ma l’aveva sentito dire chiaramente la parola “burattini”. Ilario sperava che non si trattasse di loro. Avrebbe preferito affrontare un intero branco di cani selvatici che un singolo burattino. Quelle cose gli facevano paura. Istintivamente allungò la mano verso la sacca di cuoio oblunga che portava sulle spalle, contenente un oggetto che gli sarebbe servito molto più della spada nel caso avesse dovuto affrontarne uno.
Dopo pochi istanti Giovanni tornò accompagnato da un ragazzino sporco di terra che poteva avere non più di nove anni.
“Cűs chi l’è Ilario – disse Giovani – l’è l’me matoch. Lű parla pű ben che mia.”
Eusebio annuì. Pur non essendo perfettamente sicuro di cosa significasse “matoch”, il cacciatore dedusse che doveva trattarsi di suo figlio. Eusebio era arrivato dalle terre più a sud solo da pochi anni e non aveva ancora preso dimestichezza con quella strana lingua, ma avrebbe dovuto farlo, prima o poi.
Giovanni andò a sedersi e Ilario fece la stessa cosa posizionandosi su uno sgabello vicino. Il ragazzino fissò Eusebio con un’aria ammirata, come se si fosse trovato davanti una leggenda o un eroe.
“Mio padre ha detto che sei un cacciatore e che hai bisogno del mio aiuto”, disse lui.
“Sono vere entrambe le cose – gli rispose sorridendo Eusebio – non parlo molto bene la lingua delle campagne, così ho bisogno che tu mi spieghi cosa sta succedendo qui. Dove hai imparato così bene la mia lingua?”
“Mia nonna materna mi ha lasciato in eredità alcuni libri… è lì che ho imparato.”
“Roba preziosa – commentò Eusebio con tono solenne – avanti, spiegami cosa è successo qui. Il messaggero che ci avete inviato ha detto solo che alcune persone erano scomparse e si temeva che fossero stati degli animali… ma a quanto ho capito da tuo padre la situazione si è evoluta. Mi ha parlato di una strega… la donna impiccata là fuori.”
Il ragazzino abbassò la testa e Eusebio notò che si era fatto scuro in volto.
“È così infatti – iniziò il ragazzino – quella donna si chiamava Maria Espegnac. È arrivata al villaggio circa due settimane fa portando con sé una gran quantità di mercanzia. Vendeva libri, erbe mediche, utensili, vestiti… insomma, di tutto e di più. Anche se si vedeva che buona parte della roba era usata, si è comunque trattenuta in città per qualche giorno, sembrava che gli affari le stessero andando bene. Dopotutto non sono molti i mercanti che si spingono in questo paesino infestato dalle zanzare, la maggior parte tirano dritti fino a Vercelli e a noi non ci vedono neanche…”
“Quindi si è trattenuta qui per qualche giorno. Dove è stata e poi cos’è successo?”
“Sì, ci sto arrivando. Il borgomastro le ha concesso di stabilirsi nella vecchia cascina dei Bordignon, che sta a un paio di chilometri da qui, in mezzo alla risaia. Ci si arriva tramite una stradina. La prima notte è andato tutto bene, non c’è stato alcun problema, mentre la seconda notte… l’ho vista compiere dei riti di magia.”
“Tu di persona? – chiese Eusebio, visibilmente sorpreso – come mai ti trovavi lì?”
Ilario si fece rosso in viso.
“La donna vendeva anche dei giocattoli, tra le sue cianfrusaglie. Vecchie bamboli, pupazzi, soldatini di legno. Avevo visto un piccolo cavaliere in armatura che mi piaceva molto… ma quando le ho chiesto quanto costava, ha detto una cifra troppo alta per le mie tasche. Così… ecco, io… l’ho seguita fino alla casina dei Bordignon. Speravo in un suo momento di distrazione di riuscire a rubarle il pupazzo.”
Giovanni assunse un’espressione dura ascoltando le parole di suo figlio. Anche se non parlava la loro lingua, sembrava capirla. Ilario lo guardò di sottecchi e abbassò di nuovo lo sguardo, mentre Giovanni grugnì una bestemmia incomprensibile.
“Quello che hai fatto è sbagliato, ragazzino, ma non sono qui per giudicarti, sono qui per capire cosa sta succedendo. Avanti, prosegui, cosa hai visto quella notte? Cerca di essere il più preciso possibile.”
“Maria ha sistemato il carro con la mercanzia e il suo cavallo nella vecchia stalla, poi è entrata nella cascina. I piani superiori erano pericolanti, così è rimasta al piano terra, dove aveva sistemato una branda di fortuna. Io sono entrato nella stalla e ho cercato sul carro, ma non ho trovato il cavaliere in armatura. Assieme ai libri e alle altre cose che avrebbero potuto danneggiarsi rimanendo lì, l’aveva portato dentro. Così, zitto zitto, sono entrato all’interno dell’edificio. Era molto polveroso, ma ci sono abituato. Sentivo dei movimenti provenire dalla cucina, dove si era sistemata la donna. A giudicare dal rumore, stava mangiando qualcosa. Per un attimo mi era parso di sentire una voce con lei… una vocetta stridula, ma sul subito ho creduto che si trattasse dei topi, così ho aspettato che si mettesse a dormire. È passata una mezz’ora, poi non ho più sentito nessun rumore e mi sono avvicinato. Vedevo la luce del fuoco provenire dalla cucina, ma ce n’era anche un’altra, più chiara e brillante… poi ho iniziato a sentire un frastuono.”
“Un frastuono di che tipo?”
“Non so dire, sembravano delle voci… ma erano strane, un incrocio tra il rumore delle foglie secche che vengono calpestate e il sibilo di un serpente. Un rumore molto forte, comunque.”
“Poi che è successo?”
“Beh, non mi sono spaventato e ho deciso di approfittare del rumore per farmi avanti… sono un tipo coraggioso io. Ma quando sono arrivato in cucina… beh, ho avuto troppa paura.”
“Cosa c’era?”
“La donna teneva in mano un oggetto, uno specchio magico. Era sottile e grosso così, più o meno – disse il ragazzino mostrando le mani aperta a una quarantina di centimetri di distanza l’una dall’altra – ma lo specchio non rifletteva la sua immagine. Si vedevano all’interno due uomini vestiti di scuro. Le stavano parlando, era da quello specchio che usciva il rumore forte che dicevo prima. Sono fuggito. Non credo che la strega mi abbia visto uscire, ma di sicuro mi ha sentito… e lui mi ha visto.”
“Lui chi?”, chiese Eusebio.
“Uno dei suoi giocattoli. Era un piccolo pagliaccio alto trenta centimetri e dall’aria simpatica. Ma i suoi occhi brillavano di luce azzurra e mi ha fissato da sopra lo stipite della porta, prima che fuggissi… l’ho visto, ne sono sicuro, non dico bugie. Sono tornato qui e ho raccontato tutto a papà. Lui me le ha date di santa ragione per aver tentato di rubare e poi è andato a informare il borgomastro. Quella stessa notte sono andati a prendere Maria e all’alba del mattino successivo l’hanno impiccata con l’accusa di stregoneria.”
“E la sua merce? Il pagliaccio con gli occhi azzurri?”
“Tutta la sua mercanzia è stata recuperata e bruciata, tranne lo specchio magico e il pagliaccio… loro sono spariti.”

Nel frattempo era calata la notte e Giovanni aveva offerto ad Eusebio di riposare nella stalla. Le innumerevoli zanzare sarebbero state un bel fastidio, ma Eusebio ci aveva quasi fatto l’abitudine: bastava non grattare i morsi ed evitare di accendere luci. Accompagnò dentro la stalla il suo cavallo e, a parte un paio di galline addormentate, si trovò completamente solo.
Rifletté su cos’altro gli aveva detto il ragazzino: dal giorno in cui Maria era stata impiccata, la gente di Villasola aveva cominciato a sparire. La prima vittima era stata una giovane mondina di nome Elisa, ma si era pensato che fosse stata morsa da una biscia d’acqua o fosse affogata dentro una risaia. Quando le sparizioni diventarono tre, cominciarono a dare la colpa ad un branco di cani selvatici. Alla quarta, dopo aver constatato che nessuno aveva sentito ululati nelle vicinanze, avevano iniziato a dare la colpa ad una maledizione della strega. Nessuno tranne Giovanni aveva creduto alla storia del pagliaccio raccontata da Ilario: credevano se lo fosse semplicemente inventato, oppure che nel momento di panico avesse visto cose che in realtà non c’erano.
Eusebio era sicuro che il ragazzino aveva detto la verità, perché in passato era stato costretto ad affrontare altre marionette assassine, impazzite e assetate di vendetta per la morte del loro padrone.
Ilario gli aveva anche detto che, per sicurezza, la vecchia cascina dei Bordignon, dove aveva alloggiato la strega, era stata data alle fiamme. Ciò non era bastato per fermare la serie di omicidi, la cui ultima vittima era stata il borgomastro, ritrovato quella stessa mattina con la gola tagliata nel letto di casa sua.
Giovanni e Ilario si erano chiusi in casa e così avevano fatto tutti gli altri abitanti di Villasola: era molto probabile che durante la sua caccia, Eusebio non avrebbe trovato nessuno a lavorare nei campi. Il miglior modo per cacciare i burattini era attirarli con un’esca, esattamente ciò che avrebbe fatto quella notte.

Il cacciatore si svegliò di soprassalto. Si era posizionato nel soppalco sopra la stalla e stava dormendo della grossa già da qualche ora, ma il rumore dei nitriti di terrore del suo cavallo gli fece scrollare di dosso la sonnolenza in un batter d’occhio. Strisciò silenziosamente fino alla balaustra e osservò al piano inferiore. La bestia stava scalciando mentre tentava di liberarsi di una piccola figura umanoide che gli si stava arrampicando su una zampa. Era alta circa trenta centimetri e aveva un costume bianco da clown macchiato di terra e fango, un cappello a punta con un pon pon azzurro sulla cima, naso rosso a palla e un sorriso divertito. I suoi occhi, però brillavano di una terribile luce azzurra. Tra le mani teneva un grosso coltello da macellaio, che utilizzò per ferire il cavallo alle zampe. Si arrampicò con la grazia di un ragno sulla sua schiena e gli piantò il coltello nel collo possente. Il cavallo si imbizzarrì e dopo pochi istanti crollò al suolo in un lago di sangue.
Dannazione alla vecchiaia, come ho fatto ad addormentarmi?, imprecò mentalmente l’uomo.
Eusebio strisciò fino alla sacca di cuoio che aveva posizionato poco lontano, ma il soppalco scricchiolò rumorosamente. Eusebio strinse i denti.
Il pagliaccio alzò la testa e i loro sguardi si incrociarono. Emise un suono gracchiante, poi corse fuori dalla stalla ad una velocità impossibile per le sue corte gambe.
“Dannazione!”, imprecò il cacciatore. Afferrò la sacca di cuoio e la spada e saltò giù dal soppalco. Osservò per qualche istante il cavallo ammazzato e strinse i denti con rabbia. Ora era una questione di principio, doveva prendere quell’affare. Il conte l’avrebbe pagato con moneta sonante, così non solo avrebbe comprato un cavallo nuovo, ma avrebbe avuto di che vivere per almeno un paio di mesi.
Una volta uscito nella piazza del paese si guardò intorno. Il terreno era fangoso e percorso da piccole orme che la luce della luna rendeva perfettamente visibili ai suoi occhi. Si mise a seguirle lungo alcuni sentieri, fino a che non scomparvero ai margini di una risaia allagata. Probabilmente la creatura si era immersa nell’acqua.
Eusebio però aveva imparato a non sottovalutare l’intelligenza di quegli esseri. Si guardò intorno, cercando i suoi occhi luminosi che non promettevano altro che odio, ma fortunatamente non li vide.
Quegli affari hanno bisogno di sostentamento, ragionò Eusebio, ma dove può trovare una cosa del genere qui in giro?
In lontananza vide i ruderi della vecchia cascina dei Bordignon, ormai ridotta ad uno scheletro carbonizzato. Aveva intenzione di setacciarla l’indomani mattina nel caso il burattino non si fosse presentato, ma ormai si era svegliato, così si incamminò in quella direzione. Decise di passare in mezzo alle risaie, strisciando nell’acqua fangosa che gli arrivava fino alle ginocchia, circondato dal gracidio delle rane.
Se non altro, il burattino avrebbe fatto fatica a sentirlo arrivare.
Eusebio sperò che non ce ne fosse più di uno, ma subito dopo scosse la testa, ritenendolo improbabile: da quello che aveva visto quando il pagliaccio aveva assalito il suo cavallo, era completamente impazzito. Se ci fosse stato un altro burattino, probabilmente si sarebbero distrutti a vicenda.
Strisciò nel fango fino a che non giunse ai margini del cortile della cascina. Nell’aria c’era ancora un forte odore di legno e mattoni bruciati.
“Dove ti sei cacciato, piccolo bastardo?”, sussurrò il cacciatore estraendo la spada. Vide per un attimo due occhi luminosi fissarlo da sotto le macerie, poi il pagliaccio sbucò e gli corse incontro emettendo un verso stridulo. Eusebio portò la spada davanti a sé e colpì con un fendente, ma il burattino fu più veloce e riuscì a schivarlo. Si avvicinò quel tanto che bastava per ferirlo alla caviglia con il coltello da macellaio.
Eusebio calò di nuovo l’arma e lo colpì alla testa, ma quell’affare era dannatamente duro e l’attacco non sortì alcun effetto fisico, anche se sicuramente bastò a spaventarlo. Il pagliaccio corse verso le macerie della cascina e si nascose al loro interno.
Il cacciatore esaminò la ferita alla gamba: fortunatamente si trattava di un graffio, le pezze di cuoio  bollito che portava sotto le braghe avevano fatto in modo che quel mostro non gli recidesse un tendine.
Si mosse lentamente fino alla cascina: gli occhi luminosi erano spariti, ma era sicuro che quello fosse il rifugio del burattino. Spostò alcune assi di legno bruciato fino a che non riuscì a liberarsi la via fino ad una piccola botola che era situata sul pavimento.
Una cantina, pensò, come supponevo.
Aprì la botola e puntò la spada nell’oscuro condotto. C’era una vecchia scala a pioli che portava al livello inferiore. Eusebio aprì la sacca, estrasse una lanterna ad olio e la accese, poi scese lentamente le scale, saggiando la resistenza di ogni singola asse.
La cantina puzzava di chiuso e umidità. Al suo interno, Eusebio vide alcune scatole fradice, un paio di vecchie botti e poco altro. Si guardò intorno con circospezione, cercando di individuare il burattino.
Sentì un verso stridulo provenire da dietro una botte: si stava nascondendo. Con il colpo alla testa che gli aveva rifilato pochi minuti prima doveva averlo ferito molto più gravemente di quanto credesse.
Eusebio rinfoderò la spada e afferrò un secchio impolverato poco distante. Era vuoto, proprio quello che gli serviva.
Si avvicinò fino ad arrivare nei pressi del rumore ronzante e per un attimo vide lo scintillio degli occhi del pagliaccio. L’aveva in pugno.
Con un calcio spostò la botte dietro cui la creatura si era nascosta e con uno scatto di entrambe le mani la intrappolò all’interno del secchio. La creatura si dimenò tentando di uscire, Eusebio la sentì tirare coltellate alla parete di legno che lo imprigionava per tentare di aprirsi la via. A meno di mezzo metro da lui, era appoggiato a terra il luminoso specchio magico della strega, la cui immagine che vi veniva riflessa era un meraviglioso paesaggio di colline verdeggianti.
“Non mi scappi più, bello”, ghignò Eusebio, che si rialzò appoggiando un piede sopra la gabbia del suo nemico.
Il cacciatore aprì la sacca di cuoio ed estrasse lo IEM-4356, un fucile a impulsi elettromagnetici. Quel tipo di armi, costruite nel lontano 2023, non danneggiavano le creature viventi ma emettevano impulsi in grado di distruggere qualsiasi circuito elettronico.
“Come si diceva nei vecchi videogiochi, burattino? – disse Eusebio puntando il fucile – Game Over.”
Sparò con il fucile in direzione del secchio. L’onda elettromagnetica emise una luce bluastra e a Eusebio si rizzarono i capelli in testa, poi il secchio smise di muoversi.
Il cacciatore lo rimosse con cautela. Quel tipo di armi era necessaria per disfarsi dei burattini, ma aveva un difetto: per ricaricarsi richiedeva almeno 24 ore attaccata ad una presa di corrente. Eusebio non avrebbe avuto a disposizione un secondo colpo.
Il piccolo pagliaccio giaceva immobile e i suoi occhi avevano smesso di scintillare definitivamente. Il cacciatore lo afferrò con delicatezza, esaminò il taglio che il colpo di spada gli aveva inflitto sulla testa e gli strappò di dosso il vestito cucito per farlo sembrare un comune pupazzo. Si trovò tra le mani un piccolo robot di acciaio e gomma nera, sul cui torso era stampigliata la scritta ISAAC04.
Dannati modelli difettosi, è colpa vostra se la gente ha paura della tecnologia, pensò Eusebio.
L’uomo aveva studiato la storia su alcuni libri, ma la maggior parte delle persone non era a conoscenza di ciò che era successo meno di cent’anni prima: dopo la crisi economica mondiale del 2013, c’era stato un nuovo periodo di crescita basato sull’innovazione tecnologica, che era culminato con una nuova guerra mondiale per la conquista delle ultime fonti di petrolio e delle riserve di minerali preziosi in Africa. La guerra aveva fatto miliardi di morti e interi continenti si erano distrutti a vicenda. Dopo trent’anni di lotta senza quartiere, la tecnologia era semplicemente stata bandita per favorire la nascita di un nuovo di ritorno al passato. Un’era di stampo medioevale, senza dubbio più pura e semplice rispetto all’oscuro periodo di monopolio economico da parte delle superpotenze mondiali.
Sfortunatamente alcuni antichi reperti tecnologici esistevano ancora ed era compito dei cacciatori come lui recuperarli e, se ritenuti pericolosi, distruggerli. Proprio come quel piccolo robot, un modello che poteva essere impostato per servire un singolo padrone ma i cui programmi di routine generavano decine di conflitti che sfociavano in una furia omicida se questi passava a miglior vita. La maggior parte delle persone credevano che quegli oggetti fossero magici, mentre le streghe e gli stregoni altri non erano che quei rari individui che avevano recuperato vecchia tecnologia ed erano in grado di farla funzionare.
Eusebio osservò lo “specchio magico” da cui il robot stava per trarre nutrimento tramite un apposito cavo, un vecchio notebook dei primi anni del 2010, un vero pezzo d’antiquariato, a sua volta collegato ad una presa di corrente sul muro della cantina, che riceveva ancora energia per chissà quale miracolo.
Il cacciatore prese il notebook e aprì un file sul desktop. Partì un vecchio filmato di due persone che parlavano. I riproduttori audio erano danneggiati e ciò che dicevano era incomprensibile, ma di sicuro il conte Gregorio l’avrebbe pagato bene per quella rarità.
Eusebio lo spense e lo mise nella sua sacca di cuoio, contenente decine di altri oggetti preziosi rubati ad un passato che non c’era più, poi uscì dalla cantina per tornare alla stalla e godersi il meritato riposo del cacciatore.

mercoledì 20 giugno 2012

Giustizia Superiore


“Come sono le condizioni del prigioniero?”
“Ottimali. Attualmente si trova in stato di animazione sospesa. Potete fare ciò che volete di lui… anche se fosse per me l’avrei già fatto uccidere.”
“Non ti trovi qui per esprimere pareri, colonnello Immer’nok. Ora, fallo tornare cosciente. Voglio parlare con lui.”
“Gerarca Okox, le sconsiglio vivamente…”
“Ho già detto che non sei qui per esprimere pareri. So che avete sondato la sua mente e non avete trovato traccia della Parola Zero. Come nostro ex-commilitone, è giusto che Halikan abbia diritto ad un interrogatorio per verificare il suo stato mentale. Liberalo, non lo ripeterò un’altra volta.”
“Sissignore”, disse il colonnello Immer’nok, poi ruppe le righe e si diresse a passo svelto verso l’unità di sospensione riservata ai prigionieri appena deportati nella dimensione Omega-8. Era un congegno grande quanto un armadio a due ante, completamente costituito di acciaio istoriato di rune brillanti di energia magica che avrebbero mantenuto un individuo rinchiuso al suo interno in uno stato permanente di coma e gli avrebbe anche impedito di fare scherzi, come tentare di liberarsi, grazie alle rune di interdizione poste lungo tutta la sua superficie.
Immer’nok era un th-ya della dimensione Kishogy, una creatura umanoide gobba e dalla pelle di un malsano colorito verdastro, dotata di due arti inferiori e quattro arti superiori che finivano in micidiali artigli. Il suo volto era serpentiforme e aveva occhi dalla pupilla color blu notte. I th-ya erano creature rinomate per la grande disciplina e la capacità bellica, anche se Immer’nok dimostrava spesso di avere più iniziativa e capacità di pensare di quella che normalmente viene accreditata ad un comune soldato, ed era quello il motivo per cui il Gerarca Okox l’aveva voluto tra i cacciatori della dimensione Omega-8.
Immer’nok tracciò con le dita artigliate alcuni simboli sulla superficie dell’unità di sospensione, che  subito emesse una leggera vibrazione, mentre la luminosità di alcuni glifi iniziò a perdere di intensità. Il portellone principale si aprì con uno sbuffo di fumo, rivelando la sagoma di chi vi era contenuto.
Halikan era un umano, una creatura imponente alta quasi due metri e dall’apparenza taurina. Era completamente nudo, eccezion fatta per un medaglione d’oro rappresentante una bilancia con i piatti i perfetto equilibrio. Buona parte del suo corpo era tatuata con simboli tribali, ma il tatuaggio più interessante era quello che gli marchiava il lato destro del cranio rasato, una serie di simboli arcani e numeri rossi che indicavano il suo numero e il suo grado tra i cacciatori di Omega-8.
Okox si alzò dalla comoda poltrona in pelle su cui era seduto reggendosi ad un bastone d’argento. Il gerarca era un umano avvizzito, con il volto duro come la corteccia di un albero e la pelle cianotica. Portava una tunica nera di pelle traslucida e alcuni bracciali d’osso e argento troppo larghi che gli traballavano sulle braccia rinsecchite. Come Halikan, anche Okox era rasato e aveva una simile sigla tatuata sul lato destro del cranio. Immer’nok, pur essendo un cacciatore, aveva solo un marchio di riconoscimento sui vestiti: la pelle della sua razza mal sopportava l’inchiostro sottocutaneo.
Halikan aprì lentamente gli occhi e si guardò intorno senza dire niente. Tentò di liberarsi dall’unità di sospensione, ma legami d’acciaio gli stringevano polsi e caviglie. Guardò in direzione di Okox attendendo che il direttore di Omega-8 dicesse qualcosa.
“Fisicamente sembri stare bene. Vediamo se anche il tuo cervello è a posto. Rispondimi, come ti chiami?”
“Halikan”, rispose lui con tono neutro.
“Bene, Halikan, sai dirmi chi sei?”
“Sono un servitore del Feanah’ir, la giustizia, e uno dei cacciatori di Omega-8.”
“Ti ricordi di me? Sai dove ti trovi?”, lo incalzò il gerarca.
“Gerarca Okox, mio diretto superiore, direttore di Omega-8, dove credo di trovarmi ora. Nel particolare, credo di essere nella sala di controllo generale.”
“La memoria episodica sembra che ti sia rimasta. Ora controllerò se hai subito danni alla memoria semantica.”
“Normali procedure”, commentò freddo Halikan.
Okox annuì con soddisfazione e accennò un lieve sorriso.
“Sai cos’è il multiverso? E cos’è Omega-8?”
“L’universo dove ci trovavano è solamente uno tra migliaia e migliaia di dimensioni che insieme formavano il multiverso, uno spazio di grandezza inimmaginabile dove le leggi della fisica e del tempo non sono sempre concordanti. Omega-8 è una terra di cenere grigia che non conosce alcun confine, adibita a dimensione-prigione per soggetti estremamente pericolosi. Alcuni incantesimi infusi nelle stesse particelle di stabilità fanno sì che niente e nessuno possa compiere viaggi dimensionali dall’interno verso l’esterno della dimensione se non tramite l’ausilio di apposite chiavi, ma i prigionieri sono liberi di vagare all’interno e fare ciò che più gli aggrada. Anche uccidersi tra di loro. Tra i soggetti più pericolosi si annoverano Adeo, un organismo di fibra ottica e fasci nervosi delle dimensioni di un piccolo sole, responsabile dell’assorbimento psichico di duecentodiciotto mondi abitabili in novantaquattro diverse dimensioni, Evshoon, creatore di malattie e mente alveare di tutte le bestie che strisciano, Sekhemib l’Immortale, nella sua dodicimilaquattrocentoventiquattresima reincarnazione a partire da Sekhemib il Distruttore, e…”
Okox alzò una mano e, istantaneamente, Halikan obbedì all’ordine e tacque. Il cacciatore si era sempre dimostrato molto obbediente in passato, anche se quel modo di parlare simile a quello di una creatura sintetica aveva sempre messo in soggezione il vecchio gerarca.
“Hai superato appieno il test. Ora non parliamo più come graduati, ma come amici di vecchia data. Come stai, Halikan?”, chiese Okox. Il colonnello Immer’nok, che rimaneva in attesa di ordini di fianco all’unità di sospensione, emise un sibilo che sembrava un sussurro.
“Fisicamente e mentalmente bene, ma ho un gran mal di testa. Inoltre queste costrizioni mi stanno rendendo nervoso. Puoi liberarmi?”
Okox annuì e fece un cenno a Immer’nok, che eseguì l’ordine di controvoglia. Halikan uscì dall’unità di sospensione massaggiandosi i polsi indolenziti.
“Mi devi delle spiegazioni, vecchio mio. Hai servito come cacciatore di entità per questa prigione per diversi cicli, hai contribuito personalmente a rinchiudere qui alcuni dei suoi ospiti più pericolosi. Tutto questo per il senso del dovere e della giustizia più puro e integerrimo che abbia mai visto. Poi scompari per due interi cicli senza dire una parola e senza lasciare nemmeno una lettera di dimissioni. E poi, quando finalmente riusciamo a capire dove sei finito, ti raggiungiamo credendo di trovare un cucciolo smarrito e piangente e invece… scopriamo ciò che hai fatto.”
“Me ne assumo tutte le responsabilità del caso. So di essere un individuo pericoloso e so che sarò rinchiuso per ciò che ho fatto.”
“Tutte le creature viventi della dimensione Naalothorh cancellate dall’esistenza. Non sono state uccise, nemmeno disintegrate. Semplicemente, è come se non fossero mai esistite. Nel momento in cui ciò è successo tutti i libri di storia si sono automaticamente riscritti, i ricordi di chiunque conoscesse viaggiatori provenienti da quella dimensione ancora vivi si sono cancellati, così come tutte le azioni da loro compiute. Ti sembra una cosa divertente?”, chiese Okox, furioso.
“No, non è affatto divertente – rispose Halikan – ma come ho detto me ne assumo tutte le responsabilità. Ho una domanda: se con l’annullamento di tutte le forme vitali l’intera storia del multiverso che riguardava quella dimensione è stata riscritta, come avete fatto ad accorgervene?”
“Non è stato facile. I dati indicavano che di punto in bianco, diverse centinaia di anni fa, tutte le forme di vita di Naalothorh si sono estinte. Nessuna creatura ha più generato figli, nessuna forma vegetale ha fatto più attecchire delle spore sul suolo. È stato pane per gli storici, che hanno tentato di scoprirne la causa. Alcuni calcolatori probabilistici in nostro possesso hanno ventilato la possibilità di un paradosso, così abbiamo fatto analizzare la dimensione ad alcuni kheperer.”
“Gli scarabei magici che si nutrono del paradosso e al contempo lo generano.”
“Esattamente. Ti posso assicurare che hanno trovato Naalothorh una vera e propria prelibatezza. Abbiamo sondato la dimensione per rilevare le possibili minacce, e così ti abbiamo trovato e prelevato. Ricordi cosa è successo poco prima del tuo arresto?”
“Sì, me lo ricordo. Tu mi hai chiesto se fossi stato io, e io ti ho risposto di sì. Tu mi hai chiesto come e io ti ho detto della Parola Zero.”
Okox annuì con fare solenne.
“Conosci la leggenda delle Parole di Potere?”, chiese Halikan.
“Molto vagamente. Miti e leggende di quando ero un ragazzino. Rinfrescami la memoria, vecchio mio.”
“Si dice che nascoste nel multiverso esistano diverse Parole di Potere. Sono parole ancestrali, antiche, che racchiudono in loro un singolo significato profondo. Chiunque senta pronunciare una Parola di Potere subisce immediatamente il suo significato. Le leggende più incredibili parlano di parole in grado di uccidere chi le sente, di trasformarlo in un animale o di farlo innamorare perdutamente di chi le pronuncia. Ebbene, io ho trovato una parola ancora più potente. Quella che viene chiamata Parola Zero, oppure Parola di Non-Esistenza.”
“Chi la sente cessa di esistere?”
“Sì, ma non solo. Chi la sente pronunciare è come se non fosse mai esistito. La parola stessa genera un paradosso che cancella tutta la storia passata dell’individuo e le azioni che ha compiuto, comprese le reazioni che la sua vita ha generato. Questa parola, letteralmente, cambia la storia del multiverso.”
“Come hai fatto ad entrarne in possesso?”, chiese Okox.
“Okox, io sono colui che ha catturato da solo Baelarha, il collezionista di anime, che ha sconfitto in combattimento Ekathon, il titano dalle mille braccia, e che ha consegnato a questo luogo più creature di qualsiasi altro cacciatore che la storia ricordi. Credi davvero che ci sia qualcosa che io non sia in grado di fare? Ho compiuto una cerca che ha richiesto ben due cicli di tempo, ho svolto delle indagini e ho vissuto orrori inimmaginabili. Ma alla fine l’ho trovata e ciò è quanto ti è dato sapere”, disse Halikan con voce solenne, che lasciava appena trasparire una punta di vanagloria.
“Ora però non l’hai più, ed è per questo motivo che ho deciso di parlare con te. Ti abbiamo sondato la mente tramite la magia e non abbiamo trovato traccia della Parola Zero. Non solo, tu stesso sei convinto di non esserne a conoscenza”, disse Okox.
“È vero. Poco prima che tu e gli altri cacciatori veniste a prelevarmi ho consegnato la parola a due compagni che mi hanno aiutato nella cerca. Ho dato loro metà parola ciascuno, in modo che non fossero vittima del suo potere e nemmeno fossero in grado di utilizzarla, poi ho utilizzato un eliminatore di memoria selettiva per cancellarmi completamente il ricordo della Parola Zero.”
“Questi due chi sono? Puoi dirmi i loro nomi?”
“Si chiamano Noctibula e Creodes. Non sono mai andati molto d’accordo, ragion per cui posso fidarmi di loro. Non confideranno la loro parte di segreto l’uno all’altro. Se ne sono andati prima che voi poteste raggiungermi e non credo che li troverete. Sanno nascondersi molto bene. Inoltre, garantisco per loro: non hanno alcuna responsabilità per ciò che è successo nella dimensione di Naalothorh.”
“Questo è tutto da vedere, Halikan. Hai lavorato per me per molto tempo e dovresti sapere che questo luogo non è una prigione dove vengono detenuti i criminali. Questo è un luogo dove vengono detenuti degli individui pericolosi, che abbiano compiuto crimini o meno. Il semplice fatto di conoscere una parte della Parola Zero rende i tuoi amici delle persone da rinchiudere. Lo capisci questo?”
Halikan toccò il medaglione a forma di bilancia che portava sul petto muscoloso e assunse un’espressione mesta.
“Lo capisco, ma non condivido. Non ho mai condiviso, Okox. Le persone dovrebbero essere punite per dei crimini commessi. Questa è giustizia, non quella che proponi tu. È questo il motivo per cui due cicli fa me ne sono andato. Sicuramente in questo luogo ci sono anche dei veri e propri criminali, che sono tutte le creature che ti ho consegnato io personalmente. Ma il potere personale di un individuo non indica la sua propensione al caos. Io stesso sto per essere rinchiuso in questa dimensione e lo accetterò, anche se non ho commesso alcun crimine.”
“Cancellare dall’esistenza tutti gli esseri viventi di un’intera dimensione non è un crimine, Halikan?”, tuonò Okox.
“No, non lo è. Quegli esseri viventi non sono mai esistiti, io non ho mai nuociuto a nessuno. Ho abusato del mio potere, forse questo è vero, ma dal punto di vista di Feanah’ir, la giustizia, io non ho crimini sulla coscienza.”
Il gerarca Okox si portò una mano al volto, stremato. Quella conversazione lo aveva messo in agitazione. Il punto di vista di Halikan era sicuramente corretto. Non lo condivideva, ma era perfettamente logico. Tuttavia continuava a sfuggirgli un dettaglio, forse il più importante in tutta quella vicenda.
“Sarai rinchiuso Halikan, ormai la decisione è stata presa. Sarai circondato da tutte quegli individui che tu stesso hai contribuito a rinchiudere. Tu sei un eroe e un guerriero formidabile, ma anche gli eroi hanno dei limiti. Non sei in grado di affrontarli tutti assieme, prima o poi riusciranno a sopraffarti e allora morirai. Sapevi che saresti andato incontro a questo destino, vero? Allora spiegami, perché l’hai fatto? Perché hai ritenuto una cosa giusta cancellare dall’esistenza tutti gli esseri viventi di una dimensione solo per essere portato qui?”
“Perché, come ti ho già detto, mio vecchio amico, io credo in Feanah’ir. Molte creature sono qui dentro per un crimine e meritano ciò che stanno vivendo, ma le altre? Tutte quelle altre che sono qui perché ritenute troppo potenti. Non meritano un destino simile, così sono venuto a portare rimedio. Una cura che non li farà più soffrire e al tempo stesso permetterà al multiverso di essere al sicuro dai loro poteri. Io sono venuto qui per portare loro la Parola Zero.”
Okox si alzò dalla poltrona con uno scatto nervoso e le sue vecchie ossa scricchiolarono per lo sforzo, ma il gerarca era talmente teso che non sentì alcun dolore.
“Tutto ciò che hai fatto… era un metodo per farti portare qui dentro? La tua ricerca della Parola Zero, nient’altro che…”
“Un modo per farmi rinchiudere in questa dimensione senza compiere atti che avrebbero portato vergogna a Feanah’ir. La giustizia non è mai stata violata, né la violerò mai”, disse Halikan con tono ostinato.
“Ma tu non conosci più la Parola Zero. L’hai data ai tuoi compagni, tu ne hai perso la conoscenza, ne siamo sicuri.”
“Il multiverso è grande, Okox. Talmente grande che può portare un uomo alla follia, specie se mosso da un’ostinata sete di giustizia e spinto verso una cerca che pare infinita. Noctibula e Creodes… sono qui con me. Non devo fare altro che porre loro una domanda e mi sveleranno il loro segreto.”
Okox trasalì e rimase ad osservare Halikan per qualche istante, poi all’improvviso capì e per poco il cuore non gli cedette.
“I tuoi compagni… non sono mai esistiti. Sei tu. Sono delle tue altre personalità.”
“Noctibula e Creodes, grazia e forza, i motori che muovono Feanah’ir. Loro esistono, ma solo nella mia mente, e sono dotati di una propria memoria. E proprio mentre stavamo parlando, io sono nuovamente venuto a conoscenza della Parola Zero.”
Immer’nok si mosse verso Halikan con l’intenzione di aggredirlo, ma il colosso si voltò verso di lui.
“Mi basterebbe pronunciarla, cacciatore.”
Il colonnello si fermò e lo osservò con aria terrorizzata. Non sapeva come comportarsi.
“Sei un folle, Halikan”, disse Okox digrignando i denti.
“Ammetto le mie responsabilità. Ora hai due scelte, Okox. Puoi mandarmi là sotto e imprigionarmi come creatura pericolosa, dove io farò ciò che devo, oppure puoi ascoltare la parola e non essere mai esistito. Tu sei stato il primo cacciatore, senza di te questo luogo non sarebbe mai nato. Se tu non fossi esistito, tutte le creature rinchiuse sarebbero ancora in libertà.”
“Stai bluffando – disse Okox – non lo farai.”
“Nulla può fermare la giustizia quando questa deve fare il suo corso. Nulla può fermarmi.”
Okox rifletté per qualche istante, chiudendo gli occhi. Nella stanza, la tensione era palpabile.
“Rinchiudilo con gli altri, colonnello.”
“Ma signore!”, si lamentò il th-ya.
“Obbedisci o tutta la nostra esistenza sarà stata sprecata!”
Immer’nok abbassò lo sguardo e toccò Halikan sulla spalla, che annuì in direzione del gerarca e camminò in direzione dell’uscita dalla sala di comando e del portale che l’avrebbe portato sul suolo di Omega-8.
Okox rimase da solo nella stanza di comando, ad osservare un libro mastro di migliaia di pagine che racchiudeva i dati di tutte le creature rinchiuse nella dimensione. Osservò lo scaffale contenente oltre trenta libri mastri simili a quello, poi intinse la penna d’oca nel calamaio e trascrisse i dati dell’ultimo arrivato. Il pesante tomo era giunto al completo.
Okox aspettò che l’inchiostro si asciugasse, poi richiuse il tomo e lo posizionò sullo scaffale. Omega-8 aveva appena raggiunto il decimo tomo di prigionieri rinchiusi al suo interno.
Il Gerarca Okox annuì con soddisfazione.

martedì 19 giugno 2012

Viola Scuro


Tsc’yich divenne bianco quando la selce affilata colpì il suo avambraccio affondando con profondità nelle carni grigiastre. Il bianco sfumò fino a diventare screziato di nero. I molteplici occhi del fattucchiere fremettero per quello che stava provando, ma il ruolo che si era assunto all’interno della tribù gli imponeva di proseguire. Colpì un’altra volta nello stesso punto di prima e gli altri membri della tribù, che gli stavano intorno per sostenerlo, sentirono chiaramente il rumore delle ossa che si spezzavano. Nuovamente, il fattucchiere provò il bianco, e subito dopo il nero divenne molto più consistente.
Stava per perdere i sensi, ma sarebbe sopravvissuto anche questa volta. Ndhi-ysth sapeva che se avesse assunto in futuro il ruolo di fattucchiere della tribù, l’automutilazione rituale sarebbe spettata anche a lui. Ma l’avrebbe fatto, avrebbe fatto tutto per il bene della comunità.
Tra gli ogunruhe, la comunità era la cosa più importante.
In quella piccola tribù erano in quattro: lui, il suo genitore Krthuskra, il cacciatore Zsogotel e Tsc’yich. Ndhi-ysth era il più giovane, nato solamente dodici anni prima. Oltre i membri della tribù, non aveva mai conosciuto altri ogunruhe, né era speranzoso di averne la possibilità in futuro: per qualche ragione che non gli era mai stata del tutto chiara, i membri della sua razza venivano uccisi a vista da altre creature che il fattucchiere Tsc’yich considerava senzienti, ma che mai avevano dato prova di un’intelligenza poco più che animale al giovane. Erano esseri piccoli ma temibili, ben più bassi degli ogunruhe. Il loro corpo era spesso ricoperto di disgustosi filamenti sporchi, così simili alla pelliccia degli animali, nella regione della testa e del volto, mentre nel resto del corpo erano quasi glabri come la razza di Ndhi’ysth. Come loro avevano due braccia e due gambe. Come loro avevano occhi (solo due, e non la corona di occhi che circondava la testa bulbosa degli ogunruhe permettendo la visione in ogni direzione). Non avevano un becco affusolato e pulito, ma una bocca piena di denti molto spesso infetti, che si staccavano prematuramente. Non avevano arti membranosi posizionati sulla schiena, simili alle ali degli uccelli ma adatti unicamente per nuotare a gran velocità. Non avevano nemmeno un doppio organo respiratore, che gli permettesse di respirare indifferentemente aria o acqua, ma Ndhi’ysth continuava a pensare che quelle creature, quegli esseri chiamati umani (o nani, nome che indicava dei loro simili molto più bassi e pelosi) non erano così diversi da loro.
Tsc’yich finì di amputarsi il braccio e in quel momento divenne nero, perdendo definitivamente i sensi. Krthuskra si avvicinò con della neve fresca tra le mani artigliate e la posizionò sul moncherino, facendo cessare il getto di sangue che ne fuoriusciva. Il fattucchiere si era già amputato entrambe le gambe in passato, come sacrificio necessario per poter eseguire le sue divinazioni. Era sopravvissuto fino a quel momento, e sarebbe sopravvissuto anche questa volta. Ndhi-ysth non vide traccia di viola scuro nella sua aura.
I tre membri della tribù lasciarono il fattucchiere riposare e uscirono dall’umida caverna naturale parzialmente invasa dalle acque situata a ridosso di una palude ghiacciata e si immersero completamente, congiungendosi al freddo fango che fungeva loro da ambiente naturale.
Krthuskra gli aveva detto che i motivi per cui gli umanoidi li odiavano erano principalmente due. Il primo è che prima che Ndhi-ysth nascesse, in un periodo talmente lontano che persino l’anziano Tsc’yich faceva fatica a ricordarselo, gli umanoidi erano stati schiavizzati dagli ibotha-oshab, una razza proveniente da un mondo lontano, oltre le stelle. Queste creature li avevano utilizzati come animali da soma per edificare le loro città sotterranee e, quando necessario, come cibo per sostenere i propri corpi immortali. Poi gli ibotha-oshab erano stati sconfitti dagli umanoidi, che si erano guadagnati la propria libertà. Gli ogunruhe provenivano dallo stesso passato di schiavitù, ma gli umanoidi credevano che la loro “strana” razza di creature magre e dalla pelle grigia fossero alleati degli ibotha-oshab.
Il secondo motivo è che gli ogunruhe possedevano un senso che era completamente estraneo agli umanoidi: la percezione dell’aura. I loro otto occhi erano in grado di vedere le sfumature colorate che circondavano tutti gli esseri viventi, sfumature che cambiavano colore a seconda delle emozioni provate. Gli ogunruhe non avevano bisogno di dimostrare fisicamente le proprie emozioni con gestualità o toni di voce, semplicemente perché erano in grado di vederle con i loro occhi. Possedevano anche diversi altri poteri come una poco potente capacità telecinetica e la possibilità di generare negli altri incubi e illusioni in grado di uccidere, estrapolati direttamente dalle paure della vittima. Era una capacità temibile, la più potente della razza ogunruhe e pressoché sconosciuta tra gli umanoidi. Una capacità derivata dalla loro grande comprensione delle emozioni.
Questi poteri rendevano gli ogunruhe una razza da temere. Il loro non era odio, non era cremisi, ma era verde scuro, era pura e semplice paura.
Gli ogunruhe avevano rischiato lo sterminio in passato e avevano dovuto premunirsi. Le loro tribù non erano mai numerose, tanto che se nascevano troppi figli, il fattucchiere poteva decretare di eliminarne alcuni appena usciti dall’uovo, per evitare di crescere troppo e attirare umanoidi ostili.
Ed era proprio quello il rischio che la tribù di Ndhi-ysth stava correndo in quei giorni. Andando a caccia di orsi, Zsogotel aveva avvistato una colonia di umanoidi che si era accampata a solo qualche vallata innevata di distanza. Per lo più nani e qualche umano, vestiti di pelliccia e armati di asce d’osso e clave di pietra. Ma la cosa più pericolosa era che loro avevano visto lui.
Era tornato alla palude bruciante di rosso, anche se l’arguto Ndhi-ysth era stato in grado di percepire delle punte di verde scuro dentro di lui.
Quando il cacciatore aveva comunicato agli altri la notizia, Ndhi-ysth era diventato di un verde scuro così profondo che per poco non era diventato nero. Temeva che prima o poi quel pericolo sarebbe giunto e aveva il terrore che la sua tribù venisse distrutta e lui fosse l’unico superstite. Non aveva mai avuto molta compagnia, ma non era mai stato veramente solo. Era ancora troppo giovane per essere in grado di creare delle uova e fecondarle, sarebbero passati ancora diversi anni prima che il suo corpo fosse stato in grado di generare gli organi riproduttivi necessari a far nascere un’altra generazione di ogunruhe.
Temeva di perdere il suo genitore Krthuskra, che aveva ancora tanto da insegnargli. Come di consuetudine, non disse nulla. Agli altri bastò lanciargli un’occhiata per comprendere le sue paura.
Così il vecchio fattucchiere aveva deciso di compiere una divinazione sul futuro, ricevere una profezia dagli stessi spiriti della terra che lo avrebbe consigliato sul da farsi, ma prima di compiere la magia aveva bisogno che le sue ferite guarissero. Non ci sarebbero voluti più di un paio di giorni. Ndhi-ysth nuotò fino al fondo della palude e si ricoprì di zolle di fango e ghiaia, decidendo di ingannare l’attesa riposando.

Alcuni giorni dopo, i membri della tribù fuoriuscirono dalle fredde acque e si posizionarono su un isolotto di terreno innevato. Zsogotel aiutò il mutilato Tsc’yich a issarsi sul terreno, poi si sedettero in cerchio. Tsc’yich posizionò al centro del cerchio formato dai loro corpi il suo braccio amputato, a cui il freddo della palude non aveva ancora fatto iniziare il processo di decomposizione. Il fattucchiere alzò l’unico braccio rimastogli ed entrambe le ali membranose al cielo, intonando un canto vibrante e profondo. Quella lingua, un insieme di gorgoglii, versi striduli e parole inarticolate era la lingua degli ibotha-oshab, che gli ogunruhe avevano ereditato. Era un gergo odiato dagli umanoidi, ma che era necessario utilizzare per invocare l’aiuto degli spiriti. Tsc’yich continuò a salmodiare fino a che non divenne di tutti i colori, un misto di emozioni incomprensibile anche agli ogunruhe che si verificava solo quando un individuo utilizzava poteri ultraterreni.
Il suo braccio amputato venne avvolto in un fuoco mistico e cominciò a consumarsi, mentre il fattucchiere assorbiva le conoscenze del futuro dall’aria stessa. Per agevolarlo, gli altri membri della sua tribù iniziarono a emettere lo stesso lugubre canto, divenendo arancio come quando ci si sente in armonia con il tutto. Ndhi-ysth sperò con tutta la forza di cui disponeva che gli spiriti non gli dessero brutte notizie, che la sua tribù poteva essere salvata e che se dovevano essere distrutti voleva morire con gli altri.
Diventava troppo verde scuro al solo pensiero di rimanere solo.
Ci vollero diversi minuti prima di completare l’invocazione, poi Tsc’yich assunse nuovamente un colore comprensibile. Era azzurro, con delle striature verde scuro. Simili rituali erano pericolosi, mettevano a repentaglio la propria vita, ma Ndhi-ysth non vide alcune macchia di viola scuro.
Tsc’yich alzò lo sguardo verso Ndhi-ysth e divenne completamente azzurro, segno della volontà ineluttabile. Aveva preso la sua decisione.

Ndhi-ysth osservò la palude dall’alto della collina coperta di pini innevati su cui si era nascosto. Vide chiaramente Zsogotel e Krthuskra seduti su alcune rocce, con delle lance d’osso strette tra le mani. Il vecchio Tsc’yich doveva essere lì da qualche parte, magari nascosto tra alcuni cumuli di fango o appena sotto il pelo dell’acqua, pronto a utilizzare la sua letale magia quando gli umanoidi avessero deciso di attaccare.
Era ormai questione di ore, Ndhi-ysth lo sapeva bene. Tsc’yich era venuto a sapere dagli spiriti che entro tre giorni avrebbero portato morte sulla tribù. Per lui, Zsogotel e Krthuskra non ci sarebbe stato scampo, nemmeno nel caso avessero tentato la fuga. Solo Ndhi-ysth avrebbe potuto salvarsi, ma solamente se gli altri membri della tribù gli avessero coperto le spalle combattendo e morendo per lui.
Il più grande incubo di Ndhi-ysth era giunto e lui non aveva potuto fare nulla per opporsi a quella sorte.
Durante quegli ultimi tre giorni, il genitore gli aveva fatto proseguire la sua formazione spiegandogli tutte le cose che avrebbe dovuto fare per sopravvivere, svelandogli i segreti della riproduzione, dicendogli come avrebbe dovuto fare per congiungersi agli spiriti come il loro fattucchiere.
Ndhi-ysth sapeva che avrebbe avuto ancora molto da imparare, ma non c’era stato tempo. Sarebbe andato la fuori, sarebbero dovuti passare ancora trent’anni prima di diventare in grado di generare delle uova. Per i prossimi trent’anni sarebbe stato solo.
Trascorse quei tre giorni nel verde scuro più assoluto e disperato, mentre il suo genitore e gli altri due ogunruhe univano rosso e azzurro, animati dalla volontà di combattere fino alla fine per proteggersi dall’estinzione.
Sarebbe dovuto andarsene già da ore, ma non ce l’aveva fatta. Voleva vederli fino alla fine, voleva vedere le loro aure tingersi di viola scuro. Quei pochi minuti l’avrebbero accompagnato per gli anni a venire, sarebbero stati minuti preziosi trascorsi con loro. Minuti che avrebbe ricordato in eterno nella solitudine che lo attendeva. Minuti in cui la sua aura avrebbe potuto tingersi di rosa, il colore dell’affetto e della devozione che provava per loro, un’ultima volta.
Li vide arrivare dalla valle antistante la palude: erano venti umanoidi dall’aspetto brutale, armati di lance affilate e temibili asce dalla lama di pietra. Nei loro capelli erano intrecciate decorazioni in osso e sassi, usanza che gli ogunruhe, così candidi e magnifici nei loro corpi glabri e nudi, ritenevano brutali. Un alone rosso avvolgeva l’intero gruppo di umanoidi, decisi a marciare e a uccidere qualsiasi creatura diversa da loro avessero incontrato sulla strada.
Zsogotel e Krthuskra si alzarono e si posizionarono in difesa con le lance. Tsc’yich strisciò sulla neve e iniziò a salmodiare gli spiriti con la sua voce vibrante. Essi risposero e la neve iniziò a scendere dalle colline circostanti seppellendo alcuni umanoidi.
I bruti si spaventarono, ma continuarono la loro avanzata. Ora nei loro cuori non albergava più solo il rosso, ma un sentimento ancora più temibile, il blu notte, la vendetta.
Quando i primi furono a portata delle lance dei due ogunruhe, essi colpirono dilaniando le loro carni. Zsogotel lacerò la giugulare di un umano vestito di pelle di mammut facendo scattare il becco, poi venne ferito alla gamba da un colpo d’ascia.
Tsc’yich invocò nuovamente gli spiriti, che modellarono l’acqua della palude in fredde braccia tentacolari che afferrarono due nani stritolandoli.
Il suo genitore Krthuskra venne colpito dai giavellotti scagliati da alcuni umani e venne trafitto. Il suo continuo cambiamento di colore, da bianco a nero, da rosso a viola scuro, rese nera anche l’aura di Ndhi-ysth, che però si fece forza e si costrinse a non perdere i sensi.
Voleva stare con loro fino alla fine. Doveva farlo.
Un nano armato di una gigantesca ascia di pietra raggiunse Tsc’yich, che stava rannicchiato tra alcune rocce, e iniziò a mutilarlo a colpi di ascia. Il viola scuro sopraggiunse quasi istantaneamente. Il vecchio fattucchiere era stato il primo a cadere.
Krthuskra durò solamente qualche secondo di più. Riuscì a trafiggere un umano al petto e poi un giavellotto scagliato da un nano a poche decine di metri di distanza gli si conficcò nel cranio bulboso, facendoglielo esplodere. Fu viola scuro anche lui, poi la sua aura si dissipò.
Perdere un genitore era doloroso, ma nella tribù tutti erano stati genitori per Ndhi-ysth in egual modo. Di nuovo, il giovane rischiò di divenire nero.
Zsogotel riuscì a uccidere altri cinque uomini prima di cadere. Dovettero circondarlo, recidergli le ali con dei colpi di ascia ben assestati e trafiggerlo con le lance diverse decine di volte prima che il suo corpo scheletrico ma straordinariamente resistente smettesse di muoversi.
Viola scuro. Ndhi-ysth aveva visto abbastanza. Si voltò, scappò nei boschi lasciando tutta quella morte alle spalle.
Avrebbe dovuto vivere senza di loro.
Corse per ore, procurandosi numerosi graffi a causa dei rami taglienti e carichi di neve.
Verde scuro.
Sarebbero passati trent’anni prima che fosse stato in grado di generare un altro ogunruhe.
Verde scuro.
Avrebbe dovuto cacciare, dormire, mangiare solo con la compagnia di sé stesso. Forse avrebbe potuto non farcela.
Verde scuro.
Tanto sarebbe valso morire direttamente.
Il verde era così scuro che Ndhi-ysth non aveva mai visto l’eguale.
Continuò a correre fino a che il suo apparato respiratorio fu in fiamme, i suoi due cuori battevano all’impazzata, le aure degli alberi si mescolavano a quelle degli animali in tinte di nero.
Il verde scuro di Ndhi-ysth si tramutò in viola scuro.
Capì.

Stava fissando negli occhi Tsc’yich. Era seduto in cerchio con i membri della sua tribù, il vecchio fattucchiere aveva appena finito di compiere la sua divinazione, dopodiché, mosso da una volontà incrollabile di far sopravvivere la sua razza, l’aveva ucciso facendogli vivere il suo incubo più terribile.
Ndhi-ysth si portò una mano al petto. I suoi due cuori avevano smesso di battere. Gli spiriti avevano dato a Tsc’yich la comprensione degli eventi futuri, tale per cui lui aveva deciso che l’unico modo per far sopravvivere la specie era di liberarsi dell’anello più debole della loro catena. Forse gli spiriti gli avevano rivelato che avrebbero potuto salvarsi solamente in questo modo. Ndhi-ysth non riuscì mai a comprendere il perché, ma non lo biasimava, sapeva che la specie era più importante del singolo individuo. Per gli ogunruhe la comunità era tutto e riuscì finalmente a provarlo divenendo viola scuro.
Era grato per ciò che il fattucchiere aveva fatto. Gli aveva permesso di vivere, anche se solo nella sua mente, gli ultimi giorni con la sua tribù. Gli aveva permesso di imparare cose che non avrebbe mai imparato, anche se non gli sarebbero mai servite a nulla.
Gli aveva permesso di non rimanere solo.
Ndhi-ysth osservò con attenzione Zsogotel e Krthuskra. Anche loro avevano capito e le loro aure si erano tinte di rosa in un ultimo, disperato abbraccio ad un compagno perduto.
Poi si accasciò e tutto quanto si fece viola scuro, definitivamente.
Viola scuro non era morte. Viola scuro era gratitudine.