Il mio primo romanzo, "Cieli di Fuoco, Giorni di Buio", è uscito.
La speranza è persa.
Gli Dèi sono morti.
Il mondo è in mano a loro.
I popoli dell’ex-impero Durkod, dilaniato dalla pioggia infuocata e dall’arrivo delle infernali creature chiamate Esseri, sono in continua lotta per la sopravvivenza.
La disperazione giunge anche nel piccolo villaggio di taglialegna di Charad, quando nei boschi viene ritrovata una strana creatura, le cui strillanti parole-significato non preannunciano altro che morte imminente.
Il giovane Marcus, un miliziano del villaggio, tenterà il tutto per tutto per salvare ciò che ama, accompagnato da individui che come lui cercheranno disperatamente di sopravvivere un giorno in più.
Il destino li porterà ad affrontare un lungo viaggio alla ricerca del potere, della redenzione e, forse, della salvezza.
La pietà è svanita.
Le tradizioni sono distrutte.
Il mondo è in mano a chi sarà abbastanza crudele.
***
Disponibile su lulu in formato cartaceo
E in formato eBook
domenica 6 maggio 2012
martedì 3 aprile 2012
Per Mary

Detroit, Anno 2097, Uno
“Ti ho… ti ho già detto… non so di cosa stai parlando…”, rantolò Bill Mulliflex mentre la sua gola veniva serrata da una presa forte come l’acciaio. Bill era un uomo dall’aspetto comune, un metro e ottanta scarso, capelli castani sfumati da qualche punta di grigio, occhi a mandorla ereditati da qualche avo asiatico e fisico da quarantenne dedito all’uso di quella schifezza sintetica che nel duemilanovantasette spacciavano come duro e puro bourbon del Kentucky. In volto aveva qualche cicatrice, sottili strisce bianche che gli solcavano la pelle divenuta prematuramente rugosa, causate più probabilmente da unghie affilate che dalla lama di un coltello. Incontrato per la strada, con indosso la sua divisa nera da operaio corporativo della Microsystem Brocken Enterprise, il palmare collegato allo spinotto AKV impiantato dietro l’orecchio destro e la pistola automatica sotto la fondina ascellare avrebbe potuto anche sembrare un individuo minaccioso, ma in quel momento, con una mano guantata di PVC nero potenziata da impianti sottocutanei e un’altra del tutto simile a stringergli le palle tenendolo sollevato a mezzo metro da terra, aveva lo stesso aspetto minaccioso di una merda di cane.
“Tu dici un sacco di stronzate, Mulliflex. O forse dovrei chiamarti Fratello Superiore Mullin? Forse questo nome servirà a rinfrescarti la memoria”, disse l’altro uomo con voce gelida.
Bill venne scagliato dall’altra parte del piccolo monolocale ingombro di lattine di birra vuote e andò a schiantarsi contro il televisore a 52 pollici che la MBE gli aveva donato come gratifica per i risultati conseguiti solo tre mesi prima. Il vetro a cristalli liquidi andò in frantumi assumendo un colorito cangiante ed emettendo qualche scintilla.
L’altro uomo, anch’esso di corporatura media e vestito con una tuta antiproiettile integrale di un colore nero lucente si avvicinò a Bill, che si contorceva sulla moquette in preda ai dolori.
“Urla pure – disse abbassandosi verso di lui – gli appartamenti di questo condominio sono tutti insonorizzati.”
Bill riuscì a girarsi verso il suo assalitore e, sebbene avesse la vista annebbiata, riuscì a guardarlo in volto. Portava un visore notturno del tutto simile ad un paio di vecchi occhiali da sole di inizio secolo su di un viso tondo e regolare, con capelli neri tagliati corti e un pizzetto lungo solo pochi millimetri. Il volto, così perfetto da poter essere stato ottenuto solo grazie a diversi interventi chirurgici, non aveva alcuna espressione in particolare. Bill sapeva che molti sicari a pagamento si facevano cambiare abitudinariamente i connotati, oltre che le retine, per non essere individuati dalle autorità. Quest’uomo ne aveva tutta l’aria.
Il sicario afferrò Bill per il braccio destro e lo strinse lentamente. Con un ronzio i suoi impianti sottocutanei si attivarono e a Bill sembrò di avere il braccio stretto in una morsa d’acciaio, pronta a spezzarglielo al minimo movimento falso.
“Cosa vuoi da me?”, chiese al sicario.
“Che mi racconti una storia. Non chiedo molto, non ti pare? Voglio che mi racconti di Mary Grabowski, una povera e sfortunata ragazza che hai conosciuto giusto un paio di anni fa. Era bisognosa d’aiuto, tu ti sei offerto di darglielo e lei ci ha creduto davvero… Sei stato un verme ad approfittarti di lei e sei stato ancora più schifoso quando c’è stato quel processo. Tutti i seguaci della setta sono finiti in galera, dove le attività più sacre che svolgeranno per i prossimi quindici anni saranno servizietti a delle guardie carcerarie arrapate. Tutti tranne te, il Fratello Superiore, il guru illuminato della Luddism Nirvana. Ti sembra giusto?”
“Ti ho già detto che non mi ricordo di nessuna Mary Grabowski. Hai sbagliato persona, non so niente di nessuna setta!”
Con uno scatto fulmineo il sicario afferrò le falangi della mano destra di Bill e le piegò fino a che non emisero un sonoro schiocco. Bill urlò di dolore, ma l’uomo gli premette il palmo sulla bocca.
“Ti conviene schiarirti la memoria. Alla prossima bugia ti strappo tutta la mano.”
“Me ne compro una nuova, bastardo!”, sbraitò Bill dopo che il sicario gli tolse la mano dal volto.
“Già, come no. Sei così pieno di soldi da poterti permettere tutto un corpo nuovo, di vera carne, è per questo che vivi in questa merda di monolocale.”
Bill si guardò intorno, come se si fosse reso conto solo in quel momento dello schifo di posto in cui viveva e tacque.
“Di Mary ce ne sono state tante…”, iniziò, ma il sicario lo interruppe.
“A me ne interessa una in particolare, te la ricorderai sicuramente. Capelli rossi e giallo fluorescente, un bel fisico, viveva giù alla periferia sud. Spinotti AKV dietro entrambe le orecchie, ma non quella roba di lusso che hai addosso tu, il vecchio modello. Mary era povera e quei pochi soldi che guadagnava se li spendeva per farsi di Cybermeth 1.7. È proprio per quel motivo che è venuta da te per la prima volta. Non riusciva più a vivere, voleva che la facessi smettere con quella merda che le aveva quasi fritto i neuroni. E tu la accolsi a braccia aperte…”
Bill non seppe dire se furono le parole del sicario o il dolore a farlo ricordare, ma improvvisamente si ricordò di Mary. Non riuscì a visualizzare il suo viso, ma ricordò molto bene l’entrata nella setta della ragazza.
“Cosa vuoi sapere?”, chiese al sicario mentre si osservava le dita rotte.
“Voglio che mi racconti per filo e per segno ciò che ha fatto nella setta. Che cosa le avete fatto tu e quei mangiamerda dei tuoi fratelli. Voglio che mi racconti la verità, tutta quanta, senza omettere nulla. Il tuo corpo ha tante cose che posso strappare per farti parlare.”
“Va bene… come ti devo chiamare?”, gli chiese Bill. Era la paura a farlo straparlare, altrimenti quella domanda non si sarebbe spiegata.
“Puoi chiamarmi Mordred. Avanti Bill, comincia a cantare.”
Il Racconto di Bill Mulliflex, Anno 2095
La sede della Luddism Nirvana era situata in un monastero eretto nel 1901 nei pressi dell’allora centro di Detroit. Era un grande edificio di mattoni di tre piani, dotato di un tetto spiovente e un ampio giardino nel chiostro interno.
La setta, formatasi solamente tre anni prima, si era insediata nell’edificio da poco tempo, in seguito ad una grande donazione in denaro ottenuta tramite una maratona televisiva. Il Fratello Superiore Mullin, fondatore della setta, aveva colpito l’attenzione dei media e nel giro di pochi anni aveva raggiunto il successo, venendo reputato un uomo carismatico e convincente. Il dogma della Luddism Nirvana predicava l’astensione dall’utilizzo di qualsiasi tecnologia prodotta dopo il 2027, anno dello scoppio della terza guerra mondiale per il controllo degli ultimi giacimenti di petrolio, dopo il quale furono le banche e le grandi multinazionali a dirigere apertamente l’orchestra. Le nuove meraviglie hi-tech prodotte dopo quel periodo, come la NGNW (New Global Neural Web) e gli impianti cibernetici costituivano un pericolo per la salvezza dell’intelletto e dell’animo umano. Sebbene il Fratello Superiore Mullin avesse attirato l’ira di molte grandi imprese con le sue evangelizzazioni televisive, si vociferava avesse un santo protettore in qualche piano alto di una multinazionale, ragion per cui la Luddism Nirvana non aveva ancora subito sabotaggi di rilievo.
Il Fratello Superiore Mullin, il cui vero nome era Bill Mulliflex, si trovava nel suo ufficio al terzo piano dell’edificio, una stanza arredata secondo gli standard della moda del secondo decennio del ventunesimo secolo. Portava indosso solo una semplice tunica di lino bianco, immacolata come la purificazione tecnologica che egli aveva raggiunto. Sulla sua scrivania in mogano, oltre che alcune vecchie fotografie d’epoca, era posizionato un computer portatile del 2026 perfettamente funzionante, un vero pezzo d’antiquariato.
Bill stava esaminando alcuni grafici sull’andamento economico della setta dell’ultimo trimestre quando qualcuno bussò alla porta.
“Chi è? Avanti”, disse pacatamente.
Un uomo vestito con una tunica del tutto simile, ma di un grigio ceruleo, si fece avanti. Sopra la tunica portava solamente una cintura con la fondina di un vecchio revolver.
“Una nuova adepta, fratello. Ha espresso il desiderio di entrare nella setta.”
“Spero per te che questa pivella costituisca un valido motivo per disturbarmi, Seymour. Come si chiama?”
“Mary Grabowski, fratello. La faccio accomodare?”
“Sì, sì, falla entrare – rispose Bill chiudendo il portatile – ma rimani fuori dalla porta.”
Seymour uscì e dalla porta fece capolino il viso di Mary. Era una ragazza di media altezza, con capelli tenuti legati in diverse trecce di colore rosso fuoco e giallo fluorescente. Tra i capelli, come ornamento, portava diversi tubi colorati in plastica, che si mischiavano alle trecce dando l’impressione che la sua cute fosse molto più folta di quello che in realtà era. Aveva vestiti aderenti color blu elettrico, una nanotuta integrale in fibra di carbonio che rallentava l’invecchiamento della pelle e metteva in mostra le forme minute ma provocanti del suo corpo.
Non appena la vide, Bill le sorrise con dolcezza.
“Fatti avanti, Mary. Non essere intimorita.”
Lei si fece avanti mantenendo lo sguardo basso. Aveva un’espressione triste e stanca, sebbene gli occhi si muovessero come impazziti nelle orbite, segno di una qualche alterazione neurale.
Bill si alzò e le andò incontro, stringendole la mano guantata.
“Piacere di conoscerti, sono il Fratello Superiore Mullin. Accomodati, non farti pregare. Desideri qualcosa da bere?”
Mullin la accompagnò fino ad una comoda poltrona posizionata davanti alla scrivania tenendole una mano sulla schiena.
“Si, grazie”, disse lei quasi sussurrando.
“Vuoi del caffè, del tè? Ho un ottimo whiskey del 2018, è delizioso. Ne gradisci?”
“Sì, signor Mullin. Cioè, no, anche del caffè andrà benissimo, grazie.”
“Non chiamarmi signor Mullin, chiamami semplicemente fratello. Sei venuta qui per chiedere il mio aiuto, ma non sentirti obbligata a trattarmi come se fossi il tuo capo. Parla pure liberamente.”
Mary annuì e attese che Bill le servisse il caffè. L’uomo preparò tutto con una macchinetta d’epoca, utilizzando una mistura di caffè che non contenesse chicchi sintetici. Servì la tazza alla ragazza, che la strinse con entrambe le mani e ne bevve avidamente un sorso, poi andò a sedersi alla sua poltrona dall’altro lato della scrivania.
“So che hai espresso il desiderio di entrare nella setta, Mary, e non posso che esserne felice. Ma io devo sapere se c’è qualcosa che ti turba, qual è il desiderio che ti spinge ad abbandonare questo mondo. Parlami francamente, non ho intenzione di giudicarti, ma solamente di porgerti una mano amichevole”, disse Bill con voce melliflua.
Mary alzò lo sguardo, lo osservò dritto negli occhi e Bill poté osservare meglio i suoi: un verde così brillante che poteva essere stato ottenuto solo con la chirurgia oculare, e talmente nervosi che la ragazza sembrava essere impazzita.
“Sono una drogata”, disse lei con un tono di voce duro.
“Mi dispiace, Mary. Sono molti i giovani che al giorno d’oggi hanno problemi con la droga. Là fuori il mondo è impazzito e sono tanti quelli che, non avendo il coraggio di fare nulla per cambiare, si perdono d’animo. Ma tu, Mary, hai fatto il primo passo venendo qui e so che è stato quello più difficile. Rispondimi di nuovo sinceramente, di quale droga fai uso?”
“Cybermeth, versione 1.7. Vaffanculo, tra tutte le droghe che c’erano dovevo beccarmi pure quella buggata.”
“Non sono molto informato sulle nuove droghe, dovrai parlarmene. Di cosa si tratta, una nuova anfetamina sintetica?”
“Più o meno, ma è completamente diversa. È un drug-software. Gli spacciatori vendono dei piccoli banchi di memoria che possono essere collegati ad una porta AKV neurale – disse Mary, spostando una ciocca di capelli per mettere in mostra la presa innestata dietro l’orecchio destro – quando ciò avviene, la porta scarica il software e lo fa partire direttamente nel cervello, mandandoti in corto circuito i neuroni. Il programma gira per circa un’ora e fa lo stesso effetto di un trip di acido. All’inizio sembrava essere una roba buona. Causa dipendenza come le altre droghe, ma non essendo polvere o roba da ingerire non ti fotte polmoni e fegato. Poi si è scoperto che le porte AKV non reggono bene il programma e alla lunga questo ti ammazza i neuroni. È quello che mi sta succedendo, i miei occhi non sono sempre stati… così.”
“È terribile ciò che questo mondo può fare ai giovani. Va bene Mary, voglio aiutarti – disse Bill aprendo le braccia in un gesto comprensivo – ma dovrai essere tu a fare i primi passi. La Luddism Nirvana predica l’astensione da ogni forma di tecnologia moderna. Non voglio mentirti, non sarà facile, ormai niente viene più prodotto allo stesso modo di quasi settant’anni fa. Non le automobili, non il cibo e nemmeno… i vestiti.”
Bill indicò con un gesto esplicativo la nanotuta in carbonio di Mary, che abbassò lo sguardo in silenzio.
“La setta ti aiuterà a gestire le tue necessità, ma il primo passo dovrai farlo tu sbarazzandoti da ogni forma di tecnologia che porti con te.”
“Devo… devo spogliarmi?”, chiese Mary con tono intimorito.
“Non ti chiederei mai di farlo davanti a me, ma dovrai comunque farlo. Ti verranno forniti degli abiti consoni e finché rimarrai tra queste mura dovrai indossare la tunica, come noi. Più questa è di colore chiaro, più indica un alto raggiungimento spirituale negli ideali del nostro credo. Quella sarà la prima operazione. La seconda sarà la rimozione dei tuoi innesti. So che simili operazioni costano, ma la Luddism Nirvana possiede una sala ambulatoria servita da esperti cybermedici. Rimuovere quegli spinotti AKV per sempre sarà la miglior cura possibile alla tua dipendenza. Possiedi altri innesti?”
“No, fratello… non me li sono mai potuti permettere.”
“Credo che questo sia un bene. Ora vai pure, una sorella dell’ordine ti scorterà fino ad camerino dove potrai cambiarti. Ci rivedremo molto presto”, disse Bill alzandosi dalla poltrona e porgendo amichevolmente la mano a Mary. La ragazza la strinse, si alzò e uscì dalla stanza.
Seymour fece la sua ricomparsa dopo alcuni minuti.
“È di tuo gusto, Fratello Superiore?”
“È perfetta – rispose lui leccandosi le labbra – trattatela bene fino a che non sarà pronta.”
Erano passati quasi tre mesi da quando Bill aveva visto Mary per la prima volta. Il Fratello Superiore della Luddism Nirvana si trovava al di là di un vetro a specchio, intento a scrutare sulla sala operatoria situata nei sotterranei del vecchio monastero. Era un luogo ampio e dall’aspetto asettico, dotato di un tavolo operatorio d’acciaio e alcuni macchinari computerizzati per la rimozione di impianti, l’unica tecnologia post-2027 che la setta approvava. Un cybermedico esterno alla setta e alcuni infermieri stavano allestendo la sala per l’operazione di rimozione di impianti neurali AKV che Mary Grabowski avrebbe dovuto affrontare.
Bill rimase in attesa per qualche minuto, dopodiché Mary venne portata nella sala su di una barella spinta da un infermiere. La ragazza indossava solamente una veste medica verde scuro e aveva rimosso tutti i tubi di plastica colorata dai capelli, che ricadevano sul lettino in una tonalità bicromatica abbagliante. Dietro le orecchie, dove si trovavano i due spinotti, era stata rasata. Era sveglia e i suoi occhi impazziti scrutavano di qua e di là.
Il cybermedico, che calzava un abito di plastica asettica bianco, si avvicinò alla ragazza.
“Mary Grabowski, dico bene? – chiese, retorico – stai per subire un operazione al cervello. Dovrò agire direttamente sul tuo sistema nervoso per rimuovere gli spinotti, ragion per cui non potrò usare l’anestesia per troppo tempo, il tuo corpo potrebbe subire un collasso. Collegherò al tuo cervello un programma che ti indurrà in uno stato di falso coma. Non sentirai e non vedrai niente, ma il tuo corpo manterrà le stesse funzioni che mantiene abitualmente durante la veglia. Dovrai solamente stare calma, intesi?”
“Ho capito dottore”, rispose lei.
Collegarono un cavo allo spinotto destro di Mary e uno degli infermieri maneggiò per qualche istante con un computer. Quasi subito il corpo della ragazza si paralizzò e le pupille, che fino ad allora erano state in perenne movimento, si fermarono.
Bill entrò nella sala operatoria con un’espressione sorridente.
“Tutto a posto, dottore?”
“La paziente è sveglia, ma il suo sistema nervoso è paralizzato. Non può ricevere sensazioni esterne, né muoversi”, comunicò il dottore.
“Molto bene dottore. Potrete svolgere l’operazione non appena avrò finito con la mia adepta. Andate pure, vi farò chiamare io.”
Il dottore e i suoi collaboratori annuirono e, come da accordi, lasciarono la sala.
Bill estrasse una ricetrasmittente dalla tasca e la accese.
“Seymour, puoi scendere. Porta i novizi che hai radunato.”
Il Fratello Superiore si avvicinò al volto di Mary e iniziò a carezzarlo languidamente, poi si chinò e le baciò le labbra calde e immobili.
La porta della sala operatoria si aprì e il fratello Seymour, accompagnato da altri cinque fratelli dalle tuniche nere, fece il loro ingresso nella sala.
“Lieto di avervi qui – disse Bill voltandosi verso di loro, sorridendo come sempre – oggi avrete la possibilità di passare ad un rango superiore della setta, di trascendere il metallo e l’elettricità per dedicarvi unicamente alla carne e alla mente. L’unica cosa che dovrete fare è comprendere con i vostri stessi occhi cosa la tecnologia è capace di fare alla mente umana. Essa ci rende burattini e schiavi, incapaci di eseguire i nostri voleri. Schiavi del sistema, servi di qualcosa di materiale, incapaci di seguire i nostri istinti, le nostre voglie e le nostre paure. Osservate questa donna corrotta!”
Bill strappò con violenza la veste medica a Mary, lasciandola completamente nuda sul tavolo operatorio.
“Fratello Seymour, ti prego, mostraci come è in grado di corromperci la tecnologia.”
Seymour si accomodò al computer collegato al cervello di Mary e iniziò a digitare sulla tastiera. Dopo pochi istanti Mary si alzò e si mise a sedere sul tavolo. I suoi occhi erano ancora immobili, il suo sistema nervoso sotto il completo controllo del fratello in grigio ceruleo. I novizi in abito nero osservarono la scena con sguardo voglioso.
“Sono una puttana drogata – disse Mary con voce atona – farei di tutto per potermi fare ancora una volta. Qualsiasi cosa possa fare per guadagnare un po’ di soldi, la farò.”
“Qualsiasi cosa, avete sentito? Questa donna farebbe qualsiasi cosa per potersi fare con la sua merda software uploadata direttamente nel cervello! Venderesti il tuo corpo, donna? Lo faresti?”
Seymour digitò altri comandi sulla tastiera e Mary rispose.
“Sì, lo farei.”
“Hai qui davanti cinque giovani aitanti, Mary – le disse Bill aiutandola a tirarsi in piedi – oggi mi sento generoso, pagherò io tutte le prestazioni che ti chiederanno. Così potrai comprarti tutta la roba che vorrai. Come si dice, Mary?”
“Grazie, padrone”, rispose lei.
Seymour digitò altri comandi sulla tastiera, facendo partire alcuni programmi. Mary si diresse con aria lasciva verso i cinque novizi, lo sguardo immobile davanti a sé.
“Fatemi tutto ciò che volete”, disse.
“Purificate questa puttana tecnologica con la vostra filosofia immacolata e ascenderete ad un nuovo livello del nostro Nirvana!”, esclamò Bill.
I cinque adepti iniziarono a toccarla. Il Fratello Superiore osservò tutto, senza perdersi il minimo dettaglio.
Quando fratello Seymour e i cinque novizi, ora ascesi alla tunica color grigio scuro, se ne furono andati, Bill aiutò il corpo inerte di Mary a indossare l’abito medico e chiamò il dottore e i suoi assistenti con la ricetrasmittente. Gli esperti di cyberimpianti si misero al lavoro senza fare domande, abituati e ben pagati per tacere su qualsiasi cosa fosse successa lì dentro ed ignorare i lividi della ragazza. Bill rimase nella sala operatoria per tutta l’operazione, ad osservare la dolce Mary e il suo grande passo verso una nuova vita immacolata. Quando fu il momento di rimuovere lo spinotto di destra, il dottore somministrò a Mary una piccola dose di sedativo e si affrettò a completare l’operazione prima che il sistema nervoso collassasse.
Furono necessarie alcune ore, ma tutto andò a buon fine.
“È andato tutto bene?”, chiese Bill.
“L’operazione è riuscita perfettamente – rispose il dottore asciugandosi le mani – la paziente è in ottima forma.”
“Entro quanto sarà sveglia?”
“Un paio d’ore, ed entro dopodomani potrà già muoversi dal letto. L’operazione non è stata particolarmente invasiva. Ma come ben sa, lavori del genere sono parecchio costosi.”
“Mary oggi ha guadagnato… molto denaro. Potrà pagare l’operazione, non dovrete preoccuparvi. Riaccompagnatela alla sua stanza”.
Detroit, Anno 2097, Due
“E poi?”, chiese Mordred.
“E poi niente – disse Bill, tenendosi la mano dolorante – è stata l’ultima volta che l’ho vista. Mi fu riferito che appena gli effetti del sedativo cessarono, si svegliò e iniziò ad urlare. Ha dato fuori di matto, ha quasi squarciato la gola ad un’infermiera con un bisturi ed è fuggita dal monastero. Non ho mai saputo che fine abbia fatto.”
“Poi, qualche mese dopo, alcuni agenti di polizia si sono infiltrati nella vostra setta e hanno scoperto che non eravate altro che una fottuta gang di stupratori. Sono finiti tutti in galera, gli adepti, fratello Seymour, i cybermedici che coprivano le vostre fantasie sessuali… tutti tranne te. Comodo avere uno zio all’interno della MBE, vero? Sono pronto a scommettere che è lo stesso che ha fatto così tante donazioni alla Nirvana Luddism e che ti ha dato questo lavoro dopo averti fatto cambiare leggermente l’aspetto grazie ad un po’ di chirurgia. Quando si dice che la famiglia è sacra…”
“Ti ho raccontato tutto quello che sapevo, non ho mai più rivisto quella Mary Grabowski! Cos’altro vuoi da me?”, urlò Bill in preda alla disperazione.
“Sei stato un buon narratore, ma ora voglio che tu sia un ascoltatore. Voglio raccontarti la storia di Mary, ciò che le successe dopo quella notte. Non richiederà molto se tu sarai silenzioso e attento.”
Bill rimase in silenzio e cercò di mettersi in posizione più comoda su ciò che rimaneva del suo televisore, ma le braccia d’acciaio di Mordred lo inchiodarono nuovamente al suolo facendogli lanciare un urlo di dolore.
“Sai qual è il vero problema della Cybermeth 1.7? Oltre a fotterti i neuroni, certo. Quella roba è talmente buggata che manda a puttane anche i contatti degli AKV neurali. Quelli di Mary, per esempio. Funzionavano ancora, ma ogni tanto avevano qualche problema ad accettare nuovi programmi. Il software di blocco neurale che le è stato uploadato poco prima dell’operazione funzionò solamente a metà: fece di Mary un burattino controllato da un computer, ma non le bloccò la percezione del mondo esterno. Quella ragazza ha visto e sentito tutto quanto e al momento del suo risveglio… se lo ricordava bene.”
“Oh, cazzo”, disse sottovoce Bill. Mordred gli tirò un calcio nelle palle e il dolore fu tale che l’uomo non riuscì nemmeno ad urlare. Dalla forza con cui gliel’aveva tirato, doveva avere degli innesti di potenziamento anche negli arti inferiori.
“Proprio quello. Ora ascoltami, figlio di puttana. Non ci metterò molto.”
Il Racconto di Mordred, Anno 2095
Durante quella notte d’autunno, a Detroit pioveva. La pioggia era gelida e appiccicosa, per nulla in grado di lavare via il tanfo che si propagava dalla spazzatura marcescente e dai rifiuti metallici abbandonati per strada.
Mary, impazzita dalla paura e dal dolore, era riuscita a correre fino all’unico luogo che aveva mai chiamato casa: il Loomy Device & Hardware, un negozio di innesti usati e, in generale, “pezzi di ricambio” dove fino a pochi mesi prima lavorava come commessa. Il proprietario, il vecchio Jackson Colt, era stato per lei come un padre adottivo.
Mary non aveva famiglia, non l’aveva più avuta da quando i suoi genitori erano stati uccisi durante una guerra tra le bande dello sprawl a causa di alcune pallottole vaganti. All’epoca lavorava già al negozio di Jackson e quando aveva comunicato la terribile notizia all’uomo, il burbero cinquantenne dalla barba bianca le aveva offerto di trasferirsi lì a tempo indeterminato. Non si sarebbe mai aspettata una gentilezza simile da parte sua, ma Mary sapeva che, sotto sotto, il vecchio Colt era un uomo di buon cuore, anche se la vita era stata dura con lui, portandogli via due figli e il braccio sinistro, sostituito da un vecchio braccio cibernetico multifunzioni, un arnese sferragliante che causava più problemi di quanti ne risolvesse.
Poi Mary aveva iniziato a frequentare le compagnie sbagliate e a fare uso di droghe, una storia semplice e sentita più e più volte, che può capitare a chiunque. Non aveva mai rivelato la cosa a Jackson, che però aveva subito notato i tic nervosi agli occhi dovuti all’abuso di drug-software. Temendo la sua reazioni, Mary era scappata per rivolgersi alla Luddism Nirvana e da allora non aveva più rivisto il vecchio burbero, ragion per cui l’uomo rimase molto sorpreso quando aprì la porta e la ragazza disperata gli si scagliò contro.
“Mary, che ti è successo? Dove sei stata! Entra, sei tutta bagnata… merda, vieni al caldo, qua fuori si gela!”, disse l’uomo portandola all’interno del negozio, una stanza angusta piena di pezzi di ricambio e parti di impianti cibernetici ammassati disordinatamente sopra decine e decine di scaffali.
Jackson le portò un asciugamano e una coperta, oltre che un tè sintetico caldo. La ragazza pareva essersi calmata, ma da quando era entrata non aveva ancora pronunciato una parola. Il vecchio le si sedette di fronte e le strinse le piccole mani con la sua unica mano di carne.
“Sei gelida. Mary, ero in pena per te. Ho creduto che fossi morta. Cosa ti è successo, perché hai indosso questo abito da paziente di ospedale?”
“Sono stata… presa”, rispose lei, le pupille impazzite che non smettevano un attimo di vibrare.
“Sono stati i trafficanti di organi? La yakuza? Dimmi chi ti ha fatto del male.”
Mary gli raccontò tutto, fino all’ultimo dettaglio. Della sua dipendenza, della setta, dello stupro subito. Poi scoppiò di nuovo a piangere e Jackson la strinse tra le braccia. Per quanto il braccio cibernetico dell’uomo fosse di gelido metallo, Mary provò una sensazione di calore.
Mary stava guardando alla televisione un servizio del TG di Detroit che informava che gli adepti della Luddism Nirvana erano stati condannati al carcere con l’accusa di rapimento, circonduzione d’incapaci e stupro di gruppo. Erano passati alcuni mesi da quella notte e Mary si era rimessa fisicamente, ma non mentalmente.
“È finita, Mary. Quello più fortunato si è beccato trent’anni di galera”, disse Jackson, intento a sistemare alcune scatole sugli scaffali.
“Quello più fortunato. Quello col culo più parato è fuori e non si farà nemmeno un’ora di carcere. Fratello Superiore Mullin.”
“Le accuse su di lui sono cadute. È finita.”
“Non è finita! – esclamò Mary scattando in piedi – deve pagare per quello che ha fatto a me e a decine, centinaia di altre ragazze come me! Hai sentito? I poliziotti infiltrati hanno assistito a sedici stupri! Sedici stupri in tre mesi! Quella setta esiste da quasi quattro anni, fatti due conti Jackson! Quell’animale deve morire per quello che ha fatto… e io, come una cretina, mi sono fidata di uno sconosciuto…”
Mary si mise le mani tra i capelli, sull’orlo del pianto. Jackson le andò vicino, mettendole una mano sulla spalla.
“Cosa vorresti fare, Mary? Dimmelo e ti aiuterò, se è in mio potere. Odio anch’io quell’uomo per quello che ti ha fatto.”
“Assoldiamo un sicario”, disse lei con voce atona.
“Costa troppo. Non potremmo mai permettercelo.”
“Allora inventiamocelo”, rispose Mary. Per un istante, Jackson credette di aver capito male.
“Che stai dicendo?”
“Questo negozio è pieno di roba. Vecchi innesti di potenziamento, pezzi di armi da fuoco. Dobbiamo solamente trovare qualcuno che mi attacchi addosso tutta questa roba senza chiedere troppi soldi. Poi a quell’uomo ci penso io.”
Jackson rimase pensieroso per qualche istante, stringendo la spalla di Mary.
“Sarà pericoloso. Credi che sia un giusto prezzo per questa vendetta?”
“Sì”, rispose decisa lei.
Jackson aveva tra i suoi amici Wally Dawson, un tecnomedico a cui avevano revocato la licenza, un poco di buono che sbarcava il lunario estraendo proiettili dal corpo dei membri delle gang di strada e impiantava hardware illegale. Chiedeva poco per compiere un operazione, purché gli impianti fossero a carico del paziente. Per Jackson non fu un problema recuperare nel suo magazzino tutto il necessario.
Mary si trovava sul tavolo operatorio. La sensazione del piano di metallo gelido le trasmise sensazioni orribili, ma questa volta c’era Jackson con lei.
“Posso iniziare?”, chiese il medico.
“Un momento – rispose Jackson – Mary, sei perfettamente sicura? Questi impianti sono vecchi, c’è la possibilità che l’operazione non vada a buon fine.”
“Non mi interessa. Devo farlo. Proceda pure, dottor Dawson.”
Wally le mise una maschera di gomma e aprì la bombola del gas anestetizzante.
“Se dovessi rimanere sotto i ferri, Jackson – disse Mary mentre cominciava a inalare il gas – trova qualcun altro che elimini quel pezzo di merda.”
“Va bene, Mary. Ho preso contatto con un sicario, dovessi cambiare idea, anche se non sarà facile trovare i soldi. Si chiama Mor…”
Mary non sentì finire la frase, perché il gas fece effetto e si addormentò.
La ragazza non si svegliò più.
Detroit, Anno 2097, Tre
“E così la ragazza ci è rimasta e tu sei stato mandato a fare il lavoro sporco al posto suo? Che figlio di puttana – esclamò Bill – che cazzo di bisogno c’era di farmi ricordare tutta questa storia? Tanto stai per farmi un buco in fronte, giusto?”
L’ex-Fratello Superiore sputò ai piedi di Mordred, che gli rifilò un altro calcio nello stomaco.
“Dovevo fartelo ricordare, bastardo. Non sarebbe stata una vendetta vera, goduriosa, piacevole, se non l’avessi fatto.”
“Che cazzo te ne frega a te della vendetta? – gemette Bill - tu sei pagato per fare questo lavoro. Anche non ci fosse stata di mezzo la vendetta l’avresti fatto lo stesso, ti saresti intascato i tuoi soldi e avresti eseguito senza fiatare. So come ragionate voi sicari del cazzo.”
“Non sono un sicario comune, Fratello Superiore Mullin.”
“Piantala di chiamarmi così! Il Fratello Superiore Mullin è morto, non esiste più!”
“Così come è morta Mary”, gli disse Mordred, e si tolse il visore notturno.
“Oh cazzo”, esclamò Bill, spaventato come non mai.
“No, stavolta hai sbagliato”, rispose Mordred osservandolo con i suoi tremolanti occhi verdi.
“Tu sei… lei?”, chiese lui.
“No, Mary è morta quella notte, quando il gas anestetizzante ha fatto effetto. È stato Mordred a risvegliarsi. Sebbene avessi ancora un corpo inadatto, con gli innesti appena effettuati ho svolto un paio di lavori sporchi, ho guadagnato dei soldi e mi sono potuto permettere… tutto questo – disse Mordred indicandosi il corpo con un plateale gesto delle mani – hai idea di quanto costi una plastica facciale? Credo di sì, a giudicare dal tuo bel faccino rifatto.Però ti assicuro che tutto il resto, la cura di testosterone, la rimozione dei seni, per non parlare dell’innesto di un cazzo sintetico perfettamente funzionante… è roba costosa. Per questo ci ho messo così tanto a raggiungerti. Ho voluto mantenere gli occhi di Mary… perché tu potessi guardarli nel momento in cui ti ammazzerò.”
“Cazzo, cazzo – disse Bill buttandosi ai piedi di Mordred – ti prego, perdonami, non era mia intenzione…”
“Ne avevi tutte le intenzioni, verme schifoso. Ma cos’hai lì? – chiese Mordred indicando lo spinotto AKV innestato dietro l’orecchio destro di Bill – il Fratello Superiore Mullin con degli innesti cibernetici? Questo non viola il dogma della tua setta?”
Bill piagnucolò qualcosa di incomprensibile osservando il pavimento.
“Ma devo renderti atto di una cosa, Bill. Avevi ragione, dalla notte in cui la facesti stuprare, Mary non si è più drogata.”
Mordred estrasse da una tasca della tuta un sottile banco di memoria rosso con una presa AKV.
“Ricordi quando ti parlò della Cybermeth 1.7? Ne ho in abbondanza qui con me e ho tutta la notte e tutti i giorni a venire per farti provare i suoi effetti. Questa roba impiega un po’ a mandarti in pappa il cervello, specie da quando hanno messo in commercio le nuove AKV. Causano meno bug di sistema, sei fortunato. Forse morirai di sete prima che ti collassino i neuroni.”
L'Alchimista dei Mondi
L’Uomo agitò le mani insanguinate tentando di scacciare i mulinelli di nebbia multicolore che gli vorticavano intorno. Da quella densa coltre provenivano scintillii rosa confetto, verde veleno, giallo sabbia e blu notte. Il sangue sgocciolava dalle profonde ferite che gli percorrevano le braccia, simili a osceni tatuaggi tribali.
“Questa è la morte?”, bisbigliò l’Uomo.
Ma non lo era. Il dolore alle braccia lo tormentava, segno che una scintilla di vita ancora possedeva il suo corpo. Ma non vedeva più una strada, non sapeva dove andare. Aveva perduto tutto.
Aveva perduto lei.
La nebbia scintillante iniziò a vorticare più velocemente mentre arrancava sulle gambe malferme. Quell’odore, un misto di zucchero e di zolfo, era l’unica cosa che il suo naso percepiva da un tempo che gli sembrava immemore. Aveva fame, e allo stesso tempo sentiva che il suo stomaco avrebbe rifiutato qualsiasi cibo ingerito.
Aveva bisogno di trovare la via.
Il silenzio tombale venne interrotto da una musica triste che proveniva da lontano. Era il suono di uno strumento a fiato, acuto e vibrante, lo stesso suono che l’Uomo pensava potesse produrre il lamento notturno dei fantasmi.
Qualcuno stava suonando una cornamusa.
L’Uomo raccolse i pochi residui di forza che gli rimanevano e avanzò verso quel suono che avrebbe significato salvezza o morte. Poco gli importava, quale fosse delle due: sarebbe stata comunque una significativa variante all’inedia.
Le nebbie multicolori si ritirarono all’improvviso, lasciando posto al grigiore di una ben più comune nebbia. Davanti a lui si trovava un’imponente scalinata di pietra che portava all’ingresso di un palazzo antico e imponente. Le massicce porte di legno erano spalancate e l’ingresso era ingombro di calcinacci.
L’Uomo salì per qualche gradino, poi il suo sguardo cadde su una placca bronzea posta sul muro di fianco alla porta. “BIBLIOTECA” era l’unica parola leggibile. Guardò dietro di sé, intorno a sé, e non vide nulla eccetto una nera oscurità nebbiosa, un vuoto astrale che separava quel luogo dal resto dei mondi. Il suono della cornamusa proveniva dall’alto, sopra il tetto dell’imponente edificio.
Gli vennero le vertigini e fece appena in tempo a portare le mani davanti a sé, poi vide i gradini della biblioteca che si avvicinavano sempre di più alla sua faccia. Questa volta, fu l’oscurità della sua mente ad avvolgerlo.
Al suo risveglio, tutto era molto più chiaro. Si sentiva dolorante e aveva una forte nausea, ma il dolore alle braccia era completamente passato. Era debole, ma per nulla confuso, e vedeva tutto in maniera nitida.
Si trovava sul tetto della biblioteca, un edificio a quattro piani costruito interamente in pietra grigia. Era un luogo piatto e ampio, dal pavimento polveroso e ingombro di librerie piene di tomi antichi.
Che ci fanno dei libri qui, sul tetto?, si chiese, ma un formicolio alla mano sinistra gli fece abbassare lo sguardo verso il suo corpo.
I numerosi tagli sulle braccia erano stati ricuciti con filo nero da una mano esperta e per quanto non ancora completamente rimarginati, non gli facevano male. Quando però vide che la mano sinistra era assente, amputata poco sopra il polso e la ferita era stata cauterizzata e ricucita dallo stesso filo nero, il suo stomaco si contrasse ed ebbe un paio di conati di vomito.
“Ti sei svegliato. Cominciavo a temere che non l’avresti più fatto”, disse una voce bofonchiante e metallica.
L’Uomo alzò lo sguardo e vide spuntare dagli scaffali una figura avvolta in un mantello fatto di stracci multicolori con il volto protetto da una maschera antigas di gomma e acciaio. Alla bocchetta per l’aria era attaccato un corto tubo che pendeva oscillando davanti alla figura. L’Uomo riuscì a distinguere il profilo di un’arma da fuoco stretto tra le mani della figura, un vecchio fucile a canne mozze.
“Chi sei?”, bisbigliò l’Uomo dopo aver preso un ampio respiro.
“Quello che ha fatto sì che perdessi solamente una mano e non tutte e due le braccia, o forse la vita. Ho fatto tutto il possibile, ma la cancrena ti aveva già preso. Ho dovuto tagliare o saresti crepato su questo tetto nel giro di qualche giorno.”
Per il momento, l’Uomo prese per buona quella risposta e cercò di tirarsi a sedere, ma chiese troppo al suo corpo e dopo un solo tentativo ricadde supino nel suo giaciglio.
“Non mangi da giorni e le tue ferite sono ancora aperte. Ti ho imbottito di antidolorifici, per quello non senti niente. Ma li ho quasi finiti, non posso più dartene, goditi queste ultime ore di pace perché poi comincerai ad urlare.”
“Perché mi hai aiutato?”, chiese l’Uomo. Nessuno l’avrebbe fatto, non da quando il loro mondo si era scontrato con gli altri. Era più facile uccidere un uomo inerme che aiutarlo, più facile rubargli le provviste che offrirgli delle medicine per farlo guarire più in fretta.
“Sei arrivato da là fuori, il mio esperimento ha funzionato. Devo chiederti come, devo capire come funzionano adesso le cose. Devo riuscire a scoprire l’alchimia di queste realtà.”
“Ma io…”, iniziò l’Uomo, ma l’oscurità si impadronì nuovamente della sua mente, trasportandolo in un luogo tenebroso che aveva gli occhi di lei.
Trascorse molto tempo prima che l’Uomo riuscisse a rimettersi in piedi e che le ferite alle braccia si rimarginassero del tutto. Il ciclo di notte e giorno era stato alterato dopo l’esperimento, così non riuscì a fare una stima precisa del periodo in cui l’uomo mascherato si prese cura di lui, fornendogli cibo, riparo e cure mediche, ma era stato senz’altro parecchio tempo.
Dopo le parole che gli aveva rivolto durante il suo primo risveglio, quell’individuo aveva parlato molto poco. Non aveva ritenuto opportuno rivelargli il suo nome, chiedendogli di rivolgersi a lui come Alchimista, così nemmeno l’Uomo l’aveva fatto.
La biblioteca si trovava su una piccola isola di cemento che galleggiava nel vuoto, intrappolata chissà come nelle fenditure tra i mondi conosciuti. L’Uomo non riusciva a spiegarsi come fosse arrivato lì, né perché il misterioso Alchimista ne avesse fatto la sua dimora. Ogni tanto, qualche stella sfrecciava nell’oscurità e un pallido sole di colori cangianti faceva capolino dalla nebbia grigiastra, ma erano sicuramente casi fortuiti. Ad eccezione di loro due e di centinaia e centinaia di anni di conoscenze perdute, in quel luogo non c’era nient’altro.
L’Uomo controllava spesso la mutilazione al braccio sinistro, pensando che d’ora in poi avrebbe dovuto cavarsela con una mano in meno e chiedendosi se l’Alchimista avesse effettivamente fatto tutto il possibile per lui. Non si toglieva mai la maschera antigas, non si cambiava mai i vestiti, non mangiava mai. Eppure era sicuro che sotto quella moltitudine di stracci colorati ci fosse un uomo come lui, era una sensazione che percepiva a pelle. Forse era stato sfigurato e si vergognava di mostrare il suo volto, oppure quell’assurda maschera metallica lo manteneva in vita.
I dubbi su cosa cercasse e perché fosse lì, quale fosse il suo obiettivo, continuavano a tormentarlo, ma ogni volta che gli rivolgeva domande sentiva rispondersi che le risposte sarebbero arrivate quando fosse guarito del tutto.
Un giorno l’Uomo si alzò dal letto e si mise a cercarlo tra le centinaia e centinaia di scaffali che stavano su quel tetto, un vero e proprio labirinto di legno e carta. Lo trovò seduto su uno sgabello, circondato da pile di libri, intento a sfogliare le pagine di un vecchio tomo rovinato e dal titolo illeggibile.
“Sono guarito, ora possiamo parlare”, gli disse.
“Lo credo anch’io”, rispose l’Alchimista. Chiuse il tomo con un tonfo e con una mossa elegante e atletica si alzò in piedi. L’Uomo si accorse che aveva poggiato la mano sull’impugnatura del rugginoso fucile che portava sempre con sé.
“Voglio sapere chi sei e perché mi hai salvato la vita”, gli disse.
“L’erba voglio cresce solo per me su questo tetto – gli rispose lui con voce rauca – attento, perché il mio amico qui potrebbe invalidare tutte l’assistenza medica che ti ho gentilmente concesso”. L’Alchimista batté la mano sul fucile con aria esplicativa.
“Mi hai salvato e ora vuoi uccidermi? Bastardo!”
“Niente di tutto questo, ma ora sei di nuovo in piedi e io non ti conosco. Non so chi sei, da dove vieni, perché hai risposto al mio richiamo. Così preferisco premunirmi. Ti farò delle domande e vorrò delle risposte. Se mi avranno soddisfatto allora potrai rivolgermi tutte le domande che desideri.”
“Sta bene”, acconsentì l’Uomo, sapendo di non avere altra scelta.
“Bene, dunque, da dove cominciare? Oh, sì, voglio sapere dove ti trovavi prima di arrivare alla biblioteca. Dove ti sei fatto tutte quelle ferite. Come sei arrivato qui.”
Gli occhi di lei gli tornarono in mente, come una ferita dolorosa che gli lacerava il cuore. Quell’uomo doveva essere un pazzo, uno psicopatico disturbato, e forse sarebbe stato meglio accontentarlo. L’Alchimista batté di nuovo la mano sul fucile e l’Uomo cominciò a raccontare.
“Mi trovavo in un bosco, al di là di questa nebbia, al di là del vuoto. Non so dove era, ma tutto era strano, folle, meccanico. Un incubo partorito da un visionario Gli alberi, alti e verdeggianti, avevano tronchi fatti di ferro rugginoso e foglie d’acciaio verde taglienti come rasoi. Il terreno era polvere di plastica rossa, il vicino ruscello un fiume di mercurio liquido… eravamo io e lei, che mi accompagnava dall’inizio di tutto questo, da quando l’esperimento è stato svolto. Non c’era cibo, eravamo affamati, ma dormivamo, felici di aver trovato un luogo forse freddo e inospitale, ma se non altro sicuro. Non c’erano nebbie vorticanti in quel bosco sintetico, nessun cazzo di mostro pronto a dilaniarti.”
“In quel luogo le creature ci sono eccome”, lo interruppe l’Alchimista.
“Sì, è così. Sono spuntati durante il sonno, bastardi lupi dagli occhi di un rosso luminoso come dei laser accesi, una pelliccia dura di fitti aghi d’acciaio, zanne più simili a coltelli… ci hanno attaccato, me l’hanno portata via. Io ho cercato di prenderla, ma era troppo tardi, di lei rimanevano solo brandelli di carne e sangue. Sono scappato, ma un lupo aveva artigli rugginosi e mi è saltato addosso. Mi ha ferito le braccia, forse mi sono preso il tetano, chi lo sa… sono fuggito nella nebbia e mi sono trovato in un luogo pieno di ombre e colori e lì ho vagato per molto, molto tempo. Non so nemmeno quanto, ma è stato di sicuro lungo. Giorni, settimane, chi può dirlo? Fino a che non ho sentito la cornamusa… e sono arrivato qui. Eri tu, vero? Eri tu a suonarla?”
“Io, sì. Hai sentito il suo suono nella nebbia? Ne sei perfettamente sicuro?”, chiese l’Alchimista avanzando verso di lui, protendendo le braccia colme di eccitazione.
“Chiaro come quel cazzo di sole che ora non c’è più.”
“Ha funzionato! Ha funzionato! L’alchimia funziona ancora!”, urlò l’uomo in preda alla gioia. Iniziò a saltellare per il tetto come un pazzo e facendo sbatacchiare di qua e di là il tubo collegato alla maschera antigas. Intere pile di libri caddero travolte dal suo corpo.
“Spiegami cosa succede! Voglio che tu mi risponda, come diavolo hai fatto? Nessuno può controllare i mondi!”
“Io posso!”, disse l’Alchimista colmo di orgoglio. Si guardò intorno e si grattò la testa coperta dalla gomma come se fosse imbarazzato per la perdita di controllo che aveva appena subito. Raccolse alcuni libri e li sistemò accanto ad uno scaffale dall’aspetto malconcio.
L’Uomo incrocio le braccia, attendendo spiegazioni più dettagliate.
“Quanto ne sai dell’esperimento?”, chiese l’Alchimista con tono di voce basso e profondo.
“Abbastanza. Un folle tentativo di mischiare la scienza con la magia rituale e alcuni concetti filosofici e religiosi. So che hanno chiamato i più grandi scienziati e occultisti di tutto il mondo per creare quel fottuto congegno, il cubo.”
“Nanaeel Caosgi, “il mio potere sulla terra” nella lingua Enochiana. Un cubo d’acciaio con lato di п metri, con tutte le facce completamente istoriate con formule fisiche e matematiche, preghiere, immagini sacre e formule rituali provenienti dai grimori degli stregoni di tutti i tempi, un oggetto che se attivato avrebbe potuto congiungere il nostro universo con gli altri. Il più grande progetto della storia umana e al tempo stesso il suo più grande fallimento.”
“Gli universi non sono fatti per sovrapporsi e questo è il risultato”, disse l’Uomo indicando con il moncherino il vuoto nebbioso che circondava la biblioteca.
Era proprio quello che era successo. Il Nanaeel Caosgi era stato creato per provare l’esistenza di universi alternativi e realtà parallele, dimensioni nascoste e ripiegate all’interno e all’esterno di questo mondo. Quando l’infernale macchinario era stato attivato per la prima volta, però, aveva fuso insieme tutti i mondi, creando un guazzabuglio apocalittico di luoghi, creature, pensieri e leggi della fisica. Esistevano luoghi identici alla vecchia terra come quella strana biblioteca, luoghi talmente inospitali e alieni che la vita umana era semplicemente impossibile e persino luoghi di nulla assoluto. Era l’apocalisse, la più terribile che fosse stata mai immaginata.
“Ne sai abbastanza. Ho incontrato alcuni sopravvissuti in passato, ma la maggior parte non aveva mai sentito nominare il Nanaeel Caosgi, altri l’avevano reputato una leggenda. Tu come fai a saperlo?”
L’Uomo se lo ricordava molto bene il momento in cui la fine era arrivata.
“Ero uno dei soldati incaricato di proteggere gli ingegneri che l’hanno costruito.”
“Alchimia – rispose l’uomo mascherato, tentando di celare il tono sorpreso della sua voce – forse mi potrai essere davvero utile. Conosci la teoria dell’effetto farfalla?”
“Il battito di ali di una farfalla in un prato può provocare un uragano dall’altra parte del mondo”, rispose lui, felice che l’Alchimista si fosse apparentemente calmato.
“Sì, sì, è così! Vedi, se quella teoria era già vera quando il nostro mondo era separato dagli altri, prova a immaginare quali potrebbero essere le sue possibilità ora che i mondi sono molti! Se nel vecchio mondo compivo un’azione, la reazione era molto prevedibile. Ora dobbiamo confrontarci con la fisica di infiniti mondi oltre il nostro! Immagina cosa potrebbe fare il battito di ali di una farfalla, oltre che a produrre un uragano! Potrebbe far collidere interi luoghi, creare la vita, produrre mortali tempeste di fuoco!”
“Calmati – disse l’Uomo protendendo le braccia avanti a sé – non riesco più a seguirti.”
“Quello che voglio dire è che se prima della collisione dei mondi il suonare una cornamusa avrebbe semplicemente prodotto della musica ora può dare vita a reazioni completamente diverse, perché deve confrontarsi con logiche e fisiche completamente estranee a noi! Potrebbe produrre una tempesta, uccidere una persona o, come è successo con te… portarla qui. Come gli antichi alchimisti giocavano con gli elementi per trasformare la realtà, io voglio ripercorrere i loro passi per produrre nuove e sicure reazioni. Perché una porta che conduce in un luogo può condurre ad un luogo completamente diverso se passando sotto la sua arcata si fischietta una canzone? Perché mischiando il giallo con il blu non sempre si ottiene il verde?”
L’Uomo si portò l’unica mano alla testa, sentendo una forte fitta che lo martellava dietro gli occhi. Tutto ciò suonava pazzesco, ma… se fosse stato vero? Da quando i mondi si erano fusi nulla aveva più funzionato come prima. La porta della cucina del tuo appartamento poteva diventare una porta per una fornace infernale da un momento all’altro. La luce ogni tanto scompariva formando bolle di oscurità. La nebbia si muoveva come se fosse stata viva.
L’Alchimista voleva ricercare tutte queste chiavi. I segreti della vita e della morte, dei quattro elementi, forse la giusta azione per far sì che i mondi si scindessero come naturale reazione.
“Voglio aiutarti”, disse l’Uomo.
L’Alchimista annuì e, sebbene non potesse vederlo, l’Uomo sapeva che stava sorridendo sotto la maschera.
La quantità di alchimie che si potevano generare erano pressoché infinite, un numero talmente elevato che l’Uomo non avrebbe saputo dove cominciare se non avesse avuto l’Alchimista al suo fianco. Si trovavano in una biblioteca, un deposito di tutto lo scibile umano prima dell’apocalisse, informazioni che ora, per la maggior parte, avevano lo stesso valore della carta straccia. L’Alchimista gli disse che forse gli antichi popoli erano riusciti a trovare alcune delle chiavi perdute, sebbene non ne fossero pienamente consapevoli. Presso il popolo delle Highlands si usava suonare la cornamusa per accompagnare il cammino dei defunti verso l’oltretomba, cosa che da un certo punto di vista aveva delle similitudini con quello che era accaduto all’Uomo.
La biblioteca aveva molti vecchi manoscritti sulle antiche religioni, rituali pagani e credenze popolari, per cui i due partirono con l’analizzare quei testi, ma non si fermarono lì.
Scoprirono che un fischio modulato che comprendesse un’intera scala di note, se effettuato in un determinato angolo del tetto della biblioteca, creava una cascata di piccole piume bianche a poche decine di metri di distanza, che fluttuavano nel vuoto per una dozzina di secondi prima di sparire in un bagliore di luce violetta.
Una formula magica degli antichi sacerdoti egiziani permetteva di trasformare in serpenti velenosi la carne andata a male.
Un rito di benedizione dei campi dei druidi celtici rendeva commestibili i rampicanti che crescevano sul lato ovest dell’edificio.
La digitazione del numero “54652836” su una vecchia calcolatrice tascabile scacciava per circa quattro secondi la nebbia che avvolgeva la biblioteca, lasciando intravedere il nero vuoto cosmico.
“Chissà quante reazioni che non possiamo vedere vengono scatenate da ogni nostra singola azione! Con ogni nostro movimento, con ogni tentativo che ci appare infruttuoso noi stiamo alterando gli universi!”, esclamava l’Alchimista ogni volta che un esperimento non andava a buon fine, cosa che accadeva fin troppo spesso.
L’Uomo continuava a pensare a lei, la donna che aveva perduto, uccisa dai lupi di metallo. Era stata la sua amante e la sua compagna da quando l’apocalisse era giunta. Erano stati insieme per amore, odio e disperazione e avevano proseguito fino alla fine. Poi i mondi avevano deciso di portarsela via in una folle esplosione di ossa, carne e sangue. Divorata da bestie che non avevano bisogno di mangiare, che cercavano solo di soddisfare un istinto naturale.
Ora il suo unico compagno era un pazzo senza volto e senza passato che aveva deciso di salvare il mondo procedendo per tentativi, alla cieca, mosso soltanto dalla speranza e dalla fede.
Un esperimento di magia cabalistica fece scoppiare un incendio sul tetto della biblioteca, distruggendo centinaia di preziosissimi tomi.
L’automutilazione rituale creò un varco extradimensionale che attirò decine di mostruose creature scimmiesche, fatte di plastica vivente, all’interno dell’edificio. L’Uomo e l’Alchimista rischiarono la vita più volte per eliminarle tutte a colpi di fucile.
Ad ogni sveglia gli esperimenti si facevano sempre più audaci e pericolosi. L’Alchimista rideva sempre più, impazziva di gioia quando fenomeni apparentemente inspiegabili si verificavano all’interno della biblioteca, come la formazione di crepe nel pavimento di piastrelle di ceramica bianca o l’improvvisa apparizione di pozzanghere di sangue coagulato sui soffitti.
“Una farfalla ha sbattuto le ali in un altro universo”, sussurrava quando accadevano fatti simili.
L’Uomo, a differenza dell’Alchimista, aveva un obiettivo: far tornare indietro lei. Se con alcune combinazioni di azioni era possibile creare fuoco dal nulla, far apparire creature da altri mondi o giocare con le luci e con il tempo, l’Uomo pensava che sarebbe stato possibile farla riapparire, portarla a sé prima che venisse sbranata da quei lupi.
Le sue ricerche erano quindi principalmente focalizzate sugli antichi rituali funebri degli egiziani e dei sumeri, sulle tecniche di imbalsamazione dei primi del ‘900, sulla convocazione di spiriti degli indiani americani.
Provò e riprovò fino all’esaurimento delle proprie energie fisiche e mentali. Ottenne diversi risultati, ma nessuno fu quello sperato. La sua carne assunse la rigidità della morte, il suo respiro divenne di polvere, attorno a lui iniziarono a radunarsi centinaia e centinaia di corvi neri, ma lei non tornò.
Dopo l’ennesimo esperimento fallimentare, l’Uomo si recò dall’Alchimista. Lo trovò intento a consultare un’antica Bibbia del XVI secolo. Mentre leggeva i suoi paragrafi accarezzava ogni singola pagina come se ne fosse sessualmente attratto.
“Ne ho abbastanza, pazzo bastardo!”, tuonò l’Uomo, ormai ridotto fisicamente ad un cadavere.
“Qual è il problema?”, chiese lui candidamente.
“Tutta questa è follia! Tu la reputi una scienza, un’Alchimia degli eventi, ma non lo è! Non è possibile alterare gli universi semplicemente con la speranza che ciò avvenga! Quello che stai cercando di infilarmi nel cervello è come una religione: rituali senza significato che si svolgono per ottenere un’ombra di falsa speranza! Ma io non ci credo, non voglio essere un cieco! Io voglio fare, non voglio che le cose avvengano imputandole a chissà quale fottuta forza superiore!”
“So cosa stai cercando e secondo me non puoi ottenerla in quel modo, non in questi mondi. Non puoi decidere quando una farfalla deve battere le ali.”
“Te lo dimostrerò, maniaco psicotico. Tu vendi false illusioni, io ti propongo la realtà, che è sempre più difficile da ricercare e più complessa da capire, sarà per questo che ti nascondi dietro quella maschera. Non perché non vuoi farti vedere, sei tu a non voler vedere.”
L’Uomo si allontanò, lasciando il silenzioso Alchimista con la sua Bibbia e il suo cervello pieno di false speranze. Era intenzionato a compiere il miracolo.
Trascorse i periodi successivi a riconsultare i testi, fondere tra loro i rituali antichi e aggiungendo una piccola parte di conoscenze scientifiche e paranormali. Mischiò la formula della formaldeide e le molecole di carbonio ai 21 grammi dell’anima. Usò il metodo, non il caso. Non si appellò alla speranza.
Provò e riprovò, fino a che, dopo un tempo talmente lungo che i suoi capelli erano divenuti bianchi e le braccia tremolanti, riuscì a portarla lì. Era lei, identica all’ultima volta che l’aveva vista in vita. L’Uomo si avvicinò, la strinse tra le sue braccia, la baciò dolcemente sulla fronte.
“Ti ho riportato da me”, fece in tempo a dire, poi lei si dissolse in una nuvola di polvere grigia. L’Uomo strinse l’unico pugno che gli era rimasto, pianse tutte le lacrime che gli erano rimaste in quel corpo secco e urlò. Sfogò tutta la sua rabbia e fu durante quella furia che non aveva più nulla di umano che realizzò che ce l’aveva fatta. L’aveva riportata da lei, seppure per poco tempo.
L’Alchimista, nascosto tra le massicce librerie della biblioteca, aveva visto tutto e si fece avanti tenendo tra le mani il fucile, furente ed invidioso per aver assistito a ciò che lui non era mai stato in grado di fare con le sue permutazioni casuali di elementi.
Puntò il fucile alla schiena dell’Uomo, sofferente e vittorioso, e sparò un singolo colpo. Le viscere del vecchio esplosero con un rombo, spargendosi per tutta la stanza e macchiando i libri immacolati.
L’Uomo si volse verso di lui e lo osservò con attenzione. Si era aspettato una reazione del genere, aveva capito da tempo che quello era l’effetto farfalla che gli era destinato, ma ormai aveva fatto tutto ciò che doveva. Aveva provato che il metodo era possibile. Poteva morire in pace.
“Ti assolvo dai tuoi peccati”, sussurrò l’Alchimista.
L’Uomo chiuse gli occhi e morì. Dall’altra parte non ci fu niente ad attenderlo.
mercoledì 21 marzo 2012
Leggende Metropolitane

“Spiegami un’altra volta perché mi avete tirato giù dal letto a notte fonda”, disse il detective Tyrrell Jackson all’agente Constance, un ragazzo biondo e butterato appena uscito dall’accademia che sarebbe sicuramente stato più felice in una discoteca a divertirsi, anziché di servizio per le strade di Milford alle tre e mezza di una calda mattina di luglio. Nemmeno Tyrrell era troppo contento di trovarsi alla centrale di polizia. Gli avevano telefonato solo mezz’ora prima per una questione urgente. L’agente Constance aveva parlato di un possibile omicidio, ma Tyrrell era talmente rimbambito dal sonno che non era riuscito a capire i dettagli. Aveva bevuto mezzo litro di caffè, indossato i primi vestiti che aveva trovato nell’armadio ed era uscito di tutta fretta dal suo appartamento da single afroamericano di una cittadina di provincia. Quella vita era una merda. Era entrato in polizia perché credeva che fosse una vita avventurosa, ma tutto ciò che succedeva in quel postaccio erano incidenti stradali e talvolta qualche ragazzino sballato che dava i numeri.
“Abbiamo qui una ragazza che dice di essere stata aggredita da un uomo con un uncino al posto della mano sinistra”, disse Constance.
“Fammi indovinare, magari si trovava appartata in macchina con il suo fidanzato in un bosco o su un promontorio.”
“Su una scogliera a dire il vero. Come fa a saperlo, detective?”
“Quella del killer con l’uncino non è altro che una stupida leggenda metropolitana, ti ha preso per il culo, Constance!! Lei e il suo ragazzo! A proposito, lui dov’è?!”
“È proprio quello il problema, detective – rispose Constance, un po’ imbarazzato – il ragazzo è sparito nel nulla.”
“Sparito? – esclamò Tyrrell – come sarebbe sparito?”
“Sì, e la ragazza, che si chiama Jane Maple, sembra essere veramente sotto shock. Ha raccontato una storia piuttosto strampalata… per quello abbiamo chiamato lei. Se c’è qualcuno che può farla calmare e capirci qualcosa è lei.”
Ecco cosa succede ad essere l’unico detective di questo paesino di merda, pensò Tyrrell.
“Va bene – rispose il detective rassegnato – lei dove si trova?”
“Nella sala degli interrogatori.”
Tyrrell si avviò per il corridoio che conduceva alla sala. Aprì la porta e vide la ragazza, Jane Maple, seduta vicino ad un tavolo su cui era stato appoggiato un bicchiere di carta pieno di caffè fumante. Jane aveva tra i diciotto e i vent’anni, capelli color paglia lunghi fino alle spalle e un viso grazioso, sebbene coperto di trucco sbavato. Indossava una minigonna a tartan, stivali che arrivavano al ginocchio e un top nero che lasciava intravedere il seno prosperoso. Si stava tenendo le mani tra i capelli scarmigliati, ma quando Tyrrell entrò, la ragazza alzò lo sguardo verso di lui. Il detective notò subito che aveva un’espressione veramente sconvolta. Forse sarebbe stato il caso di farle un esame tossicologico.
Tyrrell si tolse la giacca e si sedette davanti a lei.
“È qui per aiutarmi?”, chiese Jane.
“Sono il detective Tyrrell Jackson – rispose lui tirando fuori dal taschino una penna e un bloc-notes – sono qui perché voglio capire cosa ti è successo.”
“Ho già spiegato tutto ai suoi colleghi e si sono fatti una bella risata. Ma io sono sicura di quello che ho visto e… Peter è sparito nel nulla.”
“Chi è questo Peter, il tuo ragazzo?”
“No. Beh, più o meno. L’avevo conosciuto stasera in un locale e sa com’è, una cosa tira l’altra…”
“Aspetta Jane. Cominciamo dall’inizio, da quando sei entrata in questo locale. Voglio che mi dici tutto quanto, ogni minimo dettaglio può essere importante.”
“Va bene, tutto dall’inizio. Cazzo, mi sento così stupida… di sicuro mi crederà una pazza. Da buttare in manicomio, direttamente. Ma d’altronde, che posso fare d’altro? Glielo dirò lo stesso, sperando che mi creda. Stasera ero uscita con una mia amica, Kristie. Saranno state le dieci e mezza e mi ero fatta figa per la serata all’Ascension. Lei mi era passata a prendere in macchina.”
“Il locale appena fuori dallo Slaughter Beach Park?”
“Proprio quello.”
Tyrrell conosceva quel posto. Una discoteca sulla spiaggia aperta fino a notte fonda, ritrovo di amanti della musica dance e di spacciatori di droghe sintetiche.
“Bella musica, divertimento, insomma una pacchia – continuò lei - io e Kristie volevamo fare un po’ le pazze. Andare lì, conoscere qualche ragazzo, ballare… insomma, le solite cose che possono fare due ragazze in questa noiosa provincia.”
“Avete assunto alcol o droghe?”
“No, ma cosa dice? Beh, mi hanno offerto un paio di Sex on the Beach…”
“Quanti anni hai, Jane?”
“Ventuno.”
“Forse la tua balia ne ha ventuno.”
“E va bene, ne ho diciotto, ma che vuol dire?”, chiese lei con tono timoroso.
“In questo stato è illegale consumare alcolici prima dei ventuno anni.”
“Beh, ma io… senta, qui sono io la vittima, era il ragazzo con cui mi stavo passando la serata che è stato aggredito dal killer con l’uncino.”
“Il killer con l’uncino è una leggenda metropolitana. Creata a tavolino per non far infrattare i ragazzi nei cespugli e creare bebè indesiderati.”
“La prego – disse lei con sguardo supplichevole – almeno lei mi creda. So quello che ho visto.”
“Vai avanti”, disse il detective annotando l’eccessivo e illegale consumo di alcolici della ragazza sul suo bloc-notes. Sperava che quella storia finisse al più presto, che il ragazzo saltasse fuori dal buco dove aveva deciso di nascondersi dichiarando che era tutto uno scherzo e che potesse entrambi mandarli a casa dopo avergli fatto una bella lavata di capo.
“Dicevo, ero là con Kristie. Abbiamo ballato un po’, parlato con qualche ragazzo e tra una cosa e l’altra si è fatta mezzanotte. Ad un certo punto l’ho persa di vista, poi l’ho beccata nei bagni mentre si faceva fare cose da un ragazzo più grande… lui aveva un bel fisico, forse faceva palestra. Mi sono sentita parecchio sola. Di certo non sarei tornata a casa con lei, così ho cercato nel locale se c’era qualcuno disposto a darmi un passaggio, che magari fosse anche carino.”
“E l’hai trovato?”, chiese il detective, pur sapendo già dove portava quella storia. Voleva che dicesse tutto quanto Jane, così da poter valutare l’effettiva stabilità dei suoi ricordi e la sua millantata sobrietà.
“Ad un certo punto ho visto un ragazzo. Era alto e magro. Se non fosse stato così alto gli avrei dato non più di quindici anni, perché aveva una faccia da ragazzino… beh la faccia di un bel ragazzino, devo dire. Se ne stava tutto solo in un angolo. Aveva capelli rossicci e un bel po’ di lentiggini. Indossava una camicia verde, mi pare, jeans slavati… un bel tipo insomma. Per un attimo ho pensato che stesse conversando con qualcuno, ma poi quando mi sono avvicinato ho visto che era da solo. Eppure parlava a qualcuno, nascosto nell’ombra… mah, non lo so. Mi sono avvicinata, gli ho chiesto se voleva accompagnarmi a fumare. Ha tirato fuori un sorriso da mascalzone irresistibile e ha accettato. Sono uscita con lui, si è presentato come Peter e ci siamo fatti quattro chiacchiere. Era molto simpatico, mi fissava con intensità, rideva ad ogni mia battuta… sembrava quasi essere pazzo, ma affetto da una pazzia che si trasmette, capisce detective? Mi sentivo allegra e folle anche io in sua presenza. Mi ha detto qualche frase dolce, tipo che ero molto carina, ma che purtroppo lui il giorno dopo sarebbe dovuto andare via da Milford e quindi avrebbe avuto solo quella notte per conoscermi.”
“Ti ha detto dove sarebbe andato?”, la interruppe Tyrrell.
“Quando gliel’ho chiesto ha esitato. Ha farfugliato qualcosa, poi ha voltato la testa di scatto, come se qualcuno l’avesse chiamato… ma non c’era nessuno. Poi ha detto semplicemente che era in viaggio per gli Stati Uniti e io non gli ho fatto altre domande.”
Il detective annotò anche queste informazioni sul suo bloc notes.
“Continua, Jane.”
“Aveva una macchina d’epoca color rosso fiammante, una bella decappottabile. Non me ne intendo di automobili, ma potrei dire che era degli anni ’50. Beh, in televisione in quei vecchi film si vedono sempre macchine del genere. Mi ci sono accomodata e mi ha chiesto se prima di andare a casa avevo voglia di andare a fare un giro sulla spiaggia. Ovviamente ho accettato, così dopo pochi minuti ci siamo trovati sulla scogliera Billfrey, che da sulla Slaughter Beach e sull’oceano. Ha presente il posto, no?”
Tyrrell annuì, sapendo che era il classico posto dove le coppiette parcheggiavano per qualche ora. Un posto dove si consumavano amori e tradimenti. Un perfetto campo di caccia per il killer con l’uncino.
Ma che sto pensando, queste storie sono tutte stronzate, pensò il detective.
“Ora inizia la parte incredibile – continuò Jane – io e Peter abbiamo scambiato qualche altra parola, non ricordo cosa di preciso, solite cose di idee per il futuro. Continuava a sembrarmi un ragazzino, mi parlava di avventure e sogni. Ma era proprio questo che lo rendeva attraente. Ci siamo baciati e abbiamo continuato a darci dentro per un po’. Lui toccava parecchio, ma la cosa non mi dava fastidio, anzi. L’unica sensazione che avevo era quella di venire continuamente osservata. Ogni tanto vedevo delle ombre muoversi, ma la sua presenza era… piuttosto rassicurante.”
Jane arrossì visibilmente e si prese un’ampia sorsata di caffè. Tyrrell non si scompose, ansioso che quel racconto arrivasse al dunque.
“Poi ho sentito grattare. Non ci ho badato subito, ma poi mi sono resa conto di quel suono. Era fastidioso, come gesso che stride sulla lavagna. Ho dato un’occhiata in giro, pensando che qualcuno ci stesse spiando, ma non ho visto nessuno. Lui non sembrava aver notato nulla, preso com’era a giocare con le mie tette. Poi ho visto un luccichio provenire da dietro la macchina e ho visto l’uncino. Un fottutissimo uncino incrostato di sangue, infilato al posto della mano destra di una persona come un artiglio.”
“Sei riuscita a vedere questa persona?”
“Sì, me la ricordo bene. Detective, sono sicura che qui partiranno le risate.”
“Parla, Jane.”
“Era vestito da pirata.”
Tyrrell dovette trattenersi per non scoppiarle a ridere in faccia. Era evidente che era uno scherzo, non c’era altra spiegazione. Nemmeno sforzandosi al massimo poteva credere alla storia del killer, ma anche se la leggenda fosse stata vera non sarebbe di certo andato in giro vestito da pirata.
Non poteva essere vero.
Ma il detective ora era troppo incuriosito per mollare di punto in bianco il resoconto della ragazza. Ora voleva sapere tutto.
“Ti ricordi il suo aspetto, oltre che il vestito?”
“Doveva avere tra i quaranta e i cinquant’anni. Aveva un lungo vestito rosso da pirata, con tanto di cappello a tricorno e una sciabola infilata nella cintura. Aveva baffetti neri impomatati e dei riccioli dello stesso colore che arrivavano fino alle spalle. Ricordo la sua espressione, illuminato com’era dalla luna. Feroce come non avevo mai visto, ma allo stesso tempo animata da una cupa soddisfazione.”
“Cosa è successo poi?”
“Ha tentato di aggredire Peter. Ma prima ha detto qualcosa. Non ho capito bene, aveva uno stupido accento inglese, ma suonava molto come finalmente ti ho trovato, canaglia! Si è lanciato sulla macchina e ha distrutto l’imbottitura dei sedili squarciandola con l’uncino. E Peter… beh, lui è saltato via. O meglio, è volato via.”
Tyrrell scosse la testa. Aveva sentito abbastanza.
“Jane, sei sicura di non aver assunto qualche droga questa sera? Forse hanno messo una pastiglia nel tuo bicchiere e non te ne sei resa conto e…”
Jane scattò in piedi sbattendo le mani sul tavolo. Il bicchiere di caffè si rovesciò riversando il liquido bollente per terra.
“Porca puttana, non ho assunto nessuna droga, so cosa ho visto! Forse era uno scherzo, non sto dicendo che non fosse una messinscena, ma quell’uomo con l’uncino c’era davvero! Peter fluttuava ad una spanna da terra, il killer l’ha inseguito nel folto della vegetazione e poi sono spariti, ho sentito solamente dei rumori e delle urla! Io me la sono data a gambe, sono arrivata fin qui caricata da una delle vostre pattuglie e so cosa ho visto! Andate alla scogliera a dare un’occhiata, troverete la macchina di Peter con i sedili squarciati… e probabilmente il suo cadavere.”
Qualcuno bussò alla porta della sala interrogatori. Il detective Jackson si alzò e quando aprì vide l’agente Constance.
“Detective, ci sono i genitori della ragazza.”
“Merda”, borbottò lei.
“Va bene, io con lei ho finito, falla pure portare a casa.”
“Detective, la prego, mi creda…”, supplicò Jane.
“Vai a casa e riposati, Jane. Forse domattina avrai le idee un po’ più chiare. Indipendentemente da quello che mi hai raccontato, abbiamo comunque un caso di persona scomparsa. Indagheremo e se scopriremo qualcosa ti faremo sapere, va bene?”
Jane annuì mestamente. Non era soddisfatta, ma avrebbe dovuto farsi bastare quella promessa. Uscì dalla sala e l’agente Constance la riaccompagnò dai suoi genitori.
Il detective indossò la sua giacca e si diresse fuori da quella sala, dove faceva un caldo opprimente. Quella storia era assurda oltre che essere ridicola, ma il suo intuito gli diceva che la ragazza non stava mentendo. Forse aveva bevuto qualche bicchiere di troppo, ma gli effetti dell’alcol dovevano già essere smaltiti da un pezzo.
Decise che andare a dare un’occhiata al posto non avrebbe fatto male. Salutò Constance e gli disse che sarebbe tornato a casa a recuperare il sonno perduto. Se gli avesse detto la verità, l’unico risultato sarebbe stato quello di coprirsi di ridicolo con i suoi colleghi. Salì in macchina e si diresse verso la Slaughter Beach.
Capitan Uncino e Peter Pan, ma che cazzo mi è saltato in testa?, pensò mentre guidava. Ma la frittata ormai era fatta, non avrebbe dormito fino a che non si fosse convinto che ero solamente lo scherzo stronzo di un gruppo di ragazzini.
Salì guidando lungo la strada tortuosa che conduceva fino in cima alla scogliera e parcheggiò nel primo spazio libero dai cespugli. Prese la torcia che teneva sempre nel cassettino del cruscotto, si assicurò di avere la pistola ben carica e uscì nella notte. Attraversò senza fatica la poca vegetazione che lo separava dallo strapiombo della scogliera, dove gli parve di vedere parcheggiata la decappottabile rossa di cui aveva parlato Jane. Ancor prima della decappottabile però, la sua attenzione venne attirata da uno sfregio molto recente su un albero, causata da quello che poteva essere un singolo colpo di un’arma da taglio.
O da un uncino, pensò.
Quell’indizio lo fece prendere più sul serio la situazione e nervosamente tolse la pistola dalla fondina. Camminò fino all’auto e anche lì vide che la situazione corrispondeva a quella che gli aveva descritto Jane: i sedili in pelle erano in parte squarciati e c’era una profonda incisione nella lamiera sul retro della macchina, vicino ai fanalini.
All’improvviso, Tyrrell udì un coro di voci festanti. Si guardò intorno, ma non vide nulla. Forse il vento che spirava dal mare le faceva sembrare più vicine di quello che erano in realtà. Si avvicinò alla scogliera e osservò con attenzione.
Non è possibile, pensò trattenendo il fiato.
All’ancora proprio al di sotto della scogliera si trovava un immenso galeone pirata, con tanto di Jolly Roger sorridente issato sul pennone. La nave ospitava una ventina di uomini intenti a festeggiare. Alcuni pirati sul cassero suonavano mandolini e chitarre male accordate, danzavano e bevevano boccali e boccali di rum. Legato alla base dell’albero maestro, Tyrrell distinse chiaramente una figura maschile che indossava una camicia verde, accanto ad un’altra adombrata.
Se quello è un galeone pirata, quel Peter è davvero…, pensò, ma non fece in tempo a finire che qualcuno lo afferrò per le spalle. Tyrrell provò a dimenarsi, ma i due uomini (perché si rese conto abbastanza in fretta che erano due e anche piuttosto forti), gli strinsero le braccia e la pistola gli cadde di mano, cadendo giù dalla scogliera.
“Corpo di mille balene, oggi è la nostra giornata fortunata, signor Spugna! – disse uno dei due energumeni che lo teneva stretto – oltre che il ragazzino volante abbiamo trovato un nuovo mozzo per la nave!”
“Quel bastardo di Peter Pan è scappato anche per troppo tempo. Quando il capitano ha saputo che era tornato sulla terra per crescere di qualche anno e divertirsi con le ragazze credeva di essersi levato un problema e invece… che vogliamo farci, Uncino è nostalgico e rimpiange i vecchi tempi. Questa caccia sfrenata è durata parecchi anni e, mi dispiace amico, ma credo che tu ci sia finito in mezzo per caso. Avanti cani rognosi, portatelo dal capitano!!”, disse il famoso braccio destro di Capitan Uncino. Tyrrell lo osservò attentamente. Si sarebbe aspettato un ciccione con una maglia a strisce come in quel cartone animato della Disney, invece lo Spugna che si trovava davanti era un cinquantenne magro e dal viso segnato, con indosso una costosa blusa da nostromo.
Ciò che seguì fu molto confuso. Il detective venne colpito ripetutamente sulla testa e perse i sensi. Quando riaprì gli occhi, si rese conto dopo pochi istanti di trovarsi sul ponte del galeone. Era legato allo stesso albero a cui era legato Peter Pan. Al suo fianco c’era la figura completamente nera che a Tyrrell era sembrata adombrata. Non che avesse sbagliato più di tanto.
La sua ombra, pensò ridacchiando.
Sentiva freddo e vedeva la nave muoversi molto velocemente, anche se non riusciva a sentire il rumore delle onde che si infrangevano sullo scafo.
“Dove siamo?”, chiese con voce flebile.
“Di ritorno a casa. Seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino – disse Peter Pan con voce rassegnata – mi dispiace che tu sia finito in questa situazione. Ti darei una mano, ma mi sembri un po’ troppo vecchio per entrare a far parte dei Bimbi Sperduti. E io sono un po’ troppo legato.”
Tyrrell si guardò intorno. L’equipaggio di Uncino, capeggiato dallo stesso capitano intento a suonare un pregiato clavicembalo, stava ancora festeggiando per la cattura di Peter Pan mentre la nave sfrecciava tra le stelle.
“Poco importa – rispose Tyrrell sorridendo – fare il poliziotto non mi è mai piaciuto.”
lunedì 26 settembre 2011
Ombre di un Diverso Passato

[Un altro racconto new weird la cui partecipazione ad un concorso non ha avuto buon fine. Peccato, lo trovo molto piacevole e pertanto lo lascio a voi.]
C’erano una volta, in un mondo antico e colmo di magia, due fratelli gemelli nati in una calda notte estiva. La loro madre, la regina degli elfi Eliema, li aveva tanto desiderati e la loro nascita aveva colto come l’improvviso barlume di una stella cadente l’intero regno: un evento meraviglioso e forse irripetibile. Sebbene fossero nati nello stesso momento dalla stessa madre, i due fratelli erano molto diversi tra di loro: la femmina, Piranka, era la bambina più bella che il già perfetto popolo degli elfi avesse mai visto. Aveva lunghissime orecchie appuntite, occhi che brillavano come i più perfetti smeraldi e capelli dello stesso colore del grano d’estate. Il maschio, Steno, aveva invece una corporatura massiccia già da neonato, molto inusuale per la sua razza. Aveva folti capelli neri, aria intelligente e occhi dello stesso colore della bianca sabbia del deserto.
Il loro primo anno di vita fu completamente privo di eventi che potessero intaccarne la felicità o la salute, compresa quella della loro famiglia e dei loro genitori. L’intero popolo degli elfi aveva proclamato la loro stessa esistenza come benedetta dal cielo.
Poi, un triste giorno di pioggia, il tempo morì. La sua non fu una lenta agonia, ma uno spegnersi rapido come il battito d’ali di una farfalla. Senza il tempo, niente aveva più significato. La frutta non giungeva più a maturazione, i campi non facevano nascere le messi e la stessa pioggia aveva deciso di non smettere più di cadere. Nel giro di pochi giorni, tutto venne sommerso dall’acqua putrida e gli elfi del regno provarono una profonda tristezza: la magia delle stagioni, ciò che dava gioia al loro popolo, non sarebbe più avvenuta. Niente sarebbe più cambiato.
Passò ben poco perché si rendessero conto del lato più tragico di tutta quella vicenda: i gemelli benedetti, Steno e Piranka, non sarebbero mai diventati adulti, intrappolati per sempre nel corpo di pargoli innocenti.
Presa dallo sconforto, la regina Eliema radunò tutti i grandi arcanisti del suo regno e ordinò di porre su Steno e Piranka il sonno eterno. In questo modo, avrebbero vagato per sempre nei sogni, che ancora avevano il potere di cambiare e mutarsi, e non avrebbero mai vissuto in quel corpo infantile una triste vita priva di cambiamento. Non appena si addormentarono, vennero posti in una grande culla di legno e seta e seppelliti nel terreno della foresta sacra.
Un luogo caldo, sicuro e confortevole, dove avrebbero potuto sognare per l’eternità.
La prima cosa che Piranka vide furono le larve. Centinaia, migliaia, milioni di microscopiche larve bianche che sciamavano sul suo corpo, proteggendola con un abbraccio caldo e solleticante. Sentiva accanto a sé la presenza di suo fratello gemello, a cui aveva stretto la mano per tutto il lungo periodo del loro sonno.
Anche se a malapena era consapevole, sapeva di essere sveglia, ne era sicura. La sensazione era troppo diversa, troppo reale. Il sapore delle larve che le zampettavano in bocca era troppo forte. La consapevolezza di esserne circondata, però, non la disturbava.
E c’era un’altra cosa: i capelli le facevano male. I suoi lunghi capelli dorati vibravano e tremavano come nervi accavallati, provocandole dei dolori lancinanti.
Anche Steno era sveglio. Erano rimasti vicini per così tanto tempo (tempo?) che la loro empatia, nata già forte a causa della loro nascita condivisa, si era ulteriormente amplificata. Steno però, a differenza sua, non soffriva. Steno non sentiva niente. Sapeva che qualcosa stava camminando sul suo corpo, ma la sensazione era lontana, come ridotta da uno spesso strato di terra e coperte.
Che fosse morto? No, era vivo, riusciva ancora a sentirlo. Ma c’era qualcosa, qualcosa che lo rendeva diverso…
Piranka tentò di respirare, ma non ci riuscì: le larve le strisciavano nel naso, sotto le palpebre, forse anche all’interno del cranio. Ma non aveva bisogno di respirare, o meglio, non ancora: il tempo era forse ancora fermo? Per quello i suoi polmoni non avevano bisogno di inalare aria?
Consapevolezze giunte come sogni di un passato lontano, senza che nessuno gliele avesse mai insegnate. L’unico ricordo che aveva oltre i sogni era quello del volto di una madre amorevole…
Qualcosa di duro e freddo la afferrò. Era una rete dalle maglie finissime, taglienti, che iniziarono a sollevarla assieme a suo fratello. Piranka si sentì un pesce preso all’amo.
Un pesce preso all’amo in un mare di larve candide.
L’impatto che i suoi occhi ebbero con il cielo fu qualcosa di più doloroso della terribile sensazione che continuava a provare ai capelli. Un viola così intenso non l’aveva mai visto nemmeno nei suoi sogni più vividi. Saette di colori impossibili da descrivere, tanto erano cangianti e spaventosi, lo attraversavano non producendo alcun rumore. Poi la rete li lasciò e cadde, ancora tenendo per mano il fratello, all’interno di una grande foglia verde.
La foglia era morbida, coperta da una sostanza dolciastra e appiccicosa. Le larve, ingolosite, iniziarono a strisciare via dal suo corpo dirigendosi verso il lauto banchetto che quell’impiastro rappresentava. Involontariamente, Piranka rise quando attraversarono i suoi organi interni producendogli una sensazione ancora più forte di solletico. Per la prima volta da quel risveglio, il forte dolore ai capelli si affievolì.
“Prk krp rrpkp prrkg rggkkr”, disse una voce poco distante (“Cos’è quella stranezza?”, capì Piranka).
“Krkrkr prrg grrpgk”, le rispose una voce simile (“Qualcosa di diverso”, capì Piranka).
“Krkk r grrpgk”, disse di nuovo la prima voce (“Il popolo non è diverso”, capì Piranka).
Finalmente le ultime larve uscirono dai suoi occhi, permettendole di vedere più accuratamente. Capì quasi subito di trovarsi non su una foglia, ma su una barca, una grande barca circondata da un mare bianco e tremolante. I due marinai che la conducevano erano la cosa più strana che la bambina elfa avesse mai visto: teste enormi e nere, antenne e occhi sporgenti, mandibole affilate.
Avevano tutta l’aria di grossi uomini-formica. Per quanto quelle creature sembrassero mostruose, lei non si spaventò: i sogni ogni tanto si trasformano anche in incubi, e lei aveva visto di molto peggio durante il lungo sonno.
Voltò la testa e con la coda dell’occhio vide i capelli, che ora pulsavano come una puntura di zanzara irritata. Rossi, dalla radice fino alla punta. Un rosso scuro, denso e oleoso, simile a quello del sangue. La paura incominciò a invadere il suo cuore di bimba. Cercò con lo sguardo il fratello, cercando i suoi occhi fieri e incoraggianti per scacciare l’orribile sensazione che ci fosse qualcosa di sbagliato. Quando lo vide, però, il coraggio le venne meno in maniera definitiva. Steno giaceva immobile, con la bocca spalancata e ancora parzialmente piena di larve. Il suo corpo era scheletrico, emaciato e coperto di escoriazioni. L’unica cosa che pareva avere vita in lui erano gli occhi, che schizzavano qua e là nelle orbite come una cicala impazzita dal terrore.
Non era morto, non era vivo. Semplicemente, per il suo corpo il tempo aveva smesso di scorrere definitivamente.
Piranka ritornò ad avere un solo anno di vita e scoppiò in un pianto dirotto e disperato, come solo i bambini sono in grado di fare.
I due fratelli vennero portati dagli uomini-formica al di fuori del mare di larve. Per tutta la traversata, il tempo e le sensazioni non cambiarono e l’avanzamento era scandito solamente dal lento sciabordio degli insetti che contorcendosi uno sull’altro facevano muovere l’imbarcazione. I due navigatori erano completamente insensibili agli strilli di sofferenza della bimba, tanto che dopo un po’ non ebbe più la forza di continuare e si accasciò stremata sullo scafo della barca-foglia.
Steno la guardava, agitando fremente gli occhi per comunicarle qualcosa.
“Piranka, stai bene?”, le chiese senza emettere un suono. Bastò un rapido movimento dei suoi occhi perché la sorella capisse cosa voleva dirgli.
“Sto bene, ma ho paura Steno. Cos’è questo mondo? Perché abbiamo smesso di dormire?”, rispose lei sottovoce. Gli uomini-formica non dettero segno di averla sentita.
“Non lo so. Credo che sia passato molto, sorellina. Cosa è successo ai tuoi capelli splendenti? Perché hanno il colore del sangue?”, occhieggiò Steno.
“Credo… credo che siano state le larve. Hanno divorato i miei capelli, che hanno sofferto molto e hanno iniziato a sanguinare. Quando sono stati completamente consumati, il sangue privo di tempo è rimasto a rappresentarli. Non ho più capelli, sono calva, la mia è una chioma di dolore!”
“Non riesco a muovermi, Piranka. Solo gli occhi, il resto è tutto paralizzato. Tutto fermo… Non percepisco sensazioni, non sento forza vitale, sento solo una morsa eterea che mi intrappola. Il mio corpo… il mio corpo si è fermato, proprio come il tempo. Sono un corpo che muove gli occhi.”
“I tuoi occhi sono sempre bellissimi, fratellino… eppure qualcosa è cambiato, lo sento. Il tempo… il tempo sta scorrendo di nuovo. Ha ripreso vita, non qui, non in questo strano mare, ma c’è… altrimenti non si spiegherebbero loro”, disse lei indicando con un cenno del capo i due uomini-formica.
Le larve, che avevano quasi finito di consumare il loro pasto dolciastro, ora scorrazzavano per tutta l’imbarcazione.
“Quanto tempo sarà passato, fratellino? – chiese Piranka – quanto abbiamo dormito?”
“Non lo so – occhieggiò lui – ere, credo.”
“Mi manca il nostro sonno… mi mancano già i nostri sogni”, disse lei.
Steno non rispose questa volta, rimanendo con gli occhi fissi nel vuoto. In lontananza, cominciava a delinearsi il profilo di una costa sormontata da una scogliera di pietra marrone e, sopra di questa, una gigantesca struttura bulbosa che si snodava in diramazioni grigiastre fino a superare le nubi cariche di elettricità.
E quando la barca toccò la sabbia umidiccia della spiaggia, qualcosa cambiò. Le larve iniziarono ad ingrandirsi e mutare, diventando sempre più simili ai due marinai-formica. Nel giro di pochi istanti, crebbero fino a diventare adulte e iniziarono una lenta adunata sulla spiaggia. La stessa cosa accadde ai due fratelli. Piranka sentì il proprio corpo ingigantirsi, mutare, fino a diventare quello di una ragazza elfa di quattordici anni, con solo una chioma di sangue scarlatto a ricoprire il suo corpo nudo. La stessa cosa accadde a Steno, che però non provò alcuna sensazione: il suo corpo ingrandì, divenne quello di un elfo della stessa età, ma rimase immobile e privo di sensazioni. Solo gli occhi continuavano ad agitarsi guardinghi, trasmettendo a Piranka parole di apprensione e paura. Egli rimase però scheletrico, la pelle si spaccò ancora di più, i muscoli atrofizzati divennero ancora più evidenti. Steno era solo l’ombra di ciò che era un tempo.
“Qui il tempo scorre”, occhieggiò Steno.
“Il tuo corpo, però, rimane morto”, osservò la sorella, coprendo le proprie nudità con i capelli insanguinati.
“Krk krrrkg grkrg!”, si rivolse a loro uno dei due marinai, che aveva fatto radunare tutte le altre formiche appena nate sulla spiaggia (“Radunatevi, formiche!”, capirono entrambi).
Piranka, non sapendo come comportarsi, sollevò il corpo del fratello e si diresse sulla spiaggia, circondandosi di altre formiche che facevano gocciolare fluidi acidi dalla bocca. Si stupì del peso del fratello, così leggero da sembrare ancora un neonato.
Quando furono in fila, i due marinai squadrarono tutti i nuovi nati e assunsero una posa marziale.
“Grk dkrk krrgrdkr! Krrdgkkr rrrk krrgdgrkr!”, disse (“Voi siete formiche! La vostra vita va al formicaio!”, capirono entrambi).
“Grgk rk krrgdgrkr!”, dissero tutte le formiche neonate in coro (“La mia vita al formicaio!”, capirono entrambi).
Loro non pronunciarono parola e tutte quelle creature aliene si voltarono a fissarle.
“Grrpgk!”, dissero in coro (“Diversi!”, capirono entrambi, percependo un tono di accusa nelle parole).
A questi toni minacciosi, i nervi di Piranka cedettero. Cercò di scappare lungo la spiaggia portando con sé il fratello, ma nonostante il suo peso fosse simile a quello di una piuma, le formiche riuscirono a raggiungerla e ad afferrarla. Venne stretta da mandibole d’acciaio, provando un dolore simile a quello che i capelli le avevano provocato quando si era svegliata.
Steno cadde per terra, inerme, e venne circondato anch’esso.
Le formiche iniziarono a parlare nuovamente in coro, come un esercito invincibile dotato di un’unica mente.
“Grrpgk crrkr Belzebù!”, dissero (“I diversi vanno portati a Belzebù!”, capirono entrambi).
I due fratelli non poterono fare altro che essere trascinati prima sulla scogliera e poi all’interno della colossale struttura, scivolando in corridoi oscuri e umidi. Durante tutto il tragitto, i loro occhi disperati non si persero di vista per un istante.
Una luce calda, mischiata all’odore di fieno, stalla e terra li accolse facendoli sentire un po’ meno alienati. Erano stati portati in una enorme stanza circolare, alta decine di metri e dalle pareti ricoperte da una tela sdrucita a strisce bianche e rosse. Tutt’intorno, la stanza aveva un alto camminamento di terra, mentre tutta la zona centrale era occupata da gabbie, catene e grandi anelli infuocati.
“Sembra un enorme circo”, occhieggiò Steno.
“Tutto questo è pazzesco”, gli rispose la sorella.
Nella zona centrale stavano diversi uomini-formica dall’aria smarrita. Alcuni girovagavano qua e là senza meta, altri facevano schioccare le mandibole senza dire niente di concreto. La maggior parte di loro aveva una o entrambe le antenne recise, rotte o in qualche modo rovinate. Quando il plotone di uomini-formica che li aveva presi prigionieri entrò nella stanza, si fece avanti un altro di essi che, in qualche modo, sembrava essere diverso.
Entrambe le sue antenne erano state recise alla base, gli mancava una zampa e, cosa ancora più sorprendente, indossava un enorme cappello a cilindro di velluto rosso, macchiato di terra e una sostanza giallastra non meglio identificata.
Il plotone di secondini non disse nulla e mollò semplicemente entrambi i fratelli all’interno dell’area, per poi girare sulle zampe e andarsene. L’uomo-formica con il cilindro venne loro incontro.
“Io sono Belzebù, diversi”, disse con voce ronzante.
Piranka non gli rispose, preoccupata per il fratello paralizzato. Si diresse verso di lui e lo drizzò a sedere. La sua testa priva di sostegno muscolare crollò all’indietro, lasciando spalancata la bocca.
“Perché parla come noi?”, occhieggiò Steno.
La ragazza alzò lo sguardo verso Belzebù e lo scrutò con attenzione, prima di iniziare a parlare.
“Non sembri come gli altri”, gli disse.
“Neanche voi sembrate come gli altri”, rispose per nulla stupito.
“Veniamo da un passato molto lontano… noi siamo elfi. Voi cosa siete?”
“Mai sentito parlare di elfi – rispose lui – ma se per “voi” intendi la mia specie di appartenenza, sappi che siamo formicidae sapiens. Se per “voi” intendi chi siamo, sappi che loro sono il popolo, con cui tutti i rappresentanti della mia specie presenti in questa stanza non hanno più nulla a che fare. Il nostro collegamento con la collettività è stato reciso”, disse lui, prima di toccarsi le antenne tagliate.
“Come è accaduto?”, chiese l’elfa.
“A causa di un incidente, per la maggior parte di noi. La caduta di un masso mi ha strappato le antenne e un braccio. Non facciamo più parte del popolo, né del formicaio. Noi siamo i diversi. Abbiamo un nome proprio e non abbiamo nessuno scopo, se non far divertire il popolo.”
“Perché ci hanno portato qui? È evidente che noi non siamo formicidae sapiens, come le hai chiamate tu. Siamo prigionieri?”
“Non proprio – rispose lui – diciamo che non avete alternative. Non esiste niente là fuori, se non il mare di incubazione. E laggiù il tempo non scorre, per il bene della nostra prole. Per quanto riguarda la vostra evidente diversità… il popolo non la comprende, né mai lo farà. Per loro siete diversi, perché siete esseri viventi non collegati alla collettività. Per questo vi hanno portati qui. Non hanno concezione della vostra natura… e, per la regina, non ne ho neanche io. Che diavolo è un elfo?”
“Abbiamo dormito a lungo – rispose Piranka, sollevando la testa del fratello, che assunse una posizione più composta – apparteniamo ad un’era passata, dove io e il mio gemello Steno eravamo solamente neona… larve. Eravamo solamente larve.”
“Questo non ha importanza – rispose Belzebù – dovrete stare qui per fare divertire la collettività. È il vostro scopo privo di scopo.”
“Farli divertire… perché?”, chiese l’elfa insanguinata.
“È una tradizione. La collettività si è sempre presa gioco del diverso.”
Belzebù li portò in una piccola celletta costituita da umida terra. Non vennero rinchiusi, ma quando se ne andò approfittarono dell’ambiente angusto e solitario per stare un po’ da soli.
“Saremo i pagliacci di questi mostri”, disse con gli occhi Steno.
“Lo so – rispose Piranka – ma abbiamo scelta? Ci siamo risvegliati in un mondo lontano, senza scopo e ragione… dove il tempo è rinato ma si comporta come un neonato urlante. Un neonato urlante! Quello che eravamo noi solo fino a poche ore fa! Fratellino, è successo troppo, troppo in fretta… non so come affrontare tutto questo.”
“I sogni… i sogni avevano tante cose che ora mi mancano. Molto spesso ho sognato di svegliarmi, di vivere il mondo là fuori, un mondo dove il tempo aveva ricominciato a scorrere e io divenivo un grande condottiero della mia gente, il più forte tra i guerrieri degli elfi… e ora sorellina, guardami. La realtà non mi da neanche la possibilità di muovermi.”
“Staremo insieme fratellino. Staremo insieme, come abbiamo sempre fatto. Fino all’eternità.”
Piranka abbracciò il fratello scheletrico e gli diede un bacio sulla fronte, coccolandolo dolcemente tra le sue braccia. I macabri capelli dell’elfa macchiarono di sangue il corpo del fratello, unico caldo conforto per un corpo freddo come un cadavere.
Il tempo in quel luogo scorreva, così Piranka iniziò ben presto a provare fame. Belzebù porto per entrambi dell’umida melassa dolciastra, molto simile a quella divorata dalle larve sull’imbarcazione. Steno non aveva fame e disse con gli occhi che probabilmente non l’avrebbe mai avuta, così lasciò il suo pasto alla sorella. Quando ebbero finito di mangiare, un diverso venne nella loro cella e fece cenno di seguirli nella pista centrale del circo.
Qui trovarono tutti gli uomini-formica mutilati radunati intorno a Belzebù, che si muoveva e parlava come il conduttore del circo.
“Fra poco arriveranno per assistere allo spettacolo, voglio che sia tutto perfetto. Riguarda anche voi due, nuovi arrivati.”
“Cosa dobbiamo fare?”, chiese Piranka tenendo tra le braccia il fratello.
“Ciò che vi viene naturale. Per loro sarà comunque qualcosa da deridere.”
Gli altri uomini-formica si dispersero per la pista principale e iniziarono a muoversi di nuovo in maniera convulsa: c’era chi correva in tondo, chi si picchiava sulla testa, chi stava semplicemente fermo a fissare il vuoto.
“Non ci hai ancora spiegato perché sai parlare la nostra lingua. Loro li capisco, ma… hanno una lingua diversa”, chiese Piranka.
“Parlare è sempre il miglior modo per farsi capire”, disse semplicemente Belzebù, poi corse al suo posto in cima ad una pedana al centro della pista.
Entro pochi istanti iniziarono a entrare le formiche della collettività. Camminavano ritte, una dietro l’altra, soffermandosi solo pochi secondi sulla balconata di terra per poi proseguire nel loro cammino. Non sembrava che ridessero, ma qualcosa nella mente di Piranka le suggerì che, nella loro mente, li stavano denigrando.
D’istinto lasciò andare suo fratello, che rimase steso a terra con lo sguardo puntato verso l’alto.
“Che fai, Piranka?”, occhieggiò.
“Quello che mi viene naturale”, rispose lei.
L’elfa iniziò a danzare per la pista in maniera convulsa, facendo roteare la sua chioma sanguinante e mettendo in mostra tutte le sue grazie. I suoi passi erano delicati e allo stesso tempo violenti, le sue acrobazie e i giochi compiuti perfetti. Gocce di sangue iniziarono a schizzare qua e là, lordando di un rosso cupo le zone bianche della tenda del circo. Loro iniziarono ad essere sempre più rapiti dalla vicenda, tanto che alcuni si fermarono per osservarla pochi secondi più del necessario.
Ben presto, all’interno del circo iniziarono a formarsi code di uomini-formica, che si accalcavano una sopra l’altra per vedere e deridere la straordinaria esibizione.
“Fallo anche tu, fratellino. Fa ciò che ti viene naturale. Sogna!”, gridò Piranka.
Steno spalancò gli occhi e iniziò a immaginare di essere un lucente guerriero corazzato, il più feroce e temibile di tutti i più feroci e temibili. Alzò le spade e con grazia divina fece calare la sua furia sul campo di battaglia. I nemici, i temibili orchi dalla pelle verde che più di una volta avevano invaso le terre del suo popolo, caddero uno dopo l’altro coperti di mortali ferite. Per quanto sangue sgorgasse, l’armatura di Steno era sempre intonsa e di una lucentezza sempre maggiore, che poteva competere con quella del sole che un tempo aveva fatto splendere i suoi raggi su quella stessa terra.
Quando l’esibizione finì, Piranka si accasciò a terra stremata, mentre Steno chiuse gli occhi. Il circo si era riempito, la collettività era giunta solo per osservare loro. Per assistere angosciati a qualcosa che non credevano possibile.
Ci volle un po’ di tempo prima che gli uomini-formica si ritirassero, lasciando unicamente i diversi all’interno del tendone.
Belzebù si diresse verso i due fratelli con passo tremante. Anche lui sembrava essere scosso.
“Cosa avete fatto?”, chiese.
“Quello che ci hai chiesto. Ci siamo comportati secondo la nostra natura”, rispose Piranka.
“Li avete spaventati. Hanno visto qualcosa che non sono in grado di comprendere. Hanno visto la vera diversità e ciò li ha distrutti. La collettività è sconvolta.”
“Passione, creatività e immaginazione. Basta così poco per sconvolgere il formicaio?”
“Loro non sanno nemmeno che quelle parole esistano. E nemmeno io. Accadrà qualcosa. Tutto ciò li farà impazzire. Impazziremo, anche noi diversi. Voi siete oltre la nostra concezione”, disse serio Belzebù.
“Lo faremo ancora e ancora e ancora, se ciò servirà a portare un po’ di luce in questo mondo”, disse seria Piranka. Steno annuì con lo sguardo.
“Tutto questo potrebbe distruggere questo mondo”, rispose Belzebù.
In quel luogo non era possibile misurare i giorni, così i due misurarono il tempo contando le esibizioni. Sempre più formiche accorsero a vederli, a saggiare le loro abilità, a stupirsene e a rimanerne terrorizzati. I due fratelli contarono almeno trenta esibizioni, ed ogni volta che era loro possibile aggiungevano qualche ritocco allo spettacolo, per renderlo ancora più unico e indimenticabile. La danza insanguinata di Piranka si faceva più irrefrenabile ogni volta e i sogni di Steno sempre più vividi e fantasiosi.
Venne infine quello che entrambi sapevano sarebbe stato l’ultimo spettacolo. Tutto sulla pista era pronto, loro avevano già cominciato ad accalcarsi uno sopra l’altro per poter osservare con attenzione.
“Lo faremo assieme”, disse Piranka.
“Insieme, come sempre”, occhieggiò Steno con i suoi occhi ocra.
Quando Piranka iniziò a danzare e a spargere il suo sangue per la pista del circo, Steno sognò. Sognò stelle cadenti, paesaggi mozzafiato, cigni e altri animali meravigliosi che circondavano la sorella, fornendole un adeguato scenario per il suo ballo. Grandi alberi, foreste, palazzi lussuosi, pianeti. Sognò la luce del sole, la fredda solitudine del deserto, la maestosità del mare. Sognò gli elfi, sognò la regina Eliema. Sognò la vita e la morte danzare a braccetto con la sorella.
Quando, con un passo trionfale e il sogno di una melodia di flauto da tempo dimenticata l’esibizione cessò, la collettività impazzì.
Si strapparono le antenne, si morsicarono a vicenda. Diventarono diversi.
“Io non sono una formica che augura lunga vita al formicaio!”, urlò Piranka prendendo in braccio il fratello e preparandosi ad una corsa a perdifiato.
Attraversarono i condotti della struttura in lungo e in largo e in ogni luogo le scene che si presentavano erano pazzesche ma mai identiche: le formiche sembravano essere state catturate dal demone della creatività, da quella cosa che ti fa dire io e non noi.
Attirati dalle scariche elettriche colorate provenienti dall’esterno, riuscirono a rintracciare la via d’uscita, ma quando vi giunsero davanti furono bloccati da una figura famigliare. Era Belzebù.
“Ve ne andrete?”, chiese.
“Sì. Vuoi fermarci?”, chiese Piranka con tono fermo.
Belzebù rimase fermo per qualche istante, massaggiandosi il moncherino della zampa.
“Avete portato il caos nella collettività, distrutto il formicaio, cancellato qualsiasi idea di ordine, organizzazione e scopo. Avete cancellato la vita di questo mondo. Io vi ringrazio. Non potrei mai impedirvi di andarvene. Ma là fuori non c’è nulla. Nulla, se non le larve.”
“Procuraci una barca, Belzebù – occhieggiò Steno – là fuori ci sono i sogni. E forse, tra qualche era, un mondo più ospitale per noi due.”
Belzebù annuì.
I due fratelli andarono al largo, nel mare di larve. Man mano che si allontanavano dal formicaio e dalla collettività, il tempo ritornava ad essere morto e immortale allo stesso tempo. Fermarono la barca quando furono abbastanza lontani da vedere solamente il cielo in ogni direzione.
“Qui andrà bene”, disse Piranka.
“Torneremo a sognare, finalmente – occhieggiò Steno – finalmente ci sentiremo a casa.”
“Casa non sono i sogni, purtroppo. Casa non la vedremo mai più. Anche se è morto, quel tempo è passato da un pezzo. Possiamo solo continuare ad andare avanti, aspettare un mondo migliore per me e per te. Il tempo rinascerà, prima o poi ci sveglieremo di nuovo. Fino ad allora, staremo insieme, come sempre.”
“Come sempre”, disse con gli occhi Steno.
Piranka prese in braccio suo fratello, poi osservò lo strano mare che si contorceva sotto di loro.
“Anche se può sembrare una favola, non lo è. Non vivremo per sempre felici e contenti. Vivremo per sempre, punto e basta”.
Poi si tuffò.
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