sabato 26 marzo 2011

Idilios


“Mangia quante saette vuoi, Lamirin mio. Assorbi dentro di te questo rumore infernale e fallo diventare vita.”
Il gabbiano dalle piume di sottile acciaio inciso volteggiò quattro volte attorno al cielo plumbeo, attendendo il movimento particellare che preannuncia il crearsi di un fulmine. A poco a poco la pioggia cristallina iniziò a cadere, innaffiando un mondo quasi completamente privo di terra. Lamirin strillò verso il cielo quando il suo corpo venne all’improvviso attraversato da una scarica di energia bianca.
Una fonte di nutrimento per qualcosa che aveva bisogno di pura energia e non cibo vero, carnoso e sanguinolento.
Lamirin planò silenziosamente e tornò ad appoggiarsi sulla roccia resa scivolosa dall’acqua, fissando il ragazzo che gli aveva assegnato un nome così tanto tempo fa. Nessuno aveva mai tagliato i suoi capelli corvini, perché non c’era mai stato motivo per farlo. Non aveva mai indossato vestiti, perché non c’era nessuno che potesse vedere le sue vergogne. Non c’era nessuno che l’avesse mai guardato negli occhi, eccetto i gabbiani d’acciaio che volteggiavano al di sopra dell’isola di roccia volante immersa nel mare di nubi scure.
Lì il ragazzo aveva una casa, l’unica che aveva mai avuto, e trascorreva le giornate osservando l’orizzonte sempre percorso da tifoni, saette e uragani. Non c’era nulla al di sopra della sua oasi di pace, né al di sotto: solamente nubi, caos e solitudine.
A differenza dei suoi unici compagni dotati di piume, egli non aveva bisogno di nutrimento: la sua vita era stata sempre così solitaria che aveva imparato a trascendere tutti i suoi bisogni.
Esisteva solamente perché sapeva di esistere.
“Presto le cose cambieranno”, disse a bassa voce, rivolgendosi più a sé stesso che ai gabbiani.
Impensabile il cambiamento in un’esistenza che era sempre stata stabile e immutabile, per quanto circondata dalla furia.
Il ragazzo si diresse verso la collina rocciosa che sormontava l’isola, trascinando con sé un pesante blocco di roccia scolpito a forma di mattone, aiutandosi con una corda. Fece fatica, soprattutto a causa del suo fisico esile. Ma quell’ultimo sforzo sarebbe stato presto ripagato.
Aveva già percorso centinaia, migliaia di volte quel percorso trascinando con sé quei pesanti fardelli. I mattoni comparivano, già lavorati e di forma perfetta, segno che il fato stesso lo stava incitando a cambiare il proprio destino.
Una volta giunto sulla collina, issò il mattone sulla cima di un edificio che aveva formato con gli altri, una sorta di grossa piramide a gradoni. Sorrise silenziosamente quando riuscì a portare l’ultimo blocco fino in cima, formando la punta più alta della ziggurat.
Notò solo in quel momento che quell’ultimo blocco era forato al centro, come se fosse stato predisposto come un incavo per un ultimo oggetto.
“Il mio lavoro non è ancora finito”, disse a Lamirin, che nel frattempo gli si era poggiato su una spalla.
Tornò alla spiaggia priva di mare e lì trovò una grande asta d’acciaio, lunga quasi cinque metri, il cui diametro era perfettamente calibrato per inserirsi nel foro sulla cima della piramide.
Portò anch’essa alla collina e una volta lì, prima di inserirla nella costruzione, guardò il cielo grigio pieno di gratitudine.
Non appena inserì l’asta, questa attirò le saette come un gigantesco parafulmini, riempiendo l’isola galleggiante di pura energia. Il ragazzo venne scagliato via dalla violenza dell’impatto, cadendo sulle rocce, ma non facendosi male. Il dolore non significava nulla per qualcuno che aveva sempre vissuto da solo.
Si alzò in piedi, contemplando il gigantesco stormo di gabbiani d’acciaio che si avvicinava alla sua casa, attirati dalla luce e dal nutrimento dei fulmini che la costruzione continuava ad attirare sull’isola, una scarica dopo l’altra.
“Io sono Idilios e ho dato prova della mia esistenza. Ora la solitudine non mi spaventa più”, sussurrò alle creature, mentre lacrime più salate di un mare che non esiste gli scendevano lungo le guance.

domenica 2 gennaio 2011

Ingarbugliato nella trama

Beh, anche se non sto più pubblicando niente da un po', posso solo dirvi che non sono morto. Sono solo molto impegnato. Non per le feste di Natale, sia ben chiaro (lì sono solamente impegnato a mangiare), ma questa volta sono ingarbugliato in qualcosa di grosso. Sto scrivendo, ma è qualcosa che ho intenzione di portare avanti, perché, DANNAZIONE, credo proprio che funzioni. Attualmente sono al centinaio di pagine e non ho ancora intenzione di smettere. Forse è la volta buona che scrivo davvero un romanzo, per la miseria!
E, cosa molto bella, sono tornato finalmente a leggere parecchi libri. Era parecchio che ero intabarrato con libri che ritenevo noiosi, lunghi e poco accattivanti. Invece le ultime letture mi hanno attivato. Che devo dirvi? Ciò non fa che confermare che se uno non legge, non è in grado di scrivere.
Detto questo, vi consiglio queste letture. Mi hanno preso, e le ho portate a termine nel giro di pochi giorni. E ora mi butto nuovamente sul lavoro :)







martedì 30 novembre 2010

Passare il Segno


Mi ci era voluto diverso tempo per decidermi, ma alla fine ero giunta ad una conclusione: sarei andata a trovarlo quella notte stessa. Che gli altri dicessero pure quello che volevano, che sparlassero pure di me.
“Cristina, lo sai che non si fanno queste cose, non si va a trovare un ragazzo in piena notte. Non è educato, ecco.” Questo me l’aveva detto mia nonna Maria Rita. Ma si sa che gli anziani sono legati a tradizioni di un tempo antico, troppo passato. Quando lei era giovane, quello che poi è diventato il nonno doveva farsi più di dieci chilometri a piedi per andarla a trovare. E lei? Non ha mai osato fare una cosa del genere. Cavalleria di una volta, ma i tempi sono cambiati, sono nata in un mondo diverso, e avevo intenzione di godermi la notte come mi pare e piace! Dopotutto Marcello è un ragazzo d’oro, cosa avrebbe mai potuto farmi? E soprattutto, anche avesse reagito male, come avrebbe potuto farmi qualcosa? A me, il suo dolce angelo?
Per cui quella gelida notte di novembre mi trovavo davanti a casa di Marcello. Tirava un forte vento e la neve stava per decidere di lanciarsi giù dalle nuvole bianche e vaporose. Erano quasi le due, ma dalla finestra di camera sua, al secondo piano di una piccola villetta a schiera, brillava ancora la luce di una lampada. Povero Marcello, come al solito doveva essersi addormentato sul letto mentre studiava per il prossimo esame universitario. Psicologia era una dura materia.
Mi avvicinai alla porta con passo silenzioso. E se non avesse gradito la mia visita? E se si fosse spaventato? Beh, era troppo tardi per tornare indietro. Mi infilai in casa e sgattaiolai al piano superiore. I suoi genitori stavano già dormendo della grossa nella camera da letto. Tipi simpatici, ma chissà cosa avrebbero detto se mi avessero trovata qui a quest’ora!
Arrivai in camera sua e lo vidi: ci avevo visto giusto, Marcello si trovava riverso sulla scrivania, con il volto appoggiato sopra un pesante libro aperto, e stava dormendo della grossa. Guardai il suo bel volto, incorniciato da capelli castani. Stava dormendo così beatamente che ero indecisa se svegliarlo. Passai forse diversi minuti ad ammirarlo, quando fu lui ad aprire lentamente gli occhi.
Per un attimo assunse un’espressione allibita. Io gli sorrisi in maniera materna. Si mise a sedere sulla sedia, ancora incredulo per la mia presenza.
“Cristina? – disse, sottovoce – che ci fai qui? Sto sognando?”
Sorrisi divertita.
“Sì, stai sognando. È tutto un sogno”, gli dissi.
“Anche se è un sogno è bello vederti. Come stai?”, rispose. Il tono di voce era ancora incredulo, ma ora appariva molto più rilassato.
“Bene. Più bene di così non penso che si possa.”
Mi avvicinai e lui, pur rimanendo seduto, ruotò la sedia da computer rivolgendola verso di me. Mi sedetti a cavalcioni sulle sue ginocchia, guardandolo negli occhi.
“Ho poco tempo – dissi, toccandogli il volto con le mani – qualcuno potrebbe accorgersi della mia assenza.”
“Hai le mani fredde”, rispose lui.
“Fuori fa freddo – dissi – riscaldami.”
Dopo lungo tempo, provai sensazioni fisiche. Il nostro primo bacio fu timido, lui si ritrasse per qualche secondo, poi mi baciò con passione. Le sue mani si appoggiarono sui miei fianchi, percorsero la mia schiena. Tutto sembrava essere attutito, ovattato. Ma finalmente lui era di nuovo con me. Continuammo a baciarci, poi lui si alzò e mi portò tenendomi in braccio verso il suo letto. Io lo guardavo fisso negli occhi.
“Un sogno, non è vero?”, mi chiese di nuovo.
Non risposi. Lo presi per il colletto della maglia e lo trascinai giù, verso di me. I miei sensi si annullarono quasi del tutto, mentre la mia mente correva e si elevava ad uno stadio superiore. Sentivo le sue mani che percorrevano il mio corpo, mentre io facevo lo stesso con le mie. Lui era caldo, quasi bollente. Le mie mani continuavano ad essere gelide. In capo a pochi minuti i nostri vestiti non c’erano più e a proteggerci dal freddo c’erano solamente le coperte. Tutto avvenne in maniera veloce, ma ai miei occhi esageratamente lenta. Quando tutto avvenne mi annullai: non ricordavo più quello che ero. Ricordavo solo di essere viva per la prima volta dopo tanto tempo.
Ci accasciammo stremati l’uno sull’altro. Lui aveva gli occhi chiusi, ma mi stringeva forte.
“Sei ancora fredda”, disse sorridendo.
“Mi dispiace, non posso farci niente…”, risposi io, sorridendo e lacrimando allo stesso tempo.
Alzai lo sguardo verso di lui e poi il mio occhio cadde sul comodino di fianco al letto. Fotografie incorniciate. Foto di Marcello insieme ad un’altra donna. Forse poco più grande di lui, alta, dai capelli biondi. Foto dove si baciavano. Foto da fidanzati.
“E quella chi è?”, gridai.
“Quella? Chi?”, rispose lui sorpreso.
“Quella!”, dissi, mettendomi a sedere mentre indicavo le foto.
“Quella… quella è Ludovica, la mia ragazza…”, disse Marcello, serio.
“La tua ragazza? La tua ragazza? Pensavo di essere io la tua ragazza!”, urlai.
“Cristina, tu eri la mia ragazza… ma tu sei morta”, rispose lui.
“Pensi che questa sia una giustificazione? Solo perché un tir mi ha schiacciato pensi che io non possa più essere la tua ragazza? Mi tradisci così! Sei solo un bastardo!”
“Cristina, aspetta, ma questo non è un sogn…”
Non gli diedi il tempo di finire la frase che fluttuando e passando attraverso le pareti mi fiondai fuori da casa sua. La neve ora stava cadendo della grossa.
Aveva passato il segno. L’avevo fatto anche io morendo, ma non era una giustificazione valida. Quel bastardo. Avrei dovuto dare retta alla nonna, che sicuramente ora era molto preoccupata non vedendomi tornare.
“Bastardo, non voglio vederti mai più”, urlai alla casa, mentre lacrimavo. Poi fluttuai verso il cielo piangente, per tornare a casa della nonna.

[Esercizio: scrivi una scena d'amore in prima persona ma con protagonista una persona di sesso opposto al tuo.]

lunedì 1 novembre 2010

La Strategia dei Fiori di Ciliegio


Il Capitano Sekigawa si trovava seduto a gambe incrociate sul ciglio della collina erbosa e fissava con sguardo severo l’ampia Vallata dei Ciliegi che si stagliava sotto di lui, mentre una pallida luna brillava nel cielo notturno. Una vera e propria meraviglia della natura agli occhi degli uomini, ora che i ciliegi erano in piena fioritura e centinaia e centinaia di piccoli petali rosa si muovevano sospinti dal vento. Sembrava quasi che l’intera vallata fosse viva, come un unico organismo vivente che lentamente respirava, un neonato appena venuto al mondo.
“Capitano…”
Sekigawa spostò lo sguardo dalla magnificente bellezza della valle e, sistemandosi le ottiche, portò lo sguardo verso l’uomo che aveva parlato. Il suo secondo in comando, il Tenente Izumi.
“Non dovresti riposare, tenente?”, disse riportando lo sguardo verso il paesaggio.
“Questo spettacolo mi mozza il fiato, capitano. Il resto degli uomini sta dormendo come se fossero in letargo, ma io non ce la faccio.” Sekigawa notò che la voce di Izumi era tremolante, insicura.
“Qual è il problema, tenente? Sento del nervosismo nella tua voce.”
“Domani dovremo scendere laggiù”, disse prima di bloccarsi.
“Sì, è così. Con le prime luci dell’alba caleremo sulla vallata. I banditi che stanno flagellando la satrapia di Fong Bei si nascondono laggiù. Sono una dozzina, a quanto ci hanno riferito. Niente che non possiamo affrontare.”
“Lo so capitano. Ci hanno pagato per farlo.”
“Allora qual è il problema?”, rispose di scatto Sekigawa, voltandosi nuovamente verso Izumi.
“Il problema è che ho paura capitano. I vostri cavalli e i vostri uomini marceranno su quel paesaggio incontaminato. Le piante di ciliegio ne verranno contaminate, distrutte. Se un Dio veglia su quella valle, ne sarà certamente furioso.”
Sekigawa si alzò in piedi e si avvicinò a Izumi, posandogli le mani sulle spalle, come per rassicurare un vecchio amico.
“Ed è per questo che non siamo scesi durante la notte. I vili agiscono lontano dalla luce. Noi caleremo come una forza pacificatrice, spronati dalla luce del sole che sorge. I banditi si arrenderanno alla nostra magnificenza e nemmeno un singolo petalo di ciliegio sarà calpestato. Ricordatelo sempre Izumi: la Compagnia della Tigre Orientale porta con sé delle armi per far sì che nessuno debba mai più usarle. E anche se dovesse succedere qualcosa laggiù, un imprevisto che faccia macchiare di sangue quel sacro terreno, allora ti prometto che se sarà necessario dedicherò il resto della mia vita per riparare quel torto.”
Izumi annuì verso il suo capitano, ora visibilmente rassicurato.
“E se il Dio dei Ciliegi si adirasse?”, chiese.
“La mia offerta basterà a placare qualsiasi furia”, rispose sicuro Sekigawa.
“Se fossimo sull’Isola Benedetta – rispose ridendo Izumi – una frase del genere vi sarebbe costata l’accusa di eresia!”
“Se fossimo sull’Isola Benedetta – disse serio il capitano – un’accusa di eresia sarebbe l’ultimo dei miei problemi.”

[Esercizio della settimana: scrivi un dialogo!]
[Sì, ho usato l'ambientazione di Exalted.]

lunedì 25 ottobre 2010

Rabbia


La rabbia è senz’altro una delle emozioni più antiche e primitive dell’uomo. Presente in pressoché tutti gli animali, si manifesta quando qualcuno o qualcosa verso cui non si prova alcun tipo di paura si contrappone al proprio bisogno. A quel punto scatta un meccanismo di aggressione motivato a farti ottenere il tuo bisogno a tutti i costi. In alcuni casi, si sfoga semplicemente nel proprio stomaco o in un’ira immotivata verso il resto del mondo, anche verso coloro che nulla c’entrano con i propri problemi. A seconda che si abbia ottenuto il proprio obiettivo o meno, la rabbia si conclude in sentimenti che possono variare dalla soddisfazione all’insoddisfazione e, in molti casi, vergogna per aver perso il controllo.

Erano mesi che le fissavo. Quelle sbarre, quelle dannate sbarre. Fredde, immobili, con un solo scopo: tenermi ingabbiato. È colpa tua, mi avevano detto. Sei stato stupido a farti beccare con le mani nel sacco in quel modo. La rapina alla gioielleria era andata male, questo era vero, ma allora perché ero l’unico dei miei complici a trovarmi rinchiuso?
Quelle sbarre, quelle fottute sbarre. Avranno visto un sacco di altra gente prima di me. Eppure rimangono sempre lì, e si oppongono alla mia libertà. E allora vaffanculo! Prima o poi avrò la forza di strapparle, di piegarle sotto la mia forza e andarmene finalmente libero. Cazzo, ma cosa vado a pensare? Cazzo, è più probabile che arrivi la fine del mondo che succeda una cosa del genere. Due metri per tre di cella, mura e delle sbarre. Vi distruggerò, vi limerò, farò di tutto per andarmene.
Non potrete tenermi qui per sempre.

[Esercizio della settimana: descrivi un sentimento in modo analitico, poi descrivi un oggetto "sterile" con sentimento]

giovedì 21 ottobre 2010

Un ragazzo alla stazione legge un libro e tira un forte vento



Il ragazzo dai capelli rossi era scappato di casa. Viveva in una fattoria, ma non desiderava quella vita, non desiderava lavorare nei campi con gli animali sporchi di terra senza dare altro significato che a quello. Voleva vedere, viaggiare e scoprire. Con sé, oltre qualche abito, aveva i suoi libri preferiti.
Attendeva con pazienza alla stazione dei pullman, su una vecchia panchina nel cortile esterno. Stava leggendo per l’ennesima volta La Storia Infinita, mentre il vento ne scompigliava le pagine e mandava avanti troppo in fretta la trama che già conosceva. Tutto ciò gli ricordava la sua vita: rapida e priva di mordente proprio come il vento. Il pullman in ritardo era la sua unica salvezza. Che ironia, viaggiare nella vita con tanta rapidità e ora dover attendere per un ritardo. Quel pullman però non arrivava più e lui aveva letto i suoi libri già decine di volte. Le scelte erano tornare indietro oppure continuare ad aspettare.
E lui aspetta, fino a che il vento non spazza via la polvere di ciò che rimane di lui.

lunedì 18 ottobre 2010

Scrittori & Lettori

Per una sera vediamo di fare un po' di chiarezza su come la penso.
Scrittori e lettori. Due categorie all'apparenza distinte, ma che in parte possono essere accomunate. Uno può essere un lettore e basta, ma uno scrittore deve essere per forza anche un lettore. Non può esistere altrimenti, è una cosa simbiotica. Se uno non legge, come è possibile pretendere che scriva?
Eppure internet sta facendo questo e altro per far "sviluppare" la vena scrittoria degli ignoranti. Su internet è pieno di blog di gente che scrive poesie, racconti, pensieri e, in generale, stupidaggini. Io sono uno di questi. Ma in effetti, quanta di questa gente è veramente disposta anche a leggere la sequela di stupidaggini degli altri? A me sembra che sempre più spesso tutti si improvvisino super scrittori, riempiano il proprio blog di stronzate per farsi belli e dimostrarsi superiori, ma non si interessanno al medesimo lavoro degli altri.
E allora lasciatemi dire una cosa: se sei uno scrittore sei anche un lettore, altrimenti sei solamente un coglione. Io le leggo le creazioni degli altri. Mi interesso di cosa scrivono, pensano e vogliono comunicare, se sono disposti a condividerlo con il resto del mondo. Sono disposto a commentare, fare battute, dare critiche costruttive, insultare o elogiare. Ma io leggo. E poi scrivo. Non il contrario.
O forse siamo arrivati al punto di volere ognuno per sé una piazza deserta con al centro una riproduzione in marmo di sé stessi?

domenica 17 ottobre 2010

Kebab Tonight


Evento: Sono andato ad un kebabbaro in centro, mi sono fatto fare un kebab con tutto (tranne l’insalata rossa) da portare via, l’ho pagato e me lo sono mangiato. Ma non mi ero accorto che il kebabbaro aveva messo dentro anche le patatine fritte. Poco male, va bene lo stesso.

Lo stesso evento, vissuto da: Jules Winnfield (Samuel L. Jackson nel film Pulp Fiction).
Come ti stavo dicendo, ero appena uscito da quel cazzo di bar. Era notte fonda e avevo una fame fottuta. Avevo fumato troppo, bevuto troppo e il mio stomaco si stava lamentando di tutta la merda liquida che gli avevo fatto ingerire. Era troppo tardi per trovare qualche posto aperto, così mi metto a girovagare cominciando a pensare che avrei dovuto tornarmene a casa a stomaco vuoto e riscaldarmi gli avanzi del pranzo del giorno prima. Poi la vedo, in fondo alla strada, un’insegna luminosa ancora accesa. Doner kebab, uno di quei posti più sporchi della cucina di un Burger King che si trovano abbastanza spesso in Italia. Qui in America non ce li abbiamo, lì in Italia sì. Ma in Italia la gente è abbastanza strana, sono di quelli con il sistema metrico decimale, e vanno avanti a bere cappuccino e a mangiare spaghetti tutto il giorno. Lo sai che ci mettono sugli spaghetti? La salsa di pomodoro. Non il ketchup, ma la salsa di pomodoro! Assurdo vero? Comunque, come ti stavo dicendo, entro in questo postribolo grosso come lo sgabuzzino di casa mia e un turco mi accoglie con fare sorridente. Mi chiede cosa voglio, e io gli dico che voglio un panino. Allora inizia a farmelo. C’era odore di salsa piccante che si infilava dentro i vestiti, il rotolo di carne ruotava e sfrigolava sulla griglia. Aspetto in silenzio il mio succulento panino. Lo sapevi poi che quel kebab non è assolutamente roba turca? Lo fanno in Germania, ed è solo una trovata commerciale per far lavorare i turchi nel resto dell’Europa. Se vai in Turchia e chiedi un kebab così, prima ti ridono in faccia e puntano una pistola addosso e ti rapinano lasciandoti in mutande.
Comunque, il kebabbaro mi scalda un pezzo di pane arabo, lo taglia e lo riempie di carne. Poi si avvicina e mi chiede cosa ci voglio dentro. Gli indico un paio di salse piccanti, cetrioli, pomodori e cipolle. Insalata verde, ma gli dico di non mettere quella rossa. Vedo che con la sua pinza metallica si avvicina al cestello dell’insalata rossa, ne afferra una presa e la infila nel panino. Io lo guardo contrariato, quel tipo non aveva capito un cazzo, e gli dico di nuovo che non volevo l’insalata rossa. Lui scuote la testa, fa finta di non capire e continua a mettermi insalata rossa in quel cazzo di panino! Allora io gli dico “senti, togli subito quell’insalata rossa oppure non sarà l’unica cosa che finirà dentro quel cazzo di panino”. Lui fa finta di niente e continua a chiedermi se voglio altra salsa piccante. A quel punto mi girano veramente i coglioni e tiro fuori il ferro. Glielo punto dritto negli occhi, lui mi guarda terrorizzato, non si era mai trovato una pistola puntata in faccia, si stava cagando nelle mutande cazzo! L’insalata ormai si era impastata ben bene con il resto dei condimenti ed era impossibile toglierla. E allora gli dico “mi prendi per il culo? Rifammi quel cazzo di panino senza insalata rossa oppure ti giuro che presto vedremo chi è il più negro dei due qui dentro!”. Lui a quel punto sembra capire, lascia cadere il panino per terra e tremando tutto incomincia a farmene un altro. Quando mi chiede cosa ci voglio dentro gli indico gli ingredienti e le salse e lui questa volta non sbaglia. Tutto tremante mi da il sacchetto con il panino, io prendo una coca dal frigo e gli chiedo quanto fa. Lui mi dice niente, ma io insisto e gli chiedo di nuovo quanto fa. Mi dice cinque euro. Li tiro fuori dal portafoglio, glieli appoggio sul bancone di vetro e mi allontano.
Per la strada tiro fuori il mio kebab dal sacchetto e inizio a gustarmelo. Cazzo, era davvero buono. Mangio e mangio e sai cosa ci trovo? Patatine fritte! Quello stronzo mi aveva messo dentro delle patatine fritte senza che glielo chiedessi! Questo mi ha fatto capire che se uno è un coglione non gli basta avere una pistola puntata in faccia per rinsavire, rimarrà un coglione comunque. Ma non avevo più voglia di tornare indietro. Quelle patatine tutto sommato stavano bene nell’insieme. E posso dirti una cosa: era davvero buono quel panino!

[Ecco il secondo degli esercizi del laboratorio di scrittura creativa: descrivi in poche righe un evento qualsiasi che hai vissuto durante la settimana e poi riscrivilo come se al tuo posto ci fosse un personaggio qualsiasi. Jules Winnfield può questo e altro ;)]

sabato 9 ottobre 2010

Lifeless


Fisso il foglio ancora bianco.
Quale delle seguenti sostanze è più energetica per un grammo di peso?
I miei compagni sono chini sui loro fogli. Intenti a crocettare con fare meccanico le loro risposte al test di chimica. Alcuni alzano lo sguardo come per supplicare una risposta dai secchioni della classe.
A) Proteina.
La signora Debtheas osserva la classe dall’alto della cattedra, lanciando occhiate arcigne verso tutti. Ci sorveglia come un secondino. Di quelli pronti a saltare addosso ai detenuti con l’intento di picchiarli e sfogare la loro ira repressa. Sanno che sono solo degli sporchi detenuti, e non saranno puniti per questo.
B) Lipide.
L’unica cosa che riesco a fare in questo momento è sbatacchiare la mia penna sul bordo del tavolo, producendo un suono noioso, irritante. Jeanie, che si trova a meno di un metro da me, mi lancia un’occhiata infastidita. Lei è una di quelle che ha studiato.
C) Zucchero.
Fottuta chimica. A vedere tutti i suoi atomi, le sue molecole, la sua tavola periodica, mi intristisco. Mi fanno rendere conto che questo mondo è dannatamente materiale. Solido. Reale. Sintetico. Non c’è posto per magia, fantasia, immaginazione. È un fottuto mondo sterile, privo di vita. Un po’ come la superficie di Marte. Là solo i sassi possono vivere bene. Forse loro sarebbero bravi in chimica.
D) Acqua.
Che cosa ci faccio qui? Ho davanti solo fogli bianchi, biro, camici, microscopi. Barattoli e ampolle contenenti sostanze colorate ma inerti. Mi manca il palco. Mi manca il teatro. Mi manca essere un giorno una principessa, un giorno il giullare del re, un altro giorno una ballerina su un lago di cigni.
Mi manca la musica. La musica non ha atomi e molecole. La musica c’è e basta. È viva, altro che questa roba senza vita.
Senza vita.
E) Alcol etilico.
Mancano cinque minuti alla fine del test. Il mio voto sarà uno zero. Non me ne frega assolutamente niente.
A casa me lo diranno. “Dominique, stupida ragazza, quando pensi di mettere la testa a posto e iniziare a vivere in questo mondo?”
Mai spero. È un mondo senza vita. La vita vera sta altrove.
Eppure non ho il coraggio di andarmene. Me ne resto qui, in questo ambiente sterile a battere il bordo del tavolo con la mia penna. Sperando che una melodia mi trasporti via.
Ho ancora cinque minuti. Il foglio non rimarrà bianco ancora per molto. Questa vita deve piacere a me, non agli altri. Voglio una melodia? La avrò.
Di sicuro domani chiameranno i miei genitori per un colloquio.
Come al solito reciterò la parte del mimo. Qualche gesto triste, di cordoglio. Ma in realtà sarà solo silenzio.

[Questo piccolo racconto era il primo "esercizio" del laboratorio di scrittura creativa, ovvero "scrivi un racconto su come è stata scritta una canzone". La canzone in questione è Lifeless, degli Stolen Babies, che potete trovare qui: http://www.youtube.com/watch?v=lF4wqWDpVu4. E' chiaramente opera di completa fantasia.]

giovedì 30 settembre 2010

Diario Onirico, secondo giorno

C'era un luogo sotterraneo, una sorta di base militare dove facevano esperimenti segreti, in cui era successo un casino. L'intero complesso era stato abbandonato, ed entro breve sarebbe stato sigillato in via definitiva. La compagnia proprietaria della base avrebbe pagato profumatamente per qualsiasi oggetto recuperato da là sotto. Entro, da solo, recupero dei fogli. Entro un'ora il complesso sarebbe stato sigillato definitivamente, indipendentemente dalla gente che si fosse trovata dentro. C'era qualcosa di strano là sotto, al livello 4. Decido di scendere.
Sole. Un prato gigantesco. L'ascensore mi porta fin là sotto e dei vecchietti vivevano felici in questo prato maestoso. Un complesso scuro, nero, come la torre di un mago si stagliava all'orizzonte. Dei droidi si muovono per le strade. Ci sono anime morte dentro di loro.
Me ne vado, mancano quattro minuti alla chiusura. I vecchietti rimarranno sigillati dentro: vogliono vivere in quel prato.
Riesco ad uscire dal complesso a pochi secondi dalla chiusura, con i fogli in mano, pregustandomi i milioni che avrei guadagnato.
Poi mi sono svegliato.